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Daniele

by Sherwin Miller

Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 10 Jul 2011


Daniele

 

Sono le 6 passate e nessuna traccia di Daniele, ed è la terza volta in meno di due settimane.

'Così non va', mi dico per l'ennesima volta sospirando.

Daniele è mio figlio, ha 13 anni e mezzo e sta passando un periodo, diciamo così, involutivo (o evolutivo, fate voi). Biologicamente parlando non sarebbe nemmeno mio figlio, nel senso che ho sposato sua madre quando lui aveva solo 2 anni, e quando lei ci ha lasciato ne aveva 4 appena compiuti. Siamo così rimasti solo io e lui e dire che siamo 'molto legati', come si usa in questi casi, non rende per niente l'idea. Siamo attaccatissimi l'uno con l'altro, abbiamo un rapporto molto intenso e –anche se non sempre– più da eguali che da padre e figlio.

Lui sa che non sono suo padre, ma non mi ha mai chiamato in modo diverso da 'papà' e non ha mai pensato a me se con come suo padre.

Tendenzialmente è un ragazzo d'oro e non mi ha dato mai la minima preoccupazione, siamo abituati a dirci tutto e a condividere tutto; io non mi sono mai né risposato né sistemato in altro modo, magari ogni tanto ho avvertito la mancanza di qualcuno al mio fianco ma ha sempre prevalso la volontà di difendere l'esclusività del rapporto di Daniele con me, di non volergli ulteriormente sconvolgere la vita con un ulteriore adulto a lui estraneo.

Ecco, capirete che in questo contesto le ultime due settimane sono state abbastanza anomale.

Ci sono stati prima due brutti voti a scuola, i primi in assoluto, l'ignorare le mie richieste sui lavori in casa in modo deliberato e continuato, il caos crescente in camera nonostante qualche blando rimprovero, e ora, per la terza volta, non è a casa all'ora in cui era atteso visto che i compiti per il giorno dopo sono ancora da iniziare.

Oltre che preoccupato perché non so dov'è (o meglio, so che è fuori con i suoi compagni di classe, al cinema, ma non so se è sulla via di casa o ancora al Warner Village) sono preoccupato per l'andazzo in generale che sta assumendo e, a questo punto, anche un po' incazzato.

Quindi, quando finalmente fa la sua apparizione, non mi trova decisamente di buon umore e neanche lui sembra però felice, magari è consapevole che sta veramente tirando la corda oltre ogni limite.

Prima lo saluto, perché una delle nostre regole è che in ogni caso ci salutiamo sempre quando ci vediamo, anche se uno dei due è arrabbiato con l'altro. Sembra una cazzata, ma invece ha funzionato diverse volte come prima valvola di sfogo. Un conto è dire “Ciao Dani”, un altro è urlare –come avrei voluto, lo ammetto– “dove cazzo sei stato fino ad ora”.

“Ciao papà”, risponde guardandosi le scarpe.

“Non mi interessa sapere niente, per il momento. Fila in camera a studiare e non voglio sentire volare una mosca fino a che non hai finito, claro?”

Daniele annuisce, va in camera sua e –altro segno che si sente un po' in colpa– non sbatte la porta ma la chiude piano lasciandomi nell'ingresso parecchio depresso e preoccupato.

Traffico un po' in cucina, inizio a preparare la cena poi mi siedo al tavolo con un bicchiere di vino bianco e penso alla prossima mossa, cioè a parlare con Daniele e fargli capire che non può comportarsi così, che è l'ora di finirla e tornare in carreggiata e che, tanto per cominciare, si può scordare di uscire per almeno tre giorni e che tutti i lavori di casa trascurati devono essere fatti, iniziando da camera sua.

 

Sono quasi le otto quando vado a bussare alla sua porta, l'arrabbiatura è un po' passata ma la preoccupazione assolutamente no. Mi risponde un 'Entra pure papà“tipicamente suo, tende sempre a rispondermi in modo se non affettuoso almeno non freddo, tende sempre a 'nominarmi' come se avesse ancora bisogno di certezze e sicurezze. Io sono un sentimentalone, quindi mi sciolgo subito immaginando, oltretutto, di trovarlo alla scrivania in mezzo ai libri.

Invece è steso a letto, pancia sotto, con il libro di geografia sul cuscino, un evidenziatore a portata di mano e altri due libri in terra vicino al letto.

“Avevi parecchio da studiare per domani?”

