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Marco il Moccioso
1 – La prima volta

by Oneiros

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 02 May 2010


MARCO IL MOCCIOSO - 1. LA PRIMA VOLTA

 

Conobbi Marco ad una festa di amici, quando avevo sedici anni. Ad un mio amico, tra gli organizzatori della festa, era stato chiesto di badare al cuginetto di undici anni. Non volendo saltare la festa, ma dovendo necessariamente stargli appresso, aveva scelto di portarselo alla festa. Magari si sarebbe divertito, aveva detto, o quanto meno avrebbe mangiato e poi l'avrebbe lasciato in pace, permettendogli di provarci con la ragazza che gli interessava e quant'altro. Quando arrivai alla festa notai subito il piccolo, che si aggirava tra ragazzi di quindici e sedici anni, certamente non passando inosservato. Il mio amico me lo presentò come il Moccioso, e tale appellativo gli rimase per molto, molto tempo. Bevuto a sufficienza, quando il mio amico cominciò ad essere un po' troppo brillo, accettai di badare io al ragazzino. Mi sarei fatto ripagare a dovere per quel servizio, pensavo. Ma accadde che, in un certo senso, fui io a doverlo ringraziare, anche se non glielo dissi mai. Quel ragazzino, vivace e non troppo fastidioso mi aveva incuriosito. A distanza di giorni e settimane mi tornava in mente. I suoi occhioni marrone chiaro, che mi guardavano divertito. Occhioni dolci che appartenevano ad un monellaccio, come poi scoprii con piacere.

Accadde due settimane dopo che un'altra festa venne organizzata, e che un'altra volta il mio amico si ritrovò a portare con sé il pestifero cuginetto, che già conosceva l'ambiente. Tutti, in qualche modo, ne erano rimasti colpiti. Le ragazze lo trovavano un cuginetto adorabile: fu lui l'anima della festa, quella volta. Ma in maniera del tutto diversa aveva colpito me.

Il tempo passava, ed io conducevo la mia tranquilla esistenza da adolescente. Passando da una promozione all'altra, da una storia d'amore all'altra, da una festa all'altra. E il Moccioso continuava a sbucare fuori, ogni tanto, sorprendendomi. Col tempo avevamo imparato a conoscerci a dovere.

Al mio quarto anno di liceo, quando avevo diciassette anni, io ed i miei amici avevamo in mente un bel party per San Valentino. Cercavamo solo un luogo adatto e la disponibilità più larga possibile di genitori. Alla fine venne fuori che si poteva organizzare una festa nella villetta del Moccioso. Gli zii del mio amico, infatti, per lavoro stavano spesso fuori, a volte anche la notte. Caso volle che per la sera di San Valentino la villa sarebbe stata vuota! E così festa fu.

Le coppiette erano molte, ma non troppe. Qualche ragazza single e disponibile c'era pure. Quanto ai ragazzi, a dire il vero erano un po' di più. Me compreso, che non avevo mai avuto il piacere di festeggiare San Valentino come facevano quasi tutti. Meglio trascorrerlo con tanti amici! E così una gran feste venne organizzata. Quantità industriale di pizza per tutti, tanto per cominciare. Ma prima bisognava preparare la sala e sistemare la cucina, che avevamo in mente di utilizzare per preparare delle crepes alla nutella. Così mi offrii di aiutare il mio amico a preparare il tutto. Fu un pomeriggio divertente, certo, un po' stancante, ma il divertimento non era mai mancato: a movimentare le faccende di casa ci aveva pensato proprio lui... il Moccioso! Alle sette di sera era tutto pronto, ma mancava ancora un'oretta prima dell'arrivo degli invitati. Intanto, la ragazza del mio amico era passata in notevole anticipo. Così andò a finire che mentre i piccioncini trascorsero insieme l'attesa, chiusi in camera, io mi ritrovai ad assecondare il Moccioso e a giocare alla playstation. Ma mi sentivo stanco: sistemare tutto era stato faticoso, e quell'ora di attesa noiosissima mi metteva sonno. Giocare alla playstation non riusciva proprio a distrarmi e tenere impegnato. All'ennesima partita persa contro il ragazzino – prima lo facevo vincere, poi cominciai realmente a perdere perché, per la stanchezza, non m'impegnavo proprio – si rese conto che non era il caso di continuare. In un paio di attimi ci ritrovammo insieme, stretti l'uno contro l'altro, sul suo letto.

“Allora, le cose sono due: o sono diventato un asso di 'sto gioco in venti minuti, o sei tu che ti stai addormentando davanti alla tv!”

“Hmmm... la prima?” gli risposi, ridacchiando.

“Sì come no... vabhé, lasciamo perdere? Tanto mi sono stufato...”

“Non insisterò a voler giocare!!”

“Allora avevo ragione!” Esclamò, spegnendo la consolle e la tv.

“Sì, ma ora che facciamo? Troviamo qualcosa da fare o mi addormento veramente... conoscendo i ritardatari, abbiamo almeno mezz'ora di attesa...”

