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Marco il Moccioso
3 – Il regalo più grande

by Oneiros

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 08 Jun 2010


3. Il regalo più grande

 

Le carte finalmente erano state scoperte. A quel punto, non restava che mettersi a giocare seriamente.

Tanto io quanto Marco avevamo affrontato i nostri timori, le nostre reticenze, ed accettato il nostro piccolo grande segreto. La domanda adesso era: cosa sarebbe successo? Dove ci avrebbe condotto questo nostro segreto? E fino a che punto sarebbe rimasto un segreto? Da bravo tardo adolescente, non avevo smesso un solo istante di farmi tutte quelle domande. Del resto, il mio rapporto con il ragazzino era cosa nuova. Non avevo certamente qualcuno con cui parlarne, al quale chiedere consiglio. Era una cosa nostra soltanto, e l'avrei dovuto affrontare da solo.

No, non da solo. Perché anche il ragazzino era nella mia stessa situazione, ovviamente. E mentre io ero un tardo adolescente ancora confuso, all'ultimo anno del liceo, lui era un ragazzino che il liceo l'aveva appena cominciato, e che l'ingresso nell'adolescenza gli aveva riservato sin da subito sorprese ed imprevisti.

Nonostante ciò, non ci siamo lasciati abbattere dalle difficoltà. Le cose, dunque, sono proseguite normalmente, da sole, senza che noi potessimo farci qualcosa. Continuammo a vederci, con regolarità. Studiavamo insieme, giocavamo, parlavamo... ad uno sguardo distratto eravamo esattamente due amici e niente più. Io il ragazzo grande, bravo e buono, e lui il ragazzino vivace bisognoso di una guida e di un confidente. Se poi ogni tanto ci scappava qualche discorso strano, qualche racconto di sculacciate, chi l'avrebbe mai saputo?

Era tutto qui, insomma. Del resto, cos'altro avrei mai potuto volere?

In realtà, qualcosa forse già c'era... qualcosa si agitava oscuro nelle profondità del mio animo, e prima o poi anche questo demone sarebbe venuto fuori. Ma è meglio procedere con calma.

Eravamo rimasti, dunque, al grande giorno delle rivelazioni. Marco era stato sculacciato da suo padre perché aveva fatto tardi, e l'indomani ero volato a consolarlo. Era il sette gennaio, e l'indomani sarebbe cominciata la scuola. Il ritorno a scuola sarebbe stata la prova del nove. Avrebbe approvato o negato la deriva che il nostro rapporto aveva preso. E il risultato fu... beh, abbastanza positivo. In realtà, quando eravamo a scuola, sembrava non esser successo nulla. Ci salutavamo, ci vedevamo. Chiacchieravamo a ricreazione. Ma lui aveva la sua classe ed i suoi amici, ed io i miei. Rimanevamo, agli occhi di tutti, due grandi amici, e basta. Certo, ogni tanto ci lanciavamo certe occhiate... era bello questo sguardo d'intesa, questo gioco di occhi, invisibile a tutti gli altri.

Un paio di volte alla settimana studiavamo insieme, per lo più quando avevo un carico di compiti più leggero, e allora potevo concedermi tranquillamente di trascorrere un intero pomeriggio dal moccioso. Anche qui, nessun grosso apparente cambiamento. Ma, come dicevo prima, tra una partita alla playstation ed una ripetizione di storia, ci scappava qualche racconto strano, qualche confidenza.

La verità, a ben vedere, era che Marco restava ancora un ragazzino.

Così era per me, che riuscivo sempre a vedere il moccioso dagli occhioni ambrati che mi aveva incantato la prima volta.

E così era, soprattutto, per suo padre, che non esitava a sculacciarlo ancora, nonostante andasse per i quattordici anni.

Qualche mese più tardi, quando il gelo invernale cominciava a sciogliersi, festeggiò finalmente l'agognato traguardo dei quattordici anni. Cresceva a vista d'occhio, sia nel fisico che nel carattere. Ed io lo trovavo sempre adorabile. Era così maledettamente carino quando cercava d'atteggiarsi a ragazzo più grande. Ovviamente aveva dato una grande festa, ma i miei propositi di trovare qualche momento per me e lui soltanto non erano piaciuti al destino. Alla festa era ovviamente presente il cugino, il mio migliore amico, che in effetti avevo cominciato a frequentare sempre meno. Sprovvisto, oltretutto, della sua ragazza al momento, mi era stato appiccicato per tutta la durata della festa, nel tentativo di sopravvivere all'orda inferocita di quattordicenni. C'erano poi, appunto, tutti gli altri ragazzini. Quello era il momento di Marco, come avrei potuto pretendere di mettermi tra lui ed i suoi compagni?

