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Tommaso e Andrea
Part 3 – Rivelazioni 

by Sherwin Miller

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 06 Feb 2011


Rivelazioni

Come era naturale che fosse, Tommaso e Andrea ebbero il primo screzio. Difficile definirlo litigio, certo discussero e nemmeno poco, perché Tommaso era abbastanza testardo e veemente, e Andrea non voleva dargliela vinta; così, quel venerdì sera, Andrea disse a Mario che non sarebbe venuto da loro, accampò un generico “devo andare via con i miei” e lasciò la ditta verso le sei e mezzo.

Mario rimase un po' perplesso, in effetti Tommaso quella mattina non gli aveva fatto la solita testa di tutti i venerdì sull'arrivo di Andrea la sera e sui programmi per il week end ma non ci aveva dato peso.

Voleva chiedere ad Andrea 'avete litigato per caso', ma decise che era meglio di no, che erano affari loro e quindi lo salutò, augurandogli buon fine settimana.

Andrea pedalò fino a casa abbastanza triste, era la prima volta in diversi mesi che non passava il fine settimana con Tommaso e la cosa gli sembrava strana; ma era convinto di essere nel giusto e non voleva cedere, ma quanto gli mancava il suo amore...

Sarà meglio fare un passo indietro, alla notte tra domenica e lunedì della settimana precedente.

I due ragazzi erano in camera “loro”, nel letto di Andrea, e avevano appena fatto l'amore ed erano stanchi ma soddisfatti. Ad un certo punto Andrea notò che Tommaso si toccava continuamente il pube, e gli chiese scherzosamente: “Cos'hai, le pulci o pisellino è tornato nel mondo dei vivi?”

“Bleah, le pulci. No, mi frizza un po' e mi fa un po' male qua”, rispose Tommy indicando il pube, alla base del ciuffo di peli che faceva da corona al pisello.

“Parecchio?”

“Beh, si, brucia abbastanza”

“Da quando?”

“Da una settimana”, ammise Tommaso

“E perché non me lo hai detto, stupidino?”

“E tanto che facevi, mica sei un dottore!”

“Magari avremmo evitato di sforzarlo come abbiamo fatto in questi due giorni”, rispose Andrea alzando le sopracciglia

“Si, figurati. Avevo, anzi, avevamo una voglia troppo grande!”

“Devi andare dal dottore”

“Scordatelo. Cosa gli dico, mi brucia il cazzo perché l'ho messo troppe volte nel culo al mio ragazzo?”

“Non dire stronzate”, rispose Andrea un po' arrabbiato, poi aggiunse: “Primo, al dottore puoi dire tutto perché quello che gli dici resta fra te e lui. Togliti dalla testa che lo va a dire a tuo padre”

“Non lo conosci, sono amici da una vita, gli racconterebbe tutto”

“Allora è un medico del cazzo”

“Non è un medico del cazzo e io non ci vado”

“E finchè non ci vai noi non scopiamo più!”

“Vaffanculo!”, rispose Tommaso, e andò nel suo letto; Andrea sospirò e non gli dette la soddisfazione di iniziare a rispondere a tono. Se fossero stati soli gli avrebbe dato una buona sculacciata, ma naturalmente Mario era in casa. Eppoi dovevano imparare a gestire anche le liti, e non potevano finire tutte a baci e sculacciate.

Passò qualche minuto, e Tommy tornò da Andrea.

“Senti, scusami, non volevo dire quello che ho detto”, gli disse entrando sotto le coperte con lui.

“Lo so, sei nervoso e ti fa male. Ma non sappiamo cosa fare e abbiamo bisogno di aiuto.”

“E se facessi un po' di impacchi con l'acqua calda?”

“MI sa che non servono ad una sega, tanto per restare in tema” rispose Andrea ridacchiando.

“Tanto non ci vado, è troppo imbarazzante”

“Tommy, amore mio, prima o poi dovrai farlo”

“No, davvero. Aspettiamo e vediamo”

Così la settimana iniziò con questa piccola ombra tra loro e si aggiornavano via sms e la sera al telefono; quando, il giovedì, al telefono, Tommaso disse ad Andrea che gli aveva fatto male tutto il giorno, che gli bruciava di più ed era rosso sulla punta, Andrea riperse la pazienza.

“Non puoi fare il coglione così! Tu domani pomeriggio vai dal dottore, se no ti ci porto io sabato!”

“Nemmeno di peso mi ci porti!”, rispose Tommaso.

“E allora non vengo nemmeno!”

“Provatici!”