“Dormiamo, no?” Non risposi, ma lo seguii con lo sguardo spostarsi verso il letto, dall'altra parte della stanza, messo accanto al muro, e distendersi. Notai che si era spostato verso il muro, come a voler lasciare spazio sul letto per un'altra persona. “Sbaglio o avevi sonno?” aggiunse. La spontaneità del suo gesto mi aveva colpito. Mi dissi in breve che non avevo alcun motivo di oppormi – e avevo sempre più sonno – così mi avvicinai a lui. Mi aveva lasciato molto spazio, ma io mi spinsi sul limite estremo del letto, non volevo occupare tutto lo spazio.

“Aspetta, prendo la coperta” Aggiunse. Rapidamente si piegò su di me per prendere la coperta che si trovava vicino il letto, oltre me. “Aspé che non ci arrivo...” disse, sporgendosi ancora. Mi drizzai sulla schiena. Mi ritrovai col ragazzino disteso sulle mie ginocchia. Il suo sedere, fasciato dalla tuta, era in bella vista, esattamente davanti a me. Una posizione casuale, ma particolare... sembrava dovessi sculacciarlo, per come era disteso sulle mie ginocchia!

E qui apriamo una parentesi. Perché ogni adolescente ha i suoi segreti, ed alcuni sono più particolari degli altri. Io ho sempre avuto un segreto molto particolare. Sin da piccolo, per qualche ragione sempre rimasta oscura – fino a quando smisi proprio di cercarne una motivazione – le sculacciate mi affascinano. L'immagine di un bambino sulle ginocchia del padre, con le mutandine abbassate ed il culetto, rosso, in bella vista, mi ha sempre affascinato e, da un certo momento, pure eccitato. Quello delle sculacciate domestiche era per me un mondo curioso, affascinante, ma oscuro e sconosciuto. Io non ero mai stato sculacciato, né conoscevo qualcuno che fosse mai stato sculacciato. Il massimo che vedevo era qualche scena in vecchi film e cartoni.

Tornando a quell'episodio, mai e poi mai mi sarei immaginato di ritrovarmi in una scena del genere. Certo: c'era solo la posa, lui disteso sulle mie ginocchia. Ma già bastava a mandarmi in confusione. La confusione, comunque, era prevalente. L'effetto sorpresa, soprattutto, mi aveva quasi stordito. E meno male, pensai, in altre circostanze avrei potuto avere un'erezione! Mentre mi perdevo nei miei pensieri, instupidito, il “L'ho presa!” squillante del ragazzino mi riportò alla realtà. Attesi che si rimettesse disteso e poi l'aiutai a coprirci entrambi. La coperta, tuttavia, non era molto grande, e così fui costretto ad avvicinarmi a Marco, il quale non si era fatto alcun problema ad appiccicarsi a me.

“Perché non me l'hai detto? Potevo prenderla io benissimo.” Dissi, ad un certo punto, dopo essermi chiesto e richiesto perché effettivamente invece non l'avesse fatto. Marco non rispose subito. L'osservai, il viso dipinto in un'innocente espressione pensierosa.

“Boh. Così.” Fu la sua risposta. Esauriente. Non osai chiedere altro, infatti. Né tantomeno lui andò oltre.

Passò qualche minuto, in silenzio totale. Io rimasi disteso sulla schiena a fissare il soffitto, Marco invece non faceva che muoversi. Si mise poi su un fianco, dandomi le spalle, e mi chiese: “Fammi i grattini!”. Più un ordine che una richiesta, in effetti. Mi aveva sorpreso di nuovo: e di nuovo ero rimasto interdetto un attimo, incapace di rispondere. Marco amava i grattini, questo lo sapevo, ma in genere erano sempre le ragazze a farglieli, perché lo trovavano adorabile, proprio perché piccolo, e lui, come tutti i mocciosi, ne approfittava in questa maniera. Non avrei immaginato una simile richiesta rivolta proprio a me! Che fare? Mi girai su un fianco, nella sua stessa direzione, così da ritrovarmi le sue spalle davanti. Esitai ancora, e lui insistette.

“Dai!! Non dirmi che ti sei già addormentato!” A quel punto dovevo decidere: o tirarmi indietro, magari riderci su, fare una battuta. Magari fare finta di dormire? E invece accettai. In fondo, che male c'era? Non avevo fratelli né cugini più piccoli. Per quel che ne sapevo, dormire insieme e fare i grattini non era raro tra cugini di diversa età. Non sapevo se il mio amico glieli facesse e non avevo intenzione di approfondire, in realtà. Pertanto lasciai perdere ogni domanda e mi feci guidare dall'istinto. Coperti per buona parte dalle coperte, le mie dita incontrarono la pelle del suo collo, caldissima. Dopo un momento di incertezza cominciai a carezzarlo sul collo, sulle spalle, a fargli i grattini. Lui si allungò in avanti ed emise qualche mugugno di apprezzamento. Sembrava di fare i grattini ad un gattino che fa le fusa! Era una scena davvero singolare, ma non mi dispiaceva affatto. Mi avvicinai ancora di più a lui. Dalla posizione in cui mi ero messo potevo carezzarlo dove volevo. Dal collo scivolai sulla gola, poi azzardai. Risalii sul viso, abbozzai qualche carezza sulle sue guancie sofficissime. Un mugugno di apprezzamento era presto arrivato, e mi tranquillizzai. Chiusi gli occhi e provai a rilassarmi. Non era difficile. Fare i grattini a Marco si era presto rivelato molto piacevole, non solo per lui – che apprezzava esplicitamente chiedendomi continuamente di non smettere e facendo le fusa – ma anche per me.

