New MMSA spank logo

Marco il Moccioso
2 – Solo per i suoi occhi

by Oneiros

Go to the contents page for this series.

Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 22 May 2010


 

Dove eravamo rimasti fermi? Ah, sì: io, sporco di sperma, disteso a letto nella stanza del mio migliore amico. Eccitato per aver visto il Moccioso beccarsi una sonora sculacciata paterna, su quell'adorabile culetto nudo.

Ero rimasto come incantato, ancora i pantaloni del pigiama abbassati ed i grumi di sperma secco addosso, sull'addome e sul viso. Confuso, troppo confuso per fare qualcosa. Poi mi scossi: dovevo fare qualcosa, e subito. Mi rivestii e sgattaiolai fuori la stanza, diretto verso il bagno, attento a non farmi beccare. La via era libera, e così riuscii a darmi una ripulita. Una volta pulito e ben lavato, tornai nella camera, e lì trovai ad attendermi il mio migliore amico. Disse di essersi svegliato da poco (ed io lo sapevo bene, perché avevo atteso che si alzasse, prima di potermi sparare quella megagalattica sega) e che ora ci attendeva una bella colazione. Ovvero, gli avanzi della torta.

Mi cambiai rapidamente e lo seguii fuori, verso la cucina. La famiglia era al gran completo, e tutti stavano già facendo colazione. Vidi i genitori del mio amico bere un paio di tazze di the con biscotti, e poi c'era ovviamente l'immancabile moccioso, con davanti una grande tazza di latte e cereali. Come entrammo in cucina, il moccioso sollevò lo sguardo, vagamente afflitto (ed io sapevo bene perché!) e guardò dritto verso di me. Mi sentii avvampare, spostai lo sguardo ed iniziai a parlare con la zia del ragazzino, mentre prendevo posto. La madre del mio amico non era molto convinta della nostra idea di mangiare gli avanzi della torta per colazione, ma ci lasciò comunque fare. Io, in verità, avevo ben poca fame, ma ne mangiai una bella fetta solo per fare contento il festeggiato neodiciottenne... e per trovare qualcosa da fare.

La colazione era proseguita in silenzio, e quel silenzio era davvero innaturale. Non sembravo l'unico ad essersene accorto. Il mio amico notò, in particolare, lo strano silenzio del cuginetto pestifero.

“Cos'è successo, Marco, il gatto t'ha mangiato la lingua?” chiese rivolgendosi al ragazzino. Il quale, per parte propria, non rispose e continuò a mangiare i suoi cereali.

“Lascialo stare, almeno per una volta è tranquillo.” Rispose sua madre.

“Aspetta... ho capito!” disse, ricordandosi qualcosa. “Qualcosa mi dice che qualcuno s'è beccato una sculacciata, eh?” e scoppiò a ridere, quasi rischiando di strozzarsi con la torta in bocca.

“Mangia, invece di fare lo stupido!” ribatté suo padre.

Io, in tutto questo, cercavo in tutti i modi di fare la parte del soprammobile, continuando a mangiare la torta, lentamente ed in silenzio.

“Oh, tanto lo sappiamo che tra poco ricomincerà a rompere, non è vero Marco?” continuò il ragazzo.

“Chiudi il becco!” sibilò il moccioso, che a quel punto non era riuscito a far finta di nulla.

Iniziai a sentirmi sprofondare. E cominciai a chiedermi: e se mi avesse visto, mentre lo spiavo? Dovevo rimediare, e così cominciai a parlare del nulla, mettendo da parte ciò che rimaneva della mia fetta di torta. Parlammo tutti quanti della festa trascorsa, quanto ci eravamo divertiti, quanto avevamo mangiato (e bevuto), e quale fosse il programma della giornata appena cominciata. Era un sabato: dunque i genitori non avevano da lavorare e noi, eccezionalmente, non avevamo scuola. Magari avremmo studiato un po', giusto per fare la parte dei bravi ragazzi, e poi sarebbe cominciata nel primo pomeriggio l'organizzazione della sera. Il fatto ci fosse stata la festa di compleanno non avrebbe pregiudicato certo la sacra uscita del sabato sera. Il moccioso, in tutto questo, sarebbe rimasto ancora un po'. La cosa un po' mi rallegrava, ma anche mi terrorizzava. Ero imbarazzato, per quel che avevo visto. Ma ero anche preoccupato, perché quello spettacolo aveva scoperchiato il mio inconscio, costringendomi al confronto con i miei desideri e le mie fantasie più oscure. Avrei voluto stare con lui per tutto quel tempo, avrei voluto evitarlo allo stesso tempo.