“Ho finito ora. Geografia e due esercizi di mate”

“Vuoi rivedere gli esercizi?”

“Si, grazie”, risponde Daniele e mi porge il libro ed il quaderno, mi siedo sul letto e lui mi fa un po' di posto spostandosi.

“Sono il 34 e il 38 di quella pagina”, mi fa.

“Ok, vediamo un po'”.

Ci metto pochi minuti, gli esercizi sono fatti bene, poso il libro, gli passo la mano sui capelli e poi gli gratto un po' la schiena, lui praticamente risponde con le fusa perché sono due gesti che adora.

“Senti, Dani –inizio io– dobbiamo parlare. Non va per niente bene quello che hai fatto negli ultimi tempi e sono preoccupato. Si, quando sei tornato ero anche arrabbiato, e parecchio, ma più preoccupato che arrabbiato”

Gli rifaccio l'elenco di tutto quello che ha combinato negli ultimi 15 giorni e lui può solo annuire, perché non esagero e non gonfio assolutamente niente.

“CI manca solo –aggiungo alla fine– che tu inizi a rispondere male e poi avresti il casellario completo”

“Non lo farei mai”, mi risponde, ed è sincero.

“Comunque, che ti piaccia o meno, stavolta una punizione non la scansi. Domani e dopodomani te ne stai in casa, e sabato sera niente cinema. Capito?”

Daniele sta in silenzio, ha buttato la testa sul cuscino e la gira dall'altra parte. Cazzo, mi dico, si è pure offeso. Forse ho esagerato?

“Sai che punizione”, dice dopo un minuto, cogliendomi di sorpresa.

“Eh? Come?”

“Sai che punizione”, ripete. “Due giorni in casa e niente cinema sabato sera”, ripete con un tono strano, ma sempre senza guardarmi.

Non capisco questa reazione, pensavo a qualche discussione o protesta, invece sembra quasi deluso.

“E naturalmente rimetti a posto camera tua e fai tutto quello che avresti dovuto fare in casa negli ultimi giorni e ho fatto io al posto tuo”, aggiungo, ottenendo una scrollata di spalle.

Sono un po' interdetto, e quindi gli chiedo direttamente “Scusami tanto, ma tu che faresti al posto mio, ti diresti bravo?”

Daniele resta in silenzio ancora un po', voglio dargli tempo di rispondere e intanto continuo a carezzargli le spalle come a fargli capire che gli voglio bene comunque sia e qualsiasi cosa faccia.

Dopo un bel po' di silenzio, finalmente, risponde, e mi lascia ancora più basito e stupefatto.

“Se fossi te ecco cosa farei, mi tirerei giù i pantaloni e mi sculaccerei come si deve”

Ora è il mio turno di restare in silenzio.

Non ho mai pensato minimamente di punirlo così, anzi non c'è mai stato bisogno di punirlo in assoluto; qualche sgridata era stata, finora, più che sufficiente.

Cos'è, un tentativo di farmi capire che è davvero dispiaciuto, che c'è qualche problema del quale non vuol parlare e con questa mossa mi vuole distrarre?

Non ha idea di cosa stia dicendo, penso, e devo farglielo capire, però non posso neanche bruciare quello che penso sia una richiesta di aiuto, o comunque un segnale per quanto strano possa sembrare.

“Tesoro, tu non hai idea di quello che hai detto”

Ora si gira verso di me e mi guarda.

“Si che ce l'ho. Non mi pare niente di drammatico e se non la faccio lunga io che le devo prendere non capisco perché tu la debba fare lunga te”

“Punto primo, non ti ho mai sculacciato, anzi non ti ho mai sfiorato nemmeno con un dito e non vedo perché debba iniziare quando hai quasi 14 anni; punto secondo spiegami perché, visto che lo hai proposto te, una sculacciata sarebbe una punizione più efficace degli 'arresti domiciliari' che ho detto io?”

Non risponde subito, giocherella con la il bordo della felpa, guarda me e poi si guarda i piedi, si vede che sta pensando.

“Il fatto dei quasi 14 anni mi pare un problema che non esiste, e se finora non lo hai fatto si vede che non ce n'è stato bisogno. E poi... –attimo di esitazione– se mi prendo una sculacciata la cosa dura poco e finisce subito, tre giorni o tre settimane o tre mesi chiuso in casa non credo che mi aiutino, anzi”

Uno dei problemi –rifletto– è che Daniele non ha la più pallida idea di quanto possa essere dolorosa una sculacciata come la intende lui, o almeno come penso la intenda lui. E adesso ho un bel dubbio, togliergli subito ogni voglia di sperimentare questa punizione d'altri tempi o rifiutare decisamente? Sembra quasi, dal suo atteggiamento, che davvero lui voglia quello che mi ha chiesto.