Dopo un certo lasso di tempo Marco sembrò addormentarsi, o quanto meno era in procinto di cedere al sonno. Continuai a carezzarlo, ma lui mi restituiva solo il suo lento e regolare respiro. Fermai la mano e lui non si lamentò. Avrei voluto controllare l'ora, ma avevo lasciato il cellulare lontano e non c'erano sveglie od orologi visibili dal mio punto di vista. Dalla casa non provenivano suoni. Perché alzarsi? Mi sistemai meglio per dormire. Posai una mano sul suo fianco, non sapendo dove metterla e là rimase, mentre scivolavo lentamente nel sonno. In realtà non mi addormentai completamente. Ero rimasto in quella zona intermedia tra il sonno e la voglia. Fu comunque piacevole e riposante. Mentre la mia coscienza era ferma in una sorta di bolla, fuori dal tempo, ed i miei sensi sentivano solo il calore del corpo di Marco, insieme al mio, il citofono prese a suonare vigorosamente, facendomi aprire gli occhi di scatto. Il ragazzino al mio fianco mugugnò e si stirò, per poi afferrare il cuscino e infilarvi la testa sotto. Mi misi a sedere, in ascolto. La coppietta o era addormentata profondamente, o ancora impegnata. Una seconda strimpellata di citofono mi convinse a lasciare mio malgrado il calore del letto e appropinquarmi al citofono. E fu così che quel momento di pace, del tutto unico, ebbe fine. Una valanga di persone, con le loro risa e le loro voci mi aveva travolto sulla soglia di casa, mentre il mio amico, dall'aria stravolta, usciva dalla camera e mi raggiungeva.

Quella sera poi tutto andò per il meglio. Complice, forse, il mio servizio reso al ragazzino, non ci disturbò più di tanto per la serata. Presto infatti si defilò per la sua stanza e rimase lì a giocare da solo alla playstation, con sommo piacere del cugino adolescente. Ad un certo punto, visto l'atteggiamento docile e mansueto, straordinario per quella serata, il mio amico mi prese in disparte chiedendomi se sapevo qualcosa. Io gli dissi che l'avevo fatto abbondantemente divertire nell'attesa della festa, mentre lui era occupato con la sua ragazza, e che in cambio Marco mi aveva promesso di starsene buono per i fatti suoi. Mezza verità, a dire il vero. Non volevo raccontargli l'episodio della dormitina. Tanto per cominciare, dovevo ancora metabolizzare il tutto. E poi, soprattutto, giudicato che non era successo nulla di straordinario, ritenni che non c'era alcun motivo di informare il mio amico. Quanto alla promessa... non ci fu nessuna promessa, ma ormai mi era chiaro che era questo quello che pensava il ragazzino. E visto che col moccioso ci sapevo proprio fare, come avevo mostrato più volte, toccò a me il compito di mandarlo a letto. Compito, in realtà, non troppo difficile. O almeno, non così difficile come avevo pensato. Una volta entrato nella sua stanza, lo addolcii ulteriormente con un paio di partite alla play. Poi mi accorsi che si stava facendo troppo tardi, e che dovevo agire.

“Si sta facendo tardi...” feci notare, con tono vago.

“So dove vuoi arrivare...”

“Cosa? Era tanto per dire...” quel moccioso era troppo sveglio!

“Guarda che ho dodici anni...”

“E ora mi dirai che non sei più un bambino etc etc?” gli chiesi, interrompendolo.

“No. Volevo dire che è dodici anni che ogni sera mio padre o qualcun altro cerca di spedirmi a letto... ed io cerco sempre di rifiutarmi.”

“E dimmi: in genere sei abbastanza convincente?”

Un cenno di diniego in risposta. Non risposi, attesi per vedere se aveva qualcosa da aggiungere. “Vince sempre mio padre. Più resisto, più mi punisce.” Disse con una lieve nota di amarezza. Per un attimo il suo viso si imbronciò. Mi fece uno strano effetto vedere quel faccino imbronciato, di solito scherzoso. Sentii, dentro di me, di dover trovare un modo per consolare.

“Beh, io non sono tuo padre e non ti punirò... te lo chiedo come favore nei miei confronti, ok?” cercai di essere il più gentile possibile.

“Hmmm... in molti casi preferirei essere punito da te piuttosto che da mio padre...” disse con aria vaga. Dove voleva arrivare? Una domanda mi attraversò la mente: ma esattamente, come lo puniva il padre? Avrei voluto indagare, ma non mi sembrava proprio il caso. Meglio mettere da parte la curiosità e svolgere i miei compiti, pensai.

“Beh, stasera non ce n'è bisogno, perché tu andrai a letto e noi continueremo a divertirci tranquillamente senza preoccupazioni, giusto?”