Inizialmente mi avevano salvato proprio i doveri scolastici. Dopo colazione, poiché era ormai mattinata inoltrata, io ed il mio amico ci siamo messi subito a studiare, e così per un bel po' la mia mente fu tenuta occupata. Il ragazzino, dal canto suo, era andato a giocare indisturbato alla playstation. Studiammo giusto per un'ora e mezza, così da toglierci sbrigativamente i compiti per il lunedì successivo. Una volta finito, però, fui trascinato malauguratamente a giocare alla playstation. Il mio amico aveva pure tentato di scacciare il cuginetto, ma ovviamente non c'era riuscito. E così s'era riproposto il teatrino del pomeriggio precedente: tutti e tre, seduti a terra sul tappeto, a giocare ai videogiochi. Certo, c'erano delle differenze. Soprattutto, il Moccioso continuava ad esser un po' abbattuto, si manteneva distante e giocava nervosamente. Quando si ritrovò a perdere l'ennesima partita – e secondo il turno toccava nuovamente al mio amico – si lasciò andare ad uno sfogo d'ira, lanciando il joystick di lato e sbraitando.

“Ehi, come siamo nervosetti! Ma allora è proprio vero che lo zio t'ha fatto il culo come un peperone, eh?” sogghignò il mio amico, iniziando la sua partita.

“Tsk, lasciami in pace!” ribatté il ragazzino, alzandosi e spostandosi verso il letto – il mio letto! – ancora sfatto, lasciandosi sprofondare.

Sentivo che dovevo dire qualcosa, ma ero davvero troppo combattuto, tra il desiderio di fiondarmi a coccolare il ragazzino e l'istinto che mi diceva di fare finta di niente. Il problema è che la vicinanza del ragazzino rischiava d'esser fatale.

“Ahhh, lascialo perdere.” Mi disse il ragazzo, intercettando forse il mio imbarazzo. “Tanto se le merita sempre. E' proprio un monellaccio!”

“Non sono un monellaccio!” ribatté l'altro.

E a quel punto, non riuscii più a resistere. La lotta interna era finita: ed aveva vinto il desiderio.

“Dai, non esser così duro con lui, ha solo dodici anni...” iniziai. “Magari ha solo bisogno d'essere confortato!”

“E' vero, coccolami!” rispose prontamente il ragazzino. “Tu sì che mi capisci!”

Il mio amico si limitò a fare spallucce. “Vorrà dire che potrò giocare di più!” E così, approfittando della sua concentrazione sul videogioco, mi alzai e raggiunsi il ragazzino, disteso comodamente sul letto che fino a poco tempo prima aveva occupato. E proprio mentre lo raggiungevo, pensai con orrore che proprio lì, sul letto, mi ero masturbato. Il sol pensiero mi fece sentire malissimo, provai imbarazzo, vergogna e disgusto per me stesso... ma alzai lo sguardo ed incontrai gli occhi dolci di Marco. E quegli occhi riuscirono a rapirmi, a sottrarmi dai miei brutti pensieri.

Mi sedetti dunque sul letto, con la schiena appoggiata al muro ed il viso rivolto alla televisione più per tenere d'occhio il mio amico che per seguire il videogioco. Marco non perse tempo e si sistemò in modo da appoggiarsi con la testa sulle mie gambe. I suoi occhi chiedevano d'esser coccolato, ed io non mi lasciai pregare, cominciando a far scorrere le mie dita sulla sua pelle. Il ragazzino socchiuse gli occhi e si lasciò andare.

Il tempo passò, non quantificabile ed indifferente. Ogni tanto Marco cambiava posizione, ma non smetteva di starmi appiccicato e di chiedermi conforto. Suo cugino non fu più un problema, perché si perse completamente nel gioco. Finché il suo cellulare squillò, destandoci tutti. Temevo quel magico momento fosse finito, ma la fortuna sembrava esser ancora dalla mia parte. Il ragazzo afferrò il cellulare e si catapultò fuori la stanza a parlare. E allora mi resi conto, e la cosa finì quasi con lo spaventarmi, che saremmo rimasti soli a lungo, io e Marco.

Per un po' continuai a carezzarlo come prima, ma una vocina nella mia testa si faceva sempre più insistente. Dovevo approfittarne, diceva, o me ne sarei pentito, per sempre. In quel frangente, io e Marco avevamo cambiato posizione ancora, e ci ritrovavamo entrambi distesi a pancia sotto. E io gli carezzavo la schiena, sotto la maglietta.

Mi misi dunque a sedere, ma non smisi di carezzarlo. Non osavo interrompere quel magico contatto fisico.

