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Convivenza Immatura

by Filippo1981

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Convivenza immatura – 1

Ero alla mia prima lezione del primo anno di università, Storia Contemporanea. C'era un fiume di matricole che entrava in aula, e capii che rapidamente sarebbero terminati i posti a sedere, così mi fiondai su un posticino alla fine di una fila, facendomi largo fra la folla a colpi di gomito e testa bassa. Mi sedetti, e la ragazza accanto a me, leggermente sovrappeso e dalla fisionomia decisamente espansiva esclamò:
"Nooo! Cosa fai!?" – indicando sotto di me. Nel sedermi, infatti, avevo ignorato un cappellino posato sul sedile, schiacciandolo. Cercai di scusami goffamente, sentivo le ragazze intorno a noi che ridacchiavano, credo di essere diventato rosso in viso.
"Eppure c'era prima lui, acciedenti!" – disse, parlando del cappellino come fosse una persona, peraltro una persona più dignitosa di me. Rimasi in piedi mentre lei lo scuoteva per ridargli la forma iniziale, non osavo sedermi di nuovo.
"Siediti dai. Ti odierò tutta la vita, ma siediti," – disse sorridendo e tendendomi la mano – "piacere, Caterina."

Dopo sei mesi e qualche giorno entrò a casa mia con le sue due enormi valigie e la gabbia del gatto. In realtà non era casa mia: ero studente fuorisede, quindi in affitto e mantenuto stentatamente dalla mia famiglia. Il mio coinquilino aveva deciso dopo solo un semestre di cambiare facoltà e città, e ciò che mi passavano i miei non sarebbe stato certo sufficiente a pagare tutto l'appartamento. Con Caterina ci eravamo messi insieme e le cose andavano bene, e visto che con le sue coinquiline non si era affatto trovata bene, le proposi di venire da me. Non l'avevamo chiamata 'convivenza' nel senso emotivo del termine: sapevamo di essere troppo giovani per imbarcarci in una cosa simile, la nostra storia era appena cominciata, ci volevamo bene e volevamo che continuasse così. Avevamo anzi chiarito che sarebbe stato un appoggio, fino a quando non avesse trovato una sistemazione migliore e piacevole e io un buon coinquilino senza fretta. Naturalmente avevamo due camere separate, ma la notte dormivamo insieme nella sua camera, più grande della mia (e più costosa).
Ero contento di sperimentare questa nuova dimensione: sono figlio unico, non ho mai condiviso i miei spazi intimi con altre persone che non fossero i miei genitori, e naturalmente fino a un certo punto. La cosa poi funzionava bene: entrambi avevamo i nostri impegni, non tutte le lezioni coincidevano (facevamo la stessa facoltà ma corsi diversi). Anche il sesso andava molto bene: io non avevo avuto molte donne, ma notavo che con lei mi sentivo molto più sicuro di me, ero a mio agio. Mi aveva in qualche modo insegnato a vivere il sesso in modo più disinibito, riusciva a farmi perdere un po' di paure. Naturalmente, però, a vent'anni avevo esigenze fisiche diverse. Non fraintendete, non voglio dire che Caterina non mi bastava. Semplicemente mi piaceva talvolta intrattenermi su qualche sito hot, perdermi con la fantasia in qualche altro corpo, non più o meno bello del suo, bensì diverso e diversamente eccitante. Inizialmente cercavo di farlo quando lei non era in casa, sia come forma di rispetto, sia per evitare di essere beccato. Certo, non la ritenevo una cosa da nascondere: volevo solo che restasse nel mio privato, una cosa solo mia da non condividere. In fondo la convivenza è una cosa complicata, e forse a quell'età non ero affatto pronto, ma me ne accorgo solo oggi. E poi diciamolo: le donne talvolta sanno essere gelose anche di immagini e filmati, amicizie e passioni. Insomma, volevo evitare ogni complicazione, godermela e basta.

Tuttavia, dopo qualche settimana dal suo trasferimento, un giorno ero su internet che mi segavo – c'ero in verità già da un'oretta buona – quando finalmente trovai un bel filmato che mi fece arrivare all'orgasmo. Proprio dopo essere venuto, si spalancò il portone d'ingresso e Caterina, rumorosa come al solito, prese a chiamarmi e contemporaneamente carezzare il gatto. Per fortuna tenevo solo una delle due cuffiette sull'orecchio. Per fortuna mi ero chiuso in camera. Ma non a chiave: ero solo in casa, inoltre una porta chiusa a chiave è sintomo di qualcosa che si vuole nascondere, e non volevo dare questa impressione alla mia ragazza. La porta, peraltro, si apriva proprio sull'ingresso.