“... solo perché me lo chiedi tu! Se me lo chiedeva mio cugino col cavolo che gli davo ascolto!”

“Ehi, che linguaggio!” dissi ridendo.

“Eggià... meriterei una punizione, non è vero?” disse lui, sorprendendomi. Certo, la buttò sul ridere, ma la piega che stava prendendo il discorso era proprio strana...

“Vuoi proprio essere punito, eh? Bene... ci penso io... sarai punito con un super attacco di solletico!” E saltai senza pensarci sul ragazzino, attaccandolo con il solletico, mentre cercava invano di proteggersi, scalciando a terra. Finì che ci rotolammo come due stupidi sul pavimento, ridendo come matti. Mi alzai e lo aiutai a fare altrettanto.

“Su, cambiati e fila a letto, ok?” e con questo, senza pensarci, gli rifilai una dolce sculacciata sul sedere, spingendolo verso il letto.

“Ehi, non vale!” si lamentò lui, ridacchiando. “Se proprio vuoi sculacciarmi, fammi fare qualche danno!” E questa da dove gli è uscita?, pensai. Quel moccioso era sorprendente.

“Per ora... a letto! Intesi?”

“Va beeeene...”

“Dormi bene!” dissi, ed uscii dalla stanza. Chiusi la porta dietro di me e mi ci appoggiai un momento. Per qualche ragione più o meno oscura il mio cuore batteva ad una certa velocità. L'alcool (fino a quel momento relativamente poco) che forse entrava in circolo? O Magari era per la lotta sul tappeto. O magari ancora, come convenni, cedendo alle pretese del mio inconscio, ero sorpreso e incuriosito dal mio ennesimo scambio di battute con Marco. Non era però il momento di pensarci. C'era una festa da mandare avanti e ancora tanta birra da aprire e da bere. Io di certo non mi sarei tirato indietro! E infatti, mezz'ora dopo, ero già brillo, a fare come uno stupido il gioco della bottiglia con tutti i single e le single rimasti. Se non avessi avuto la mente annebbiata dall'alcool mi sarebbe bastato, probabilmente, un paio di minuti per raggiungere la conclusione che, invece, arrivò molto più tardi. Bastava mettere insieme le parole di Marco ed il gioco era fatto. Ma l'alcool dominava, e c'era sempre una parte di me che si rifiutava categoricamente di pensare al ragazzino e di ragionarci su.

Come tutte le cose belle e divertenti, la festa ad un certo punto dovette concludersi. Rimase soltanto un mucchio di bei ricordi, molti confusi, altri vividi. Ricordi rimasti impressi nella memoria, e progressivamente sepolti. Avere diciassette anni significa vivere essenzialmente il presente. Finito un giorno si ricomincia da capo, con nuovi problemi, nuove avventure. E così, senza mai dimenticare quel che era successo, misi Marco da parte per un po'. Tra i compiti e altre preoccupazioni scolastiche era naturale. A volte, magari mi capitava di ripensarci, e mi capitava di stupirmi di nuovo, come la prima volta, ma poi tutto finiva là.

Ogni tanto capitava che, fermandomi a studiare dal mio amico, incontrassi Marco, lì insieme ai genitori o da solo. Un pomeriggio io e suo cugino lo aiutammo a fare i compiti. Mi aveva riempito di dichiarazioni d'amore solo perché gli avevo risolto degli esercizi di matematica. Altre volte, magari, ci prendevamo una pausa e giocavamo tutti insieme alla playstation. Roba ordinaria, insomma.

Finché ai primi di Maggio arrivò l'agognato diciottesimo compleanno del mio amico, più grande di me di parecchi mesi. Per l'occasione era stata organizzata una mega festa di compleanno che sarebbe dovuta durare tutta la notte. Tale era il suo desiderio. Fortunatamente, l'indomani, un sabato, eccezionalmente non ci sarebbe stata scuola. Cogliendo l'occasione, lui mi invitò a restare a casa sua, dopo la festa, fino al giorno dopo. Mi armai di film d'azione e videogiochi. Ciò che non sapevo, ma che d'altronde avrei dovuto sospettare, era che per l'ennesima volta il Moccioso bazzicava da quelle parti.

Rispettando il programma stabilito, eravamo andati a casa sua, insieme, all'uscita da scuola. La festa non sarebbe cominciata prima delle otto di sera, e avevamo tutto un pomeriggio per fare quello che volevamo. Di tempo, per prepararci, ce n'era in abbondanza. Passata buona parte del primo pomeriggio in Internet, impegnati in mega conversazioni in chat con tutti gli altri nostri amici e compagni che ci chiedevano anticipazioni sulla festa della sera, avevamo poi deciso di iniziare una bella maratona di videogiochi. Fu nel bel mezzo dell'azione che un evento arrivò a stravolgere tutto. In realtà era qualcosa di previsto, ma di cui io soltanto non ero a conoscenza. Poco dopo le cinque il campanello aveva suonato. Il mio amico mi mandò ad aprire la porta, troppo impegnato in quel momento con la playstation. E che sorpresa fu trovare Marco! Sorpresa non ricambiata, a ben vedere, malgrado l'entusiasmo che Marco aveva mostrato nell'accogliermi. Come poi scoprii, il moccioso non appena aveva sentito che quel pomeriggio io ci sarei stato, aveva fatto di tutto per esserci anche lui.