“Perciò...” iniziai, titubante, la voce bassa. “Cos'hai combinato, esattamente?”

Marco non fece una piega, e rispose subito dopo: “Ho disubbidito a mio padre, come al solito.” Il che era, però, una risposta piuttosto vaga. La mia curiosità mi spinse a proseguire con le domande.

“Questo l'avevo capito...”

Marco, a quel punto, si scosse. Si mise a sedere anche lui, così da fronteggiarmi.

“Diciamo che... la sculacciata è stato il prezzo da pagare per esser rimasto qui.”

“Capisco...” mi limitai a rispondere. Trascorse qualche istante di silenzio, dopodiché Marco si distese nuovamente. Ma per me non era ancora finita, e invece di riprendere a carezzarlo, gli feci un'altra domanda. Il cuore mi batteva come impazzito, mentre scandivo le parole. “Ti ha fatto male?”

Marco non rispose subito. Rimanendo disteso, si girò su un fianco verso di me, e mi guardò con un'espressione indecifrabile. Sentii l'irrefrenabile bisogno di aggiungere qualcosa, di spezzare il silenzio. “Immagino che una sculacciata sul sedere nudo non debba essere una passeggiata...”

“Aspetta.” Disse, mettendosi a sedere, di nuovo. “E tu come lo sai, che era sul culo nudo?”

Avvampai. Mi ero tradito da solo, come uno stupido! Balbettai qualcosa, dovevo tirarmi fuori da quella situazione. “Io... ecco... beh, è così che si danno, le sculacciate, no?”

Sospirai, sperando d'essermela cavata.

“Beh... sì, è così.” Rispose Marco, non del tutto convinto. “Non pensavo ti intendessi di sculacciate. Non sembri il tipo che le prende.”

“Oh, no... non le ho mai prese, io.” Deglutii, ordinando al mio cuore di darsi una calmata e di farmi tornare a respirare in maniera decente. “Non ho mai conosciuto nessuno che le ha mai prese, in effetti... a parte te.”

“E così sei curioso, eh?” Il ragazzino sorrise, e di gusto. Non mi piaceva la piega che la cosa stava prendendo. “Vuoi vedere?” chiese poi, spiazzandomi.

Cosa avrei risposto? Avrei voluto dirgli di sì... e se fosse stata una trappola? Dovetti apparire evidentemente confuso, perché Marco si lasciò andare ad una risatina.

“Caspita, ti ho imbarazzato!” E continuò a ridacchiare.

“Non c'è niente da ridere!” protestai. “Non è... ecco... non sono mica discorsi da fare!”

“Oh, ma che sarà mai... dai, tanto lo so che sei curioso!”

Quel che accadde dopo fu troppo veloce, e mi lasciò spiazzato. Senza nemmeno aspettare una mia risposta, Marco agì da solo: si lanciò sulle mie gambe, in perfetta posizione da sculacciate sulle ginocchia, e si abbassò pantaloni e mutandine, quel che bastava per mostrarmi il suo culetto ancora arrossato.

Sussultai violentemente, ma riuscii a rimanere fermo al mio posto. Non mi aspettavo un'azione del genere, proprio no. Era troppo per me: avvampai istantaneamente. Misi a fuoco la vista, e miei occhi furono rapiti da quel grazioso sedere fresco di sculacciate. Mi sentivo sempre più avvampare... sentivo l'eccitazione salire, i miei sensi si erano acuiti. Mi sentivo tutto un fuoco, percepivo ogni singolo punto di contatto tra il mio corpo e quello del ragazzino... e qualcosa, tra le mie gambe, cominciò a risvegliarsi.

“Allora?” chiese il ragazzino, beffardo, risvegliandomi dal mio stato di trance. Balbettai qualcosa, ed allungai titubante il braccio verso il suo sedere.

“Dai, toccalo pure...” non mi lasciai pregare e sfiorai con le dita il rotondeggiante e morbido culetto del ragazzino.

“Caspita, è caldo...” dissi, meravigliandomi del contatto. Dopo averlo saggiato con la punta delle dita, ed aver preso confidenza, mi concessi di accarezzarlo per benino, con tutto il palmo della mano. Più vi passavo la mano, e più sentivo pulsare la mia crescente erezione nascosta tra le gambe... a qualche centimetro da Marco.

Sarei rimasto ore di fronte a quella visione, ma sarebbe stato deleterio per me e per la mia eccitazione. Per fortuna, prima che fosse troppo tardi, Marco si rivestì e si alzò dalle mia gambe. Teoricamente, non doveva aver notato che l'avevo duro. O almeno, lo speravo.

“Coccolami, dai!” riprese il ragazzino, tornato nella posizione iniziale, disteso sul letto, in attesa delle coccole.