Furono pochi secondi.
Saltai praticamente dalla sedia per tirarmi su i pantaloni, la mano di Caterina si posò sulla maniglia della porta, posai il dito sul tasto di spegnimento del computer, poi mi ricordai della tesina di statistica che stavo scrivendo e che avrei perso se avessi premuto, la mano di Caterina girò la maniglia e spinse la porta, prima che la porta si aprisse spostai il dito sul tasto di spegnimento del monitor e premetti, Caterina disse: – "Ah, sei qui," – e il monitor era già spento. Ero salvo. Così credevo, almeno.
Era Febbraio, fuori non faceva certo caldo, ma il riscaldamento centralizzato del nostro appartamento era particolarmente efficiente, in casa potevamo stare in maglietta di cotone.
Prima di girarmi abbassai lo sguardo e vidi. All'altezza dell'addome si allargavano grandi macchie bagnate, inconfondibili. Decisi di non girarmi e cercai il tono più disinvolto di sempre per dire: – "Sì, sto scrivendo. Arrivo subito, aspettami in cucina."
Le coincidenze negative esistono. Se qualcosa deve succedere succede. Soprattutto, se Caterina non fosse stata Caterina, probabilmente si sarebbe semplicemente voltata e allontanata, magari stizzita e senza capire. Invece Caterina era Caterina, vulcanica e determinata, non certo una ragazzina qualsiasi, quindi rispose: – "Scrivi col monitor spento? Un genio!" E rise. Poi si avvicinò. Avevo tenuto lo sguardo basso, aprii il cassetto sotto la scrivania e feci finta di cercare chissà quale foglio, in questo modo riuscivo a rimanere piegato e nascondere le macchie, senza parlare dell'erezione, che a quell'età facevo particolare fatica a fare andare via, anche dopo un orgasmo.
"Beh, non mi baci oggi? Che ti ho fatto?" – disse, ironica in quanto per niente vicina al sentirsi realmente in colpa, essendo in fondo incapace di provare sensi di colpa.
Non avevo scelta. Mi sollevai e la baciai rapido, sperando che non vedesse. Ma vide.
"Che hai fatto, bimbo?" – mi chiamava bimbo. Avevo poca barba e pelle liscia, e ovviamente non amavo molto quel nomignolo. Avevo anche ricci biondi e occhi chiari, il che non aiutava per niente la mia sensazione di virilità. Ma a letto la divertivo, lei si complimentava direttamente, e questo mi bastava. Quasi sempre.
"Niente, mi sono bagnato prima, in bagno..." – non aggiunsi altro e mi piegai di nuovo sul cassetto.
Lei rise di nuovo. Aveva già capito. Ma forse voleva godersi la situazione. Mise la mano sotto la maglietta, grattò sui miei addominali, io risi dal solletico, tirò fuori la mano, se la portò al naso e annusò, disse: – "Mi sa che questa non è acqua, o sbaglio?"
Poi infilò di nuovo la mano sotto la maglia, io ripresi a ridere, lei continuò col solletico, cercai di scacciarla, lei mi tenne fermo, spingendomi di peso sulla sedia e salendomi in grembo, disse: – "Ti ho interrotto o sbaglio?"
Smise di farmi il solletico, io di ridere, e un po' per il riso un po' perché mi aveva beccato, diventai rosso. Non riuscii a dire nulla. Non sapevo minimamente come reagire né cosa fare. Lei mi teneva le mani ferme sui braccioli e mi guardava, io distolsi lo sguardo. Si era ammorbidito un po' col solletico, ma in quella posizione il cazzo mi tornò duro. Si fece silenzio, Caterina mi posò una mano sul pacco, io non reagii, poi disse: – "Qualcuno ha ancora bisogno di fare esercizio" – lo chiamava così, il sesso, 'fare esercizio'. Si abbassò per baciarmi, la sua maglia si sporcò del mio sperma. Dopo un po' si fermò di scatto. Dissi: "Che c'è?", e lei mi fece cenno di star zitto.