Inutile dire mi si incollò addosso in tempo record.

Per un po' avevamo continuato a giocare alla playstation. Mentre il mio amico era tutto concentrato a continuare la sua partita e a sfruttare bene la sua ultima vita rimasta, io avevo preso a fare le coccole al ragazzino, che senza tanti complimenti, una volta entrato nella camera, aveva scelto di buttarsi su di me. E così eravamo rimasti per un bel po', il mio amico seduto sul tappeto concentratissimo alla playstation, al punto da non accorgersi di quel che accadeva alla sua destra, ossia io che facevo i grattini al ragazzino, coricato per metà sulle mie gambe. Di nuovo, una posizione ambigua e pericolosa, la testa del moccioso così tanto vicina al mio pacco. Non che fossi eccitato, ma quel contatto così ravvicinato, peraltro con il mio amico accanto, mi teneva sulle spine. Ero nervoso, ma la cosa non mi dispiaceva. Stavo in guardia, ma non volevo smettere di passare le mie dita sul collo e sulle guancie soffici del moccioso. Dopo una ventina di minuta, che sembrò durare ovviamente molto più a lungo, il turno del mio amico era finito. Adesso toccava a Marco giocare, e anche in questo caso non mancò di sorprendermi. Rimettendosi a sedere, dalla posizione distesa di prima, si posizionò esattamente davanti a me, così da ritrovarsi seduto tra le mie gambe allargate, con la sua schiena appoggiata sul mio petto. Il mio amico, dal canto suo, l'aveva blandamente rimproverato di non stare così appiccicato alla gente, e al semplice “tranquillo, non mi dà fastidio” con il quale gli avevo risposto non aggiunse altro. Più tardi, semplicemente, si sarebbe limitato ad aggiungere un commento su quanto quel ragazzino mi amasse e su quanto io fossi paziente. Peccato che le cose non stessero proprio così... Il ragazzino, ad ogni modo, era fin troppo bravo, e quando il cugino capì che la sua partita sarebbe durata a lungo preferì allontanarsi e fare una telefonata. A quel punto io e Marco eravamo rimasti soli. Entrambi, adesso, sentivamo il peso di quella vicinanza, così ambigua ora che eravamo soli. Io mi ero ritrovato a desiderare di toccarlo di nuovo. Per me, fino a quel momento, Marco era stato una sorta di pelouche vivente. Mi piaceva carezzarlo, stringerlo, abbracciarlo. Sapevo che era almeno un po' strano, ma non m'importava. Quanto a lui, era chiaro mi adorasse. Ma eravamo entrambi in imbarazzo, c'era troppo silenzio, nessuno di noi due sembrava aver il coraggio di dire qualcosa. Io serravo i pugni, cercando di contenermi, mentre lui mi provocava spudoratamente, strofinando la schiena sul mio petto, lasciandosi andare con tutto il suo peso, oppure sfiorandomi le gambe, di tanto in tanto. Dopo un paio d'istanti che mi parevano ore decisi che riprendere a fargli i grattini, tanto per cominciare, non era mica male, anche perché l'avevo già fatto altre volte. Così, mentre mi lasciavo andare ai grattini, sentivo che anche lui si rilassava. Ad un certo punto, però, una sua mano, libera per un istante dal gioco, aveva preso la mia e l'aveva fatta scivolare dal collo al suo petto. Voleva che gli carezzassi il petto, forse? Avrei provato, ma proprio quando stavo per decidermi il mio amico aveva fatto ritorno nella stanza, annunciando la sua presenza con un tonante – o almeno tale mi era sembrato, per aver spezzato quel silenzio così magico – “ti vogliono al telefono”. Una nostra compagna voleva chiacchierare un po'. Così mi alzai con dispiacere dal tappeto e presi l'apparecchio dalla mano del ragazzo.

Successivamente non ci furono altre occasioni per riprendere quel contatto con il moccioso. Il tempo era volato e c'erano decisamente troppe cose da fare. Il tempo, che proprio quel pomeriggio, in quegli attimi condivisi con Marco sembrava essersi dilatato all'infinito, più tardi sembrò trascorrere molto rapidamente. Avevo registrato tutto come un flusso ininterrotto e fluido: noi tre che ci prepariamo, il viaggio in macchina con i genitori verso il locale della festa, gli ultimi preparativi, l'arrivo degli invitati, finché la festa era finalmente cominciata. Tra una risa e l'altra, tra un cocktail e l'altro si era fatta notte fonda, e nemmeno me ne ero reso conto davvero. In tutto quel vortice di immagini mi ero progressivamente dimenticato di Marco. L'avevo perso d'occhio poco dopo la cena e poi me ne ero dimenticato. Non del tutto: in quei momentanei sprazzi di lucidità, sempre più rari man mano che l'alcool scorreva e la notte proseguiva, mi capitava di ripensare a quel che era successo. Mi passavano davanti le immagini di tutte le volte che mi ero ritrovato a fargli i grattini. Sempre più, in un angolo remoto della mia coscienza, si faceva strada l'idea malsana ma verosimile che per me tutto quello significava qualcosa di importante. Che non erano occasionali momenti in cui mi era capitato di coccolare un moccioso che poteva essere il fratellino che mai avevo avuto, o un cuginetto affezionato, ma era qualcosa di più.