“Certo che non vengo, tanto tu le cose o le capisci così o non le capisci!”

“Parla quello che sa tutto!”

“No, proprio perché non lo so ti dico che devi andare da qualcuno che sa. Sei proprio scemo quando fai così”

“E tu sei stronzo se non vieni!”

Avete mai provato a litigare sottovoce? È difficile, ma ci si riesce...

“Tommy, non voglio litigare, ti amo pazzamente ma lo sai che ho ragione”

“NON ME NE FREGA SE HAI RAGIONE”, rispose Tommaso urlando

“E ALLORA RESTA DA SOLO A MASSAGGIARTI IL PISELLO CHE TI BRUCIA”, rispose Andrea e riattaccò.

Tommy scagliò il telefono sul pavimento e si buttò sul letto con la faccia sul cuscino; era arrabbiato, voleva urlare e piangere e non gli usciva niente, gli faceva male l'inguine e il pisello gli bruciava sempre più.

Passarono un venerdì veramente brutto entrambi, ma non si mandarono nemmeno un messaggino. Nessuno dei due voleva cedere, ed ecco come siamo arrivati al venerdì sera in cui Mario tornò da solo a casa...

***

La casa era buia e silenziosa, Mario entrò e andò a cercare Tommaso in camera sua; il figlio gli rispose a monosillabi dal letto, dicendo che aveva sonno e non aveva fame. Mario era preoccupato, ma sul momento pensò che era meglio lasciarlo stare; ora era quasi certo che aveva litigato con il suo amico.

Mangiò da solo, guardò un po' di televisione e poi tornò da Tommaso; lo trovò che dormiva vestito di tutto punto, gli tolse le scarpe ma per timore di svegliarlo si limitò a quelle, anche se l'istinto era di trattarlo come un bimbo piccolo e mettergli il pigiama; avrebbe voluto dire svegliarlo, e poi gli sembrava brutto farlo ad un quattordicenne.

La mattina dopo Tommy si svegliò affamato e di pessimo umore, dolorante e irritato; aveva persino paura a fare pipì, ma per fortuna non ebbe la sensazione di provare più male e questo un minimo, pur senza sapere niente, lo confortò.

Scese in cucina, bofonchiò un buongiorno al padre e poi iniziò a fare colazione.

“Vieni con me all'ipercoop a fare la spesa”

“No”

“Dai, su che ti fa bene uscire”

“Ho detto no e basta”, rispose Tommaso

Mario restò perplesso, non era da lui rispondere così sgarbatamente, ma lasciò perdere e si mise a lavare le tazze della colazione.

“Pensi di stare in casa tutto il giorno”, gli chiese poi

“Boh, che ne so. Forse anche si”

“Allora ti posso lasciare un po' di cose da fare mentre io faccio la spesa”

“Scordatelo, non ho voglia di fare niente”, rispose Tommaso senza nemmeno guardarlo

“Trovala la voglia e datti una calmata. Io non ti ho fatto niente”

“E chi ti ha detto che hai fatto qualcosa? Lasciami stare e basta”

Mario si rimise a sedere, e prese la mano del figlio.

“Ascolta, se è successo qualcosa con Andrea dimmelo. Magari ti fa bene sfogarti”

“Ma che cazzo vuoi sapere, che cazzo c'entra Andrea! Non ho voglia e basta!”, rispose Tommaso togliendo la mano.

“Ti do un solo avvertimento: smetti all'istante di rispondere così perché se continui le prendi, sono stato chiaro?”

“Si, si, certo. Tu lasciami in pace e io non rispondo a cazzo”

“Sarà meglio che vada a fare la spesa, e quando torno spero di trovarti meglio perché così sei insopportabile”

“Ecco, si, meglio che vai e stai fuori anche parecchio che lo preferisco e visto che ci sei vai anche aff...”, ma non finì la frase perché si pentì immediatamente di quelle parole; non ebbe tuttavia molto tempo per chiedere scusa: si era ritrovato sulle ginocchia del padre con i pantaloni abbassati nello spazio di un amen e fu una sculacciata epocale per Tommy. Ci furono grida, strepiti, un grande agitare di braccia e gambe ma non servì a niente; le prese, e le prese tutte e forti, fino a che non ebbe il fondoschiena completamente arrossato.

Alla fine qualcosa si ruppe dentro Tommaso, e le grida si trasformarono in singhiozzi e gemiti, cominciò a piangere come non faceva da anni, a chiedere scusa in modo incoerente e Mario smise immediatamente di sculacciarlo; lo fece sedere sulle sue ginocchia e lo abbracciò stretto, lasciandolo sfogare.