Corrucciata, si girò verso il monitor del computer. Non capivo, ma ero terrorizzato dall'idea che potesse accenderlo. Pensai addirittura di spegnerlo e di perdere la tesina, mi maledissi per non averlo fatto prima, magari il programma l'avrebbe salvata lo stesso, salvando anche me. Cercai di dire qualcosa, le chiesi di baciarmi, provai a stringerla a me, ma la sua mano si muoveva verso una delle due cuffiette, la posava sull'orecchio, spalancava gli occhi, accendeva il monitor, guardava prima il video poi me. Caterina era molto disinibita, questo l'ho già detto. Non credo fosse il primo porno che vedeva, né che potesse sconvolgerla granché. Tuttavia si alzò e si allontanò da me. Non accennava ad andarsene, né diceva niente. Io guardavo il pavimento, mi piegai su me stesso e mi portai le mani alla faccia. In quel momento, mentre sentivo avvampare il viso e cercavo di coprirlo, capii che mi vergognavo profondamente. Non sapevo da dove venisse questa sensazione né perché, ma intimamente e profondamente mi vergognavo della mia passione per i porno, e del fatto che pur avendo una ragazza, amandola e facendo gran sesso con lei, andassi a guardare delle pornodive rifatte e false per masturbarmi in solitudine. Ma soprattutto che non avessi il coraggio di dire questa cosa a Caterina. Mi vergognavo a morte.
"Ti piace questa roba? Complimenti" – disse seria e fredda. Si avvicinò al mouse e mandò avanti il filmato. Si videro due ragazze a cui colava dal viso lo sperma appena prodotto da dei baldi giovani che restavano invisibili. Lei non aveva mai avuto un bel rapporto con lo sperma.
Chiuse il filmato. Finalmente, pensai, la tortura è finita. Invece sotto il filmato c'era la cartella con tutti gli altri filmati salvati. Erano centinaia. Caterina scorse rapidamente, commentava: "Incredibile." Io restai in silenzio, annichilito, perso nel mio imbarazzo. "Perché non me l'hai detto? Eh? Perché non mi hai detto che ti fai le pippe guardando queste robe? Almeno mi sarei risparmiata di farmi scopare da te!"
Era la prima volta che la sentivo parlare così. Usava le parolacce spesso, non intendo quello. Semplicemente non avevamo mai litigato, era la prima volta che mi si rivolgeva in toni così rabbiosi. "Senti – dissi provando a guardarla negli occhi – sono solo filmati, fantasie, e seghe, non farne un problema". Non feci in tempo a finire la frase. Mi arrivò uno schiaffo così forte che mi portai subito la mano alla guancia, e iniziai a lacrimare da un occhio. Però non dissi niente. Lei mi guardò mentre mi massaggiavo il viso, mi guardava negli occhi senza muoversi. Non riuscii a reggere, e abbassai lo sguardo al pavimento. Avevo terrore di perderla.
"Alzati," disse. Fu così secca che, automaticamente, mi alzai. A quel punto, col viso ancora dolorante e il cazzo a mezza via, fece una cosa che davvero mi lasciò basito: mi prese per mano. Ma non per stringerla o per un tocco romantico, bensì mi prese per mano come si fa coi bambini per far loro attraversare la strada. Mi prese per mano e mi portò in camera sua, lentamente. Io mi guardavo i piedi, cercavo di resistere all'impulso di massaggiarmi ancora la guancia rovente. Caterina mi portò davanti al suo letto. Vuole fare l'amore, pensai. Si fermò, mi prese anche l'altra mano, mi sollevò le braccia sopra la testa. Mi sfilò la maglia, senza curarsi di scostarla dal viso: sentii sulle labbra il sapore salato del mio stesso sperma, e provai disgusto. Feci una smorfia, che mi costò il secondo forte schiaffo, sempre sullo stessa guancia. Mi lasciò senza fiato, portai di nuovo la mano al volto, ma non ebbi la prontezza di reagire né di dire nulla. Ero anche stupito, la guardavo con occhi spalancati e imploranti perdono. Ma non mi muovevo. Ero in colpa, e virilmente pronto a subire. Dopo lo schiaffo, senza nemmeno guardarmi, mi aprì i jeans. In quel momento l'imbarazzo si fece se possibile ancora più evidente. I boxer erano ancora più bagnati della maglia, il mio cazzo non del tutto moscio, il mio viso in fiamme. Si sedette sul letto, fece scendere i jeans alle caviglie, cui seguirono i boxer. Ero nudo davanti a lei, completamente vestita e gelida, ma più determinata che mai. Da lì fu un attimo: mi mise sulle sue ginocchia e iniziò a darmele.