Quella festa aveva certamente segnato il punto di non ritorno. E non soltanto perché avevo cominciato ad accettare, da quel giorno, l'idea che il moccioso mi piacesse veramente, in tutti i sensi. La mattina dopo un altro evento era venuto a sconvolgere la mia esistenza e a spingere il mio rapporto con Marco in una direzione non prevista, e dalla quale non avrebbe più fatto ritorno.

Quella notte eravamo tornati a casa che era praticamente l'alba. Andati a letto così tardi, era naturale che continuassimo a dormire almeno fino ad ora di pranzo. Eppure, per tutta una serie di motivi, non facevo altro che svegliarmi di continuo. La nausea aveva cominciato a farsi sentire. Quando chiudevo gli occhi, poi, continuavano a passarmi davanti tutte le immagini della festa, alternate, tra l'altro, ai ricordi del pomeriggio insieme a Marco. L'alcool disinibisce ed il mio inconscio era del tutto senza briglie, non avevo proprio cosa farci. Avrei voluto alzarmi un milione di volte, ma temevo di disturbare il mio amico, che dormiva nel suo letto accanto a quello preparato per me. Quando mi resi conto che effettivamente versava in uno stato tale che niente e nessuno l'avrebbe svegliato, mi convinsi ad alzarmi definitivamente. Quanto meno per andare in bagno, svuotarmi la vescica e rinfrescarmi un po'.

Ecco, ci siamo. Proprio quel momento segnò il cambiamento.

Se non mi fossi mai alzato, infatti, non avrei mai visto Marco, il moccioso dagli occhi dolci e curiosi che aveva cominciato a tormentare i miei sogni, venire sculacciato dal padre.

Eggià, era proprio successo.

Per andare al bagno, uscendo dalla camera del mio amico, dovevo attraversare la stanza adiacente, ossia la stanza degli ospiti. Ossia la stanza in cui, in genere, Marco dormiva – perché il cugino non lo voleva tra i piedi, di notte! – e in cui aveva dormito anche quella notte. Uscito dalla camera e colpito dalla luce del giorno ero del tutto disorientato e stordito, non sapevo nemmeno se fosse mattina o ora di pranzo. Quando vidi quel che vidi, passando alla stanza degli ospiti, con la porta aperta a metà, stentavo a crederci. Uno scherzo della mia mente malata, che altro poteva essere? L'attraversai rapidamente dirigendomi verso il bagno. E mentre mi svuotavo la vescica, quello che avevo appena visto mi attraversava la mente. Concentrandomi, avevo messo fuoco quell'immagine: dalla porta aperta della camera avevo visto la classica scena di sculacciata sulle ginocchia. Il letto, affiancato alla parete sinistra della camera, ospitava quello che doveva essere il padre di Marco, e sulle sue ginocchia, il ragazzino, che si dimenava. Vista la posizione del letto, ciò che avevo visto era soprattutto il sedere fasciato dal pigiamino. Una tale immagine poteva certamente essere frutto della mia mente malata. Eppure, era troppo vivida per essere solo una fantasia. Tra l'altro, fino a quel momento non avevo ancora nemmeno pensato a quella fantasia con il ragazzino come protagonista. Poi, in un lampo, era scattata la scintilla. Avevo ricordato le parole eloquenti di Marco, che io nemmeno avevo capito fino in fondo! Tutto quel discorso su suo padre che lo puniva, quella allusione alle sculacciate.. Ma certo, era ovvio! Ed ero stato uno stupido a non averci pensato prima. Marco veniva regolarmente sculacciato dal padre. E come questa frase prendeva forma con assoluta chiarezza nella mia mente, io capivo cosa dovevo fare. Dovevo passare di nuovo davanti quella camera e vedere.

Preso com'ero dall'eccitazione di quella scoperta improvvisa, non mi chiedevo se qualcuno in casa fosse sveglio e in giro, avevo soltanto quell'idea in mente: vedere più che potevo di quel che stava accadendo, possibilmente senza farmi scoprire. Ero uscito dal bagno, con il cuore in gola, ed ero rimasto fermo un paio di minuti ad ascoltare il silenzio. Via libera. Mi accostai alla stanza. Si sentivano chiaramente il suono delle sculacciate inferte sul pigiamino di Marco ed i suoi sommessi gemiti. La sculacciata doveva esser cominciata da poco, il ragazzino ancora scalciava, ma non piangeva o singhiozzava. A meno di considerare, ovviamente l'idea che il moccioso fosse resistente alle sculacciate e non piangesse quasi mai, certo. Che emozione! Non solo era la prima sculacciata dal vivo, ma la vittima era proprio il mio moccioso preferito! E così mentre guardavo la scena, facevo attenzione a fissare tutto nella mente, ogni singolo dettaglio. Avrei voluto entrare e assistere alla scena da tutte le angolazioni, guardare il moccioso in faccia, soprattutto, ammirare la sua espressione imbarazzata e dispiaciuta, ma non era possibile. Dovevo accontentarmi di spiarli da quella angolazione, dovevo accontentarmi – e non era poco – della visione del suo culetto preso a sculaccioni dalla mano del padre.