“Non ti lascio finchè non dici cosa è successo. Scusami per le sculacciate, ma le hai veramente chieste”

“Lo so... lo so..” rispose Tommaso tra un singhiozzo e l'altro

“Dovresti darmene di più, sono stato veramente uno stronzo... con te e con Andrea”

“Adesso vai a lavarti la faccia, poi vieni di la in salotto e mi racconti tutto, ma proprio tutto. Non c'è niente che tu non mi possa dire, niente. Capito?”

“S.si...”, rispose il ragazzo, e dopo un ultimo bacio sulla fronte da parte del padre andò a darsi una sistemata in bagno; si lavò la faccia, si guardò allo specchio e si vide veramente uno straccio.

Aveva paura, ma non aveva scelta.

***

Andrea, nel frattempo, era in condizioni simili se non peggiori. Era pentito di essere stato così duro con Tommaso, non sapeva che fare e si rigirava nel letto; pensò di andare a prendere l'autobus per arrivare fino a casa loro, pensò di telefonare, di mandare un sms ma non voleva fare il primo passo. Così restò a letto, in preda alla tristezza e all'angoscia.

***

Tommaso aveva raggiunto suo padre sul divano, gli occhi ancora rossi dal pianto (liberatorio) che aveva fatto, il culetto dolorante (ma non gli importava più di tanto). Si mise a sedere accanto a lui, incapace di iniziare a parlare.

“Tommy, stiamo qui fino a notte, te l'ho detto. Devo –anzi, voglio– sapere cosa sta succedendo. Non eri tu quello in cucina, non eri tu”

“Ho litigato con Andrea”, rispose Tommaso prendendola un po' alla larga.

“E perché?”

Pausa di silenzio.

“Perché... perché lui voleva che facessi una cosa che non voglio fare”

Un campanello di allarme, della durata di un secondo, attraversò il cervello di Mario ma svanì subito.

“Spiegati meglio perché questa non è una bella frase da dirsi”

“No, aspetta, non fraintendermi”, disse Tommaso, e alla fine prese un respiro lungo e parlò.

“Senti, è una settimana che mi fa male l'inguine e ho... ho.. ho..., insomma, ho il pisello arrossato e mi brucia, ecco qua. Lui voleva per forza che andassi dal dottore, io non ne volevo sapere e abbiamo litigato”

Mario represse un sorriso perché non era il momento, poi carezzò la testa del figlio.

“Dire che ha ragione è dire poco... e perché non me lo hai detto? Avevi paura che dicessi la stessa cosa che ha detto Andrea?”

“Beh.. si e no”

“E perché non vuoi andare dal dottore? Mica è uno sconosciuto. Ti ha visto nascere, è uno dei miei migliori amici, si toglierebbe un braccio per te”

“Lo so, lo so, lo so.”

“C'è dell'altro”, affermò Mario con voce calma.

“Si”, rispose Tommaso con un filo di voce

Mario lo abbracciò ancora, lo carezzò per confortarlo; ora era di nuovo il suo bimbo piccolo che aveva bisogno di certezze, era il cucciolo che cercava il capobranco.

“Senti, papà, non ti arrabbiare, ti prego. Ma te lo devo dire”

“Dirmi cosa? E ti prometto che non mi arrabbio. Mi arrabbio quando mi tratti come prima, quando non sei te”

Ci fu una pausa, nella quale Tommaso si guardava le punte delle dita, poi prese il coraggio a due mani e cercò di fermare i battiti del cuore. Si sentiva prossimo a svenire.

“Papà, Andrea è il mio ragazzo”

Fu come se fosse tolto un velo, uno strato di nebbia. Mario sorrise e sentì gli occhi inumidirsi. Suo figlio aveva abbastanza fiducia in lui, abbastanza amore per lui da confidarsi fino a quel punto.

Sorridendo, e tenendo forte la mano di Tommaso gli rispose.

“E allora? Dov'è il problema?”

Tommaso ci mise un attimo a capire la portata della risposta del padre, poi tremò tutto per lo scarico della tensione. Sentì l'adrenalina defluire, sentì il cuore che batteva ma per il motivo opposto: non per timore, ma per gioia.

“Non sei arrabbiato?”

“Io? E perché dovrei? Sono felice perché ho un figlio meraviglioso che trova il coraggio di confidarsi con me e di dirmi cosa è, non vedo cosa potrei chiedere di più”, gli disse, ignorando di avere due lacrimoni che gli scendevano sulle guance.