“Dai, papà –riprende Daniele– non può essere una cosa così sconvolgente. E poi sono io che te la chiedo, mica sei entrato tu in camera mia dicendo 'ora le prendi', o frasi del genere”, e prova anche a sorridere.

Gli scompiglio i capelli e non posso fare a meno di sorridere. Mi dico anche che sono stato fortunato –e anche bravo– a costruire un rapporto così stretto con lui, se ha così confidenza e fiducia in me non devo sottovalutarlo o pensare che sia una scemenza dell'ultimo momento.

E poi c'è una vocina dentro di me che dice che ha ragione lui, nel senso che se la merita molto più ora di quando faceva qualche –raro– capriccio a otto anni e che una volta finita, tutto è archiviato e possiamo ricominciare.

Però non posso nemmeno prendere la cosa alla leggera.

“Tu non hai idea, Dani, non hai idea. Pensi che sia un gioco o una passeggiata?”

“No, assolutamente. Penso che sentirò male e che forse piangerò, però so anche che dopo non avrò né rancori né rimpianti e sarò pronto a ricominciare da capo ed evitare di fare lo stronzo come ho fatto di recente, e scusami la parolaccia”

Scuoto la testa, non ho mai fatto un problema di qualche 'stronzo' o altro, e poi devo ammettere che si, un po' stronzo è stato.

Daniele si alza dal letto, fa il giro e si piazza davanti a me, poi mi abbraccia e mi dice che mi vuole bene, tantissimo bene, e che gli dispiace per come si è comportato ultimamente, poi si sgancia i pantaloni e si piazza direttamente sulle mie ginocchia con addosso gli ultimi boxer che gli ho regalato, blu scuro con dei disegni geometrici in rilievo.

“E va bene, –mi arrendo– facciamo come dici tu; ma ti posso assicurare che alla fine desidererai di non avermelo chiesto”, gli dico accarezzandogli la schiena e alzando la felpa, in modo da scoprire per intero il suo culetto così sculacciabile coperto solo dai boxer.

Un altro vantaggio del nostro rapporto così stretto è che non c'è il minimo imbarazzo tra noi, facciamo ancora ogni tanto la doccia insieme, giriamo nudi per casa e proprio ultimamente l'ho preso in giro per la crescita esponenziale del suo –ehm..– pisello e per la giungla di peli che gli fa da contorno.

E un'altra cosa che il mio amato monello non sa è che io so perfettamente come si da una sculacciata bella tosta (e questa è un'altra storia) e sono, a questo punto, anche francamente curioso di vedere come reagirà quando se ne renderà conto.

Quindi, senza alcun preavviso ma con delicatezza gli abbasso i boxer e resto comunque un po' stupito nel vedere che non solo non fa resistenza ma anche alza un po' il bacino per facilitare l'operazione, poi attendendo il primo colpo vedo che stringe forte con una mano la coperta del letto e con l'altra il mio polpaccio.

Inizio a sculacciarlo, forte, e lo sento irrigidirsi, ma non scalcia e non si agita più di tanto. Mi fa abbastanza effetto vedere la pelle che inizia a colorarsi di rosa, e vedere l'impronta più marcata della mia mano dopo ogni colpo, ma se penso che Daniele è scioccato sbaglio perché tutto ciò che fa è stringere più forte il mio polpaccio come a lanciarmi una sfida, che non ho intenzione di raccogliere; non sa che potrei sculacciarlo per mezz'ora e lui non ha idea di quanto possa essere lunga mezz'ora in quelle condizioni.

Parimenti, però, ho afferrato bene il suo concetto di cosa voleva, e ci do abbastanza dentro colpendo alternativamente i due glutei e poi insieme, poi la parte più bassa vicino a dove iniziano le gambe (la prima sculacciata che gli arriva lì si che lo fa sobbalzare, e lo sapevo).

CI vuole un bel po', però, prima che ceda e provi a mettere la mano dietro, lasciando la mia gamba; gliela tolgo immediatamente e la porto al centro della schiena, è quasi al punto di rottura e lo accelero dandogli una scarica velocissima di sculacciate molto forti, poi mi fermo: ha il culo abbastanza rosso, anzi davvero rosso, ed è un po' tremante.