La sua mano calava continuamente, secondo un ritmo ben preciso, ed ogni colpo era accompagnato dal suo suono, attutito perché il sedere era protetto dal tessuto del pigiama. Marco si dimenava e ogni tanto gemeva, in maniera diversa, certo, dai gemiti che emetteva a mo' di fusa quando lo coccolavo.

“Dai, papà, basta così, ti prego!”

“Oh no, figliolo, è ancora troppo presto per pregarmi di smettere!”

SPANK SPANK SPANK

“Auch... che vuoi dire?”

“Che te la prenderai tutta la sculacciata!” SPANK SPANK!!

Tutta? Mi domandavo cosa volesse dire... sarei stato accontentato un paio di minuti. Il padre continuava a colpire, la sua grande mano colpiva sempre il centro esatto del culetto del ragazzino, colpo dopo colpo. Era una visione ipnotica, seguivo come stregato la parabola della sua mano, si alzava e calava sul culetto di Marco, e poi di nuovo. Marco si dimenò ancora, violentemente, ma il padre rapidamente gli afferrò un braccio e lo portò sulla schiena, continuandolo a tenere, mentre con l'altra mano colpiva senza pietà.

“Ti prego papà, mi hai già sculacciato ieri! Non farla tutta oggi, ti prego, non qui almeno!”

“E' inutile, Marco, puoi fare e dire quello che vuoi, alla fine non potrai sederti per un bel po'!”

SPANK SPANK SPANK!!

“Sob...”

Improvvisamente, la pioggia incessante di sculaccioni ebbe fine. Era già finita? Eppure le parole del padre sembravano intendere tutt'altra intenzione

“Papà ti prego ti prego ti prego!” Ci provò ancora il ragazzino.

“No. Non farmi perdere tempo.” Detto questo, ignorando le pretese del moccioso, che continuava a pregarlo e a singhiozzare, lo vidi afferrare il bordo dei pantaloni del pigiama e tirarlo giù, scoprendo il culetto di Marco, ora più visibile nella sua fisionomia, perché protetto solo dalle mutandine bianche. Marco, dal canto suo, si limitò a singhiozzare più forte, preannuncio di un pianto che sarebbe venuto presto, mentre il padre passò qualche istante a massaggiare il sedere. Entrambi erano presi dall'azione che non potevo temere di venire scoperto. Così, non accontentandomi di quello che avevo già visto, restai ancora lì, gli occhi fissi su quel bel culetto, ancora per poco protetto dagli slip. Immaginavo il rossore nascosto sotto quel pezzo di stoffa, un rossore già anticipato da quello delle parti scoperte, nel punto in cui i glutei si attaccano alle cosce.

“Si ricomincia.”

“Ti prego, papà, ti prego! Fallo a casa almeno, non qua!” era evidente il timore che il ragazzino aveva di essere visto da qualcuno. Effettivamente, qualcuno c'era. Un angolino della mia coscienza si era sentito male per quello che stavo facendo, ossia spiare il moccioso, a cui volevo comunque un gran bene, nel momento più spiacevole ed imbarazzante. Ma era solo un angolino della mia coscienza, tutto il resto era concentrato su quel che accadeva e mai e poi mai mi sarei convinto a distogliere lo sguardo. Un paio di istanti e tutto ricominciò.

SPANK SPANK SPANK!!!

I colpi ripresero con lo stesso ritmo e, forse, con la medesima intensità. Certo anche con lo stesso suono, più o meno. E così, mentre il padre impartiva la punizione al figlio, ed il ragazzino soffriva, singhiozzando in maniera sempre più evidente, io stavo lì, a guardare, totalmente rapito. La mia fantasia preferita realizzata davanti ai miei occhi.

SPANK SPANK SPANK!!

“Auch...”

“Risparmiatelo per dopo!” Ancora una minaccia, ancora una sculacciata. SPANK SPANK!!

“Così impari..” SPANK! “... a non darmi ascolto!” SPANK “Quando sai benissimo...” SPANK! “...quel che poi succede!” SPANK SPANK SPANK!!

“S-scusa papà...” SPANK!! “SOB...” SPANK!! “Mi dispiace tanto...”

“Ohhh, e ti dispiacerà ancora di più, credimi!”

Marco intanto aveva smesso di dimenarsi, non scalciava più. Il suo braccio destro stava comunque ancorato alla schiena dalla mano libera del padre, forse per precauzione, forse per rendere il tutto più umiliante. Mentre i colpi si susseguivano mi chiedevo cosa significasse ritrovarsi sulle ginocchia, così, col culo rosso e le sculacciate che si susseguono. Ma la realtà era che, malgrado tutto, la cosa stava cominciando ad eccitarmi.