“E poi –aggiunse– tu sei il ragazzo migliore del mondo, un figlio stupendo ed hai avuto la fortuna di trovare una persona come Andrea... Mica penserai che non l'avevo pensato, che non l'avevo capito?”

Tommy fu stupefatto.

“Lo avevi capito?”

“Lo pensavo, non ero certo. Speravo sempre che tu venissi da me, come hai fatto ora, e me lo dicessi”

“Avevo paura”

“Di cosa? Che non ti accettassi? Io non devo accettare proprio niente, ti voglio così come sei”

SI ritrovarono di nuovo abbracciati, e stettero parecchio l'uno nelle braccia dell'altro, senza parlare.

“Sei la persona più bella del mondo”, gli disse Tommaso mormorando nell'orecchio.

“E tu sei tutto quello che ho e di cui ho bisogno”, gli rispose Mario.

Dopo altri minuti fatti solo di silenzio e di conforto, di ritrovamento e di scoperta, Mario riprese a parlare.

“Tommy, in ogni caso Andrea ha agito benissimo e ha ragione. Ora ti vesti, andiamo dal doc e sentiamo –anzi senti– cosa ti dice. Sono sicuro che non è niente, ma togliamoci il pensiero. E prima di uscire chiama Andrea, o mandagli un sms. Sono sicuro che è a casa disperato, non è vero che andava via con i suoi come mi ha detto. Ora capisco perché ieri sera era così giù”

“Era triste?” chiese Tommaso con una punta di angoscia

“Molto”

“Che stronzo sono stato”

“Non colpevolizzarti troppo. CI vogliono anche queste cose per crescere insieme, e voi lo state facendo.”

“Gli mando un sms. Dubito che riesca a parlarci senza iniziare a piangere come un vitello”

“Digli che passiamo a prenderlo dopo il dottore, che tenga pronta la valigia”

“Ok, papà”

Così Tommaso scrisse il messaggio ad Andrea :“Sto andando dal doc con papà prepara valigia ti passiamo a prendere dopo TI AMO TANTO PERDONAMI”

***

Andrea si scosse quando sentì l'avviso di messaggio, era quello di Tommaso (cioè la sua voce registrata che diceva “Andre” con un tono dolcissimo). Per un attimo non sapeva se leggerlo subito o meno, poi si scosse e premette 'Visualizza'.

Sorrise immediatamente appena finì di leggerlo, rispose al volo “TI AMO E BASTA VI ASPETTO AL PORTONE”, poi non si lavò nemmeno: si vestì, preparò la valigia e si precipitò giù: non pensò che avrebbe dovuto aspettare senza sapere quanto, voleva vedere da lontano la macchina e correrle incontro.

***

Comunque, la visita non fu lunghissima. Andarono a casa del dottore, approfittando della lunga conoscenza; Tommaso fu stupito quando il padre aspettò fuori, sul momento non capì il motivo poi ci arrivò: voleva dire che suo padre lo considerava abbastanza cresciuto da avere un suo personale rapporto con il dottore, non era più “il figlio di”, ma Tommaso, con i suoi problemi e le sue esigenze e il suo diritto a parlare a quattr'occhi con il suo medico.

Per un attimo fu sopraffatto dalla riconoscenza, stava per tornare indietro e abbracciare suo padre; poi ripensò a quello che gli aveva detto poco tempo prima e si vergognò, arrivò a benedire quelle sculacciate perché erano state le più meritate di tutta la sua esistenza.

Gli lanciò un sorriso ed entrò dietro al dottore.

***

Quando uscirono, non più di 15 minuti dopo, Tommaso sembrava più leggero. Mario e il medico si strinsero la mano.

“Mario, tutto a posto. Solo una leggera infiammazione, niente di più. Questa è la ricetta per una pomata, tra 10 giorni se c'è ancora deve tornare e allora avrò il piacere di giocare a freccette con il suo posteriore –sapeva che Tommy detestava le punture– ma vediamo prima come agisce la pomata. Per il resto, tutto a posto. Ciao, campione” disse poi a Tommaso scompigliandogli i capelli; gli strinse la mano come a tutti i suoi pazienti, rifiutò di essere pagato come al solito e i due adulti scambiarono altre due parole sul vedersi a cena nei prossimi giorni.

Una volta in macchina Mario chiese con naturalezza come era andata.

“Allora, tutto bene? Ti va di dirmi cosa ti ha detto?”

“Certo, papà” rispose Tommaso istantaneamente. “Ma prima –proseguì– ti devo, nell'ordine: ringraziare per avermi mandato da solo dentro