Ma se sembrava che Marco si fosse lasciato trascinare dall'euforia della festa, senza pensieri per me, beh, dovetti ricredermi. La festa era caduta nel bel mezzo della settimana: voler festeggiare il giorno esatto del suo compleanno, senza aspettare il sabato, rientrava nel suo atteggiamento da ragazzo più grande. Comunque, il giorno dopo mi ritrovavo a casa sua per studiare. Era il secondo appuntamento settimanale. Il ragazzino era ancora preso dall'euforia del festeggiamento, ed aveva ben poca voglia di studiare. La mia pazienza quel giorno scarseggiava, così venti minuti dopo chiusi anch'io i libri e lo seguii nella sua stanza, apparentemente a giocare. Apparentemente, perché il ragazzino aveva sì acceso la playstation, ma non sembrava aver voglia di giocare. Ben presto lasciò perdere il gioco e venne al dunque.

“Ieri è stato bellissimo.” Iniziò, avvicinandosi al letto, dove io stavo stravaccato. “Spero ti sia divertito, nonostante la presenza di tutti i miei compagni!” Sogghignò.

“Oh, non preoccuparti. Tuo cugino mi è stato addosso come una cozza!” Marco scoppiò a ridere, e prese posto sul letto accanto a me.

“Comunque, mancava solo una cosa, in effetti...”

“Cosa? Mi pare che hai avuto tutti i regali che volevi!”

“Sì, sì, ma...” ed assunse un'espressione molto particolare. “Era il mio compleanno, no? E se anche non è una nostra tradizione...” Lo guardai, perplesso. Non capivo proprio dove voleva arrivare. “Non ho avuto la mia birthday spanking!”

Sgranai gli occhi. “Oh!” Risposi, stupito. Il ragazzino mi guardò con un'espressione assurdamente seducente e maliziosa. “E ti pareva!” aggiunsi, sogghignando. E intanto mi chiedevo: e se volesse chiedermi di...

“Beh, ormai è troppo tardi!” rispose rapidamente il ragazzino, facendo spallucce. “Pazienza!” E fece per alzarsi, a tornare a giocare. Tipico di lui, stuzzicarmi e poi fuggire via!

“Eh, no, non è mai troppo tardi!” Dissi, e lo afferrai per un braccio prima che saltasse giù dal letto. Il ragazzino strillò con fare infantile, ma si lasciò tirare verso di me. “Rimediamo subito!” aggiunsi, lottando per mettere Marco in posizione. Il ragazzino lottava, ma fino ad un certo punto. Non capivo se era tutta una scena, oppure se fosse veramente dubbioso, se lasciarsi sculacciare o meno.

“No no no no!” cominciò a ripetere il ragazzino, cercando di divincolarsi, e scalciando. Ma io ero certamente più forte, e riuscii a inchiodarlo sul letto, tenendogli un braccio dietro la schiena. “Non lo farai sul serio!” esclamò il ragazzino, ma la voce sembrava divertita, e quindi non esitai: gli sferrai un paio di sculaccioni sui jeans. Marco strillò, io lasciai la presa e lui, scuotendosi, rotolò giù per terra. Scoppiammo a ridere entrambi. Quindi Marco si rialzò e tornò a sedersi sul letto.

“Ci dovevi pensare prima!” mi disse, a mo' di rimprovero. “Ma magari, la prossima volta...” aggiunse, malizioso. E a quel punto se ne tornò a giocare, come se niente fosse successo, lasciando me stupito, vagamente imbarazzato... ed eccitato.

 

A questo punto occorre procedere con un salto in avanti, perché non accadde niente di rilevante per quasi un mese e mezzo. Finché, insomma, un altro episodio forse irripetibile comportò un ulteriore passo in avanti del nostro strano e complicato rapporto.

La primavera era letteralmente esplosa, e s'incominciava a intravedere la fine dell'anno. In quel periodo frequentavo poco il ragazzino, preso com'ero da quel che accadeva a scuola, tra gli ultimi compiti, le simulazioni delle prove d'esame e così via. Più e più volte avevo saltato i nostri appuntamenti settimanali, a malincuore, certo, ma sapevo prima o poi mi sarei rifatto. Il sabato, almeno, continuavamo a vederci. Lui per lo più usciva con i suoi amici, ma trovavamo sempre un modo per vederci. Spesso gli davo il passaggio di ritorno a casa, e ne approfittavamo per stare un po' insieme, fare qualche giro in macchina, e parlare. Marco parlava sempre, aveva sempre qualcosa da dire, qualcosa da raccontare. E a me, tutto sommato, non mi dispiaceva.