“Basta, papà, basta, ti prego!!” Marco, che ancora non aveva pianto, stava raggiungendo il limite di sopportazione. Aveva ripreso a dimenarsi con tutta la sua forza e ad urlare, quasi, implorando il padre di smetterla, il quale continuava imperterrito a sculacciare il figlio, tenendolo ben saldo.

“Che ti serva di lezione!” andava ripetendo, tra una sculacciata e l'altra. SPANK SPANK!! “Vedrai la prossima volta che non mi dai di nuovo ascolto!” SPANK SPANK! Era una continua minaccia, che aveva l'effetto, probabilmente, di aumentare la sofferenza e l'umiliazione. La cosa assurda, e che faceva stare male quel mio famoso angolino della mia coscienza, era che proprio quello scambio di battute, i rimproveri del padre e le implorazioni del figlio mi eccitavano sempre di più. Il mio cazzo, per l'appunto, era ormai duro come una roccia, non potevo proprio farci nulla. Preferivo guardare e non pensarci.

Finché di nuovo ci fu una pausa. Era arrivata la fine, adesso? O cos'altro sarebbe successo?

“Devi proprio?”

“Sì, lo sai benissimo.” E mentre tuonava la minacciosa voce del padre, sentii un singhiozzo prolungarsi. Sentii il ragazzino tirare su col naso, blaterare qualcosa che suonava a un ennesimo “ti prego” e poi di nuovo gemere e singhiozzare. In breve, Marco adesso si stava mettendo a piangere. Intanto, il padre aveva afferrato l'elastico degli slip. Sentii un colpo al cuore. Li avrebbe tolti? Avrei visto sul serio il culetto rossissimo e nudo di Marco? Il padre calava gli slip con una lentezza esasperante che aumentava di gran lunga la mia eccitazione. Sentivo il mio cazzo pulsare dentro le mutande, spingere fuori. Abbassando un attimo lo sguardo potevo vedere un'evidente gonfiore sui pantaloni del pigiama. Ma mio interesse totale era tornare a vedere quel che sarebbe successo. Marco aveva iniziato a piangere seriamente, un pianto autentico al 100% non appena aveva sentito l'orlo degli slip scivolare via, rivelandomi un culetto magnificamente rosso. Che visione! Non sarei mai più riuscito a cancellare dalla mia mente l'immagine di quel culetto arrossato con le mutandine abbassate. Il padre però andava oltre, facendo scivolare del tutto gli slip, fino alle caviglie. Ciò che avevo davanti era un dodicenne nudo dalla vita in giù, visto di spalle. E con il sedere arrossato dagli sculaccioni. Sculaccioni che adesso sarebbero piovuti sul suo culetto nudo! Il pensiero fece pulsare ancora di più il mio cazzo. Dovevo fare qualcosa, ma non potevo staccare gli occhi dalla scena.

“Su, smettila di piangere ed allarga le gambe!” Ma Marco non solo non rispondeva, continuando però a piangere, ma si rifiutava di eseguire l'ordine del padre. Che, senza voler perdere altro tempo, come aveva detto, fece da solo. Il ragazzino si lasciò scappare un altro “ti prego!” nascosto dalla lacrime, mentre il padre poggiava le mani sulle cosce di Marco e faceva pressione per scostarle. Quel che bastava affinché io intravedessi i testicoli del moccioso, soffici, tondi, ricadere sulla gamba destra del padre. Il suo culetto era completamente esposto, ed io non sapevo dove guardare prima, quale dettaglio analizzare prima. Le macchie rosso scuro sulla parte centrale delle sue chiappe, il rossore che sfumava scendendo verso le cosce, magari lo spazio al centro del suo culo, quella crepa che si allargava e che nascondeva il suo buchetto.

SPANK!!!

I miei pensieri erano stato bruscamente interrotti dalla prima, fortissima sculacciata. Il suono del colpo risuonava nella camera, seguito subito dopo da un forte gemito di Marco.

SPANK!! !

Ed era venuto il secondo, ben assestato sul centro del sedere, come avevo notato, iniziando a seguire di nuovo la parabola continua della mano punitiva del padre.

SPANK SPANK SPANK!!!

Una raffica di colpi cominciava ad abbattersi sulla povera vittima, e nessun angolo del suo sedere veniva risparmiato. Malgrado la rapidità dei colpi ero in grado di distinguerli.

SPANK!!! Uno sculaccione sulla chiappa sinistra, al centro. SPANK!! Un altro sulla chiappa destra. SPANK!! Ed aveva colpito la parte basse della chiappa, vicino l'attaccatura con la coscia. SPANK!! Un bel colpo al centro, su entrambe le chiappe. SPANK!!! Un altro uguale. SPANK SPANK SPANK!! Una raffica rapidissima sulla chiappa sinistra. E così via.

E intanto, la mia eccitazione minacciava di esplodere. Quasi inconsciamente, senza mai smettere di guardare, avevo infilato la mano destra all'interno dei miei pantaloni. Avevo tastato la forma del mio cazzo, duro e caldissimo, contro le mie mutande.

Marco piangeva ed implorava, il padre continuava. Il rumore del colpo sul culo nudo era molto più forte di quello sugli slip, adesso si poteva sicuramente senti