“Io... aspetta, devo andare in bagno.” Dissi, e subito dopo scattai dal letto. Non potevo rimanere ancora in quella situazione. Mi rifugiai in bagno: il mio cazzo era di nuovo duro come una roccia. Ma non volevo masturbarmi di nuovo. Piuttosto, aprii il rubinetto dell'acqua fredda e ci buttai sotto la testa.

Raffreddati gli incandescenti spiriti, tornai nella stanza, ma a quel punto anche il mio amico era ritornato.

“Dobbiamo andare a fare la spesa!” mi disse, mentre entravo. “Noi due soli!” Aggiunse, chiaramente all'indirizzo del cugino. Marco, dal canto suo, non protestò e si defilò, contento e soddisfatto. E così, insieme andammo via, a fare la spesa per conto di sua madre.

Una volta tornati, capii che il mio tempo con Marco, per quel giorno, era scaduto. Tra il pranzo e tutto il resto, il tempo era volato. E a quel punto, il padre del ragazzino era tornato a reclamarlo. Rimanevamo dunque io ed il mio amico, pronti ad organizzarci il pomeriggio.

 

Trascorse e si concluse così la mia “prima volta”. La mia prima testimonianza di una sculacciata. La prima volta che gli occhioni del Moccioso mi hanno smosso l'animo, facendo emergere entità mostruose ed oscure, pronte a possedermi, a divorarmi.

Nei giorni seguenti, che presto divennero settimane, fu così che davvero mi sentii. Venire divorato, e dall'interno, da quei desideri osceni e senza nome.

Il problema, a ben vedere, era almeno doppio. Come finalmente accetti, a me piacevano le sculacciate. Ma mi piaceva anche Marco il moccioso. Lo adoravo. In conclusione: ero divorato dal desiderio di rivedere il ragazzino prendersi un'altra bella sculacciata. Se possibile, di essere io stesso a sculacciarlo. Ma questo mi spaventava. Mi affascinava e mi terrorizzava. Proprio perché adoravo il ragazzino, non avrei mai potuto sculacciarlo. Non avrei mai potuto fargli del male, anche se lui non sembrava nemmeno dispiacersene, ogni volta. A lungo ripensai a tutti gli eventi susseguitisi, e ci trovai un filo conduttore. Sembrava quasi che Marco l'avesse fatto di proposito, per far uscire allo scoperto i miei desideri neri. Mi aveva stuzzicato, lentamente, ma con costanza, suscitando la mia curiosità, stimolando la mia eccitazione. Nelle mie fantasie vedevo sempre il ragazzino pregarmi, supplicarmi di sculacciarlo. Di punirlo perché era un bambino cattivo, un monellaccio, e che meritava di farsi fare il culo rosso come un peperone. Ma dentro, nel profondo, questo mi faceva stare male.

La verità è che ero un adolescente confuso, travolto da fin troppi sentimenti. Avevo visto un ragazzino dodicenne venire sculacciato dal padre, ed improvvisamente ero stato travolto da tutto quello: da quei buoni sentimenti verso il ragazzino, dall'attrazione, dal desiderio osceno di sculacciarlo. Dove finiva l'attrazione morbosa per le sculacciate (che comunque c'era sempre stata, ma ben nascosta, Marco l'aveva semplicemente tirata fuori allo scoperto) ed iniziava l'attrazione sessuale per il ragazzino?

Questo è esattamente ciò che mi riempiva la testa, mentre il tempo scorreva. Dal giorno del diciottesimo compleanno del mio migliore amico non avevo più visto il ragazzino. L'avevo cercato, quindi evitato, quindi cercato di nuovo. La fortuna sembrava aver chiuso con me, perché non capitavano più quelle preziosissime occasioni che precedentemente mi erano stato concesse.

Poi era venuta l'estate. Le vacanze, i viaggi, il mare. Il mio diciottesimo compleanno. Gradualmente, avevo cominciato a dimenticarmi di Marco. No, dimenticarmi no, davvero... però ero riuscito a metterlo da parte, intenzionato seriamente a vivere la mia ultima estate da liceale. Presto l'estate sarebbe terminata, sarebbe ricominciata la scuola. L'ultimo anno di liceo era alle porte, ed io avevo appena diciotto anni.

Il moccioso, in verità, era una presenza debole, ma sempre costante nella mia testa affollata da mille preoccupazioni. Presto sarebbe ricominciata la scuola, avrei avuto davvero troppo da fare. C'era da pensare all'Università. Dovevo studiare per prendere la patente. Il mio migliore amico che voleva andare a Medicina,