Un sabato pomeriggio mi arrivò un suo messaggio. Era una richiesta trafelata di conforto. Voleva che andassi da lui, subito. Ed io ovviamente non mi feci aspettare. Ogni volta che mandava simili stringati messaggi imperativi, era successo qualcosa. E quasi sempre si trattava di una sculacciata.

Quando arrivai a casa sua, lo trovai solo, il volto ancora piuttosto arrossato dal pianto, ed i soliti pantaloni della tuta che indossava in quei casi. A giudicare dall'aspetto, doveva essere stata molto dura. In genere, Marco cercava di darsi una sistemata prima di vedermi, ma quella volta sembrava proprio ridotto male.

Come gli apparvi davanti, comunque, mi guardò per un istante con infinita tristezza e poi si lanciò su di me, in un abbraccio disperato. Risposi all'abbraccio, ancora sulla soglia, e sentii il mio petto inumidirsi.

“Ehi, piccolo, va tutto bene...” gli sussurrai, carezzandogli i capelli. Marco si strofinò il volto (sulla mia felpa!), si asciugò le lacrime che di nuovo stavano uscendo e finalmente si staccò. Entrai e raggiunsi, dietro di lui, la cucina. Ancora non aveva detto una parola. E questo sì che era un segno inequivocabile.

“No, no... tu hai proprio bisogno di qualcosa di altamente consolante.” Gli dissi, mentre mi prendevo da bere. Ormai conoscevo quella casa praticamente meglio di Marco, che invece non trovava mai nulla al posto giusto.

“Mi basti tu.” Rispose il ragazzino, ed io ebbi una stretta al cuore.

“Io... ed una cioccolata calda. Che ne dici?”

“Si può fare...”

E così preparai una delle mie fantomatiche cioccolate. Come ripetevo sempre, non c'è niente di meglio di una confortante cioccolata calda. Marco mi osservò lavorare, in silenzio. Cercai di affrettarmi, ma la cioccolata aveva bisogno del suo tempo. Alla fine, riempii due tazze e mi feci seguire da Marco verso la sua camera. Ci buttammo sul letto, le tazze fumanti tra le mani.

Marco prese qualche sorso, mormorò qualche apprezzamento, e poi la mise da parte, pronto finalmente per parlare...

“Io lo odio!” Cominciò a dire. “Proprio lo odio, mio padre!” E di nuovo il suo volto fu contratto in una smorfia di odio misto a dolore e tristezza.

“Su, vieni qui...” gli dissi, e Marco si lasciò condurre tranquillamente nel mio abbraccio. Non solo: si piazzò praticamente addosso a me. E riprese dunque a parlare, e raccontò tutto, con una ricchezza di dettagli ancora maggiore del solito.

In sostanza, era successo un equivoco, che suo padre aveva trasformato in una tragedia. Un suo compagno gli aveva chiesto di tenergli il pacco di sigarette durante la ricreazione. Poi se ne era dimenticato. Ma suo padre l'aveva trovato, e credendo fossero sue scatenò l'inferno. Non gli credeva, affatto. Era davvero convinto fossero sue, o che le avesse rubate, o che semplicemente le condividesse col suo amico. Il fatto che molti suoi compagni fumassero non voleva dire fumasse anche lui, provò a convincerlo, ma senza riuscirci. E così, si beccò una sculacciata fenomenale. Con la cintura, sul culo nudo, ovviamente, per un lasso di tempo che gli era sembrato eterno. La cintura di suo padre tuonava e calava rapidamente, con una violenza inaudita. Lui si era ormai abituato a prenderle con la cintura, mi aveva detto, ma quella era stata davvero un'altra cosa.

Alla fine del racconto era di nuovo singhiozzante. Lo strinsi a me, e di nuovo si asciugò le lacrime sulla mia felpa, pronunciando parole di odio rivolte a suo padre. Cercai di consolarlo e confortarlo al meglio, rassicurandolo e coccolandolo.

“Come farei senza di te?” mi disse, una volta staccata la testa dal mio petto. E mi sorprese, stampandomi un bacio affettuoso sulla guancia. “Hmm, tutto questo piangere mi sta facendo venire sonno...” aggiunse, suonando graziosamente infantile.