Gli carezzo a lungo la schiena e la testa, ho paura che adesso mi odi e invece mi sorprende ancora perché si alza e mi si butta tra le braccia stringendomi fortissimo, quasi non riesco a respirare.

“Fa male?”

“Ora non più... però prima si, tanto...”

“Non dire che non te lo avevo detto”

“Assolutamente...”, e sorride, poi prova a guardarsi dietro.

“E' molto rosso?”, chiede

“Si. Forse te le ho date troppo forti”

“No. Era quello che meritavo, ora sto già meglio”

Gli do un bacio in fronte, poi un leggerissimo colpetto sul fondoschiena.

“La cena è pronta, i compiti sono fatti e direi che possiamo andare a mangiare. Ti va?”

“Si, ho fame. Ti raggiungo tra un minuto, papà”

“Okki, Dani”, e vado verso la porta, poi Daniele mi ferma.

“Papà?”

“Si?”

“Ti voglio bene”

“Anch'io, tesoro, anch'io”

***

In effetti le settimane successive sembrarono dare completamente ragione a Daniele, che tornò quello di prima: buoni voti a scuola, collaborativo a casa, tranquillo, obbediente, qualche discussione sugli orari di rientro ma niente di che, compiti sempre fatti, insomma tutto normale. Io non mi capacitavo ancora di dove gli fosse venuta l'idea delle sculacciate, e dentro di me ero convinto che sarebbe stato un episodio non ripetuto.

Daniele, dal canto suo, non ebbe problemi a parlarne fin dal primo momento; per i tre giorni successivi pretese che gli controllassi se aveva ancora il culetto rosso, e alla terza volta gli risposi che non lo era ma che sarebbe stato un piacere farlo tornare di nuovo di quel bel colore, e rise di gusto.

Ebbi più volte la tentazione di chiedergli come gli era venuto in mente, ma poi non ne feci di niente.

***

Così, i giorni si tramutarono in settimane e le settimane in mesi e si arrivò alla fine dell'anno scolastico, Daniele avrebbe sostenuto gli esami di terza media e poi sarebbe andato alle superiori, al liceo linguistico. Aveva, anzi ha, una predisposizione naturale per le lingue veramente incredibile ed ero molto contento di quella scelta.

Tutti abbiamo avuto 14 anni e tutti abbiamo vissuto le ultime settimane di scuola, la fine di un anno scolastico e di più, la fine di un ciclo. Ed in queste occasioni può succedere di voler lasciare un segno, è più che comprensibile, ma il segno che Daniele e altri due suoi compagni di classe provarono a lasciare era un segno che passava il segno, se mi consentite il gioco di parole.

***

Fui chiamato per telefono dal preside della scuola media, che mi rese edotto della bravata (dopo avermi rassicurato sulle condizioni di Daniele). In breve, i tre campioni avevano approfittato di una temporanea libertà e di una altrettanto temporanea non-sorveglianza del laboratorio di chimica per mettere in pratica alcuni esperimenti... che avevano rischiato di mandare in fumo, nel senso letterale del termine, tutta la scuola.

Ero fuori di me dall'angoscia e corsi a scuola; al mio arrivo in presidenza scoprii di essere l'ultimo dei tre genitori ad arrivare, gli altri due –che conoscevo ma non benissimo– erano già lì con le facce furenti, accanto ai rispettivi pargoli.

Daniele mi corse incontro, istintivamente lo abbracciai e gli chiesi se stava bene, lui rispose di si. In effetti puzzava un po' di roba chimica ma sembrava tutto intero, solo un po' tremante.

Beh, la mezz'ora che seguì fu divertente come seduta dal dentista. Il risultato fu che a) dovevamo pagare i danni; b) i tre reprobi erano sospesi per due giorni e potevano ringraziare i loro santi protettori se venivano ammessi all'esame; c) non ci sarebbe stata denuncia solo perché non c'erano stati feriti, solo un grande spavento collettivo.

Uscimmo, dopo i saluti di rito al preside, in una mesta fila indiana, e appena fuori dalla scuola cominciarono i fuochi d'artificio, nel senso che il primo dei due ragazzi si prese un pedatone nel fondoschiena monumentale, e il secondo un ceffone che lo fece cascare in terra, dopodiché senza una parola fur