In quel momento, io ero seduto sul letto, la schiena contro lo schienale, le gambe distese in avanti. Marco mi stava seduto sopra, le sue braccia attorno la mia schiena. Lasciai che scivolasse, appoggiando la testa su una spalle, e rimanendo di fatto seduto sulle mie gambe... pericolosamente vicino a quel che ci stava in mezzo... Cominciai dunque a coccolarlo, a fargli i grattini, ed incontrai l'approvazione dei suoi mugolii. Cominciai con il collo, poi lasciai scivolare la mano sotto la sua felpa, partendo dalla parte più bassa della schiena. Il ragazzino apprezzava anche i grattini sulla schiena. Marco, intanto, teneva gli occhi chiusi, finalmente l'espressione serena.

“Ti fa ancora male?” chiesi, ad un tratto, un po' per scuotermi. Con quei grattini mi stavo incantando anch'io.

“Decisamente...” sussurrò il ragazzino, senza aprire gli occhi né muoversi. “Non potrò sedermi fino a domani, di sicuro.” Avevo entrambe le mani sulla schiena di Marco. Pertanto, lasciai scivolare la destra... sempre più giù, diretta verso il sedere del ragazzino, che quella posizione mi offriva in maniera deliziosa.... E mi fermai. Sarei riuscito a scendere, a portare la mia mano sul suo sedere? Una parte di me voleva farlo, lo desiderava ardentemente, sapeva che era l'occasione perfetta. Un'altra parte di me non voleva, sarebbe stato approfittarsi del dolore di Marco. Ed una piccola, ulteriore parte di me sapeva che era quel che Marco voleva. La partita finì 2 a 1: e così, presi coraggio e feci scivolare la mia mano sul suo sedere, fasciato dal tessuto dolce della tuta.

La prima impressione fu: quant'è caldo!

Marco si lasciò andare qualche mugolio.

“Ti... ti dà fastidio?” chiesi titubante.

“No... continua.”

Ottenuta l'approvazione ufficiale, non esitai più. Mi concentrai interamente su quella mano, lì stavano tutte le mie sensazioni. Attraverso la tuta sentivo il calore che il suo culetto emanava, percepivo il tessuto inferiore delle mutande, cominciai a seguirne le linee e capii che indossava dei boxer aderenti, cominciai a chiedermi che colore fossero, cominciai ad immaginarli, e a quel punto cominciai a rendermi conto della mia erezione che premeva, e di Marco che vi stava esattamente sopra. Eppure, non smisi.

“Caspita, è davvero caldo...” mormorai. L'eccitazione saliva, mentre il buon senso scemava. E mi misi in testa una strana idea. “Chissà com'è sotto...” aggiunsi, e senza nemmeno aspettare la risposta di Marco, infilai la punta delle dita oltre l'orlo della tuta e delle mutande, sfiorando la pelle caldissima.

“Dimmelo se ti faccio male.”

“Hmmm, no...” mormorò Marco. E dunque continuai, e lasciai affondare tutta la mano all'interno.

Ed il piacere mi invase.

Marco cominciò a muoversi, in maniera appena percettibile, ma non mi parve un rifiuto, e quindi mi lasciai travolgere dal piacere. Il mio cazzo pulsava, duro come una roccia, mentre la mia mano avida strofinava la pelle morbida e caldissima del sedere di Marco, accarezzando e stringendo i glutei. Finché una mano sola non mi bastava più, e subito la raggiunse l'altra. Continuai così, Marco che respirava pesantemente aggrappato a me, mentre le mie mani stringevano le sue deliziose chiappe.

Il piacere aumentava, l'eccitazione saliva. I miei freni inibitori erano saltati completamente, e a quel punto la mia mano destra agì da sola. Un paio di dita scesero, precipitarono nella ripida crepa in mezzo alle chiappe del ragazzino, tastando quella linea di pelle segreta che conduceva al buchetto. Marco mugugnò ancora e strinse la presa, ma non oppose alcun rifiuto. Spazzato via l'ultimo brandello di buon senso, il dito medio atterrò esattamente sul buchetto, caldo quanto avrei mai creduto, e cominciò a spingere, deciso a violare quel portale mistico. Marco, in risposta, strinse troppo la presa, affondando le unghia sulla mia pelle, in un'istintiva reazione al dolore, e allora tolsi subito il dito. Occorreva lubrificarlo. Dovevo accontentarmi della saliva, così, bagnato a dovere, tornai a spingere il dito in quella fessura nascosta.

A quel punto, toccava a Marco decretare lo sviluppo della situazione. Poteva fermarmi,