Non era un gioco erotico, non era un esempio: faceva sul serio. Prima su una guancia e poi sull'altra, seguendo un ritmo rapido e con tutta la forza che aveva. Iniziai a lamentarmi fin da subito, inizialmente a denti stretti. Stringevo i glutei sperando, così, di sopportare meglio, ma alla lunga capii che non sarebbe servito a molto, quindi le presi come venivano.
"Ah, ah, ah, – ahia! Ahia! Mmh... hmmm..." – dopo le prime vocali stridule, iniziai a usare le consonanti e a stringere i denti, non solo metaforicamente. Dopo una decina di minuti ero veramente ridotto male, mi muovevo per scansarmi, non riuscivo proprio a prenderne più, nonostante fossi convinto di doverle prendere, che fosse giusto, e che avrei dovuto accettare il tutto usando solo la mia virilità dura e fedele agli schemi uomo-donna. Non capivo che tali schemi si stavano ribaltando in quel momento, e forse si erano ribaltati molto prima.
D'un tratto mi spinse via. Caddi a terra, non me l'aspettavo. Mi ordinò di alzarmi, poi mi prese le mani, le mise sulla testa, e mi spinse in un angolo della stanza, col naso poggiato al muro e il viso schiacciato fra le pareti. Non disse nulla, ma era chiaro che non dovevo muovermi.
Il culo mi bruciava. Non vedevo niente se non un pezzo di cornice che sapevo contenere una nostra foto, e sopra di me un peluche di tigre appeso al muro che le avevo regalato io, la cui coda mi arrivava a pochi centimetri dal naso. Ma sentivo. Sentivo che portava in camera le borse che poco prima aveva posato davanti all'ingresso, sentivo il gatto che miagolava, la sentivo frugare nella borsa. Poi le squillò il cellulare, e questa è ciò che sentii:
"Hai visto? – rise forte – incredibile, vero? – rise ancora – Sì, sì, è ancora qui! Certo! Vedessi com'è rosso!"
Non è possibile, pensai. Non può averlo fatto. Sicuramente sta parlando d'altro. Quando si è nudi in un angolo e si è stati appena schiaffeggiati e sculacciati dalla propria ragazza, si evita di pensare che le cose possano peggiorare.
"Ma niente, l'ho beccato mentre si faceva una pippa davanti a un porno schifosissimo..."
A questo punto non potevo avere dubbi: stava parlando di me. Mi girai per guardarla, in un impeto di dignità. Pensavo va bene, ti sei sfogata, ma non esiste che se ne parli in giro, la cosa resta tra noi, la spacciamo per gioco erotico, e via. Girai la testa, senza tuttavia togliere le mani dalla testa – e questo la dice lunga. Infatti bastò un suo: – "Non voltarti!" – gridato imperiosamente, per annullare il pensiero e prepararmi al peggio. La cosa incredibile è che mentre lei continuava a raccontare al telefono ciò che era appena successo, mentre da ciò che diceva capivo che si rivolgeva alla cugina più piccola di lei e di me di due anni (noi ne avevamo venti appena compiuti), cugina che peraltro avevo conosciuto durante le vacanze di natale e che mi stava anche simpatica... iniziai ad eccitarmi di nuovo, e la mia erezione mi costrinse a spostare le anche dal muro. Caterina continuava a parlare al telefono, intanto andò in bagno. Pensai che avremmo fatto l'amore. Pensai che farmi trovare eccitato sarebbe stata la scintilla giusta per farci una sana scopata riparatrice e non pensarci più. Magari mi sarei anche incazzato di essere stato sputtanato alla cugina, ma l'avrei perdonata, e saremmo tornati di nuovo affettuosi e premurosi. Magari avrei promesso di cancellare tutti i porno, e poi avremmo fatto di nuovo l'amore, senza troppe seghe mentali. Mentre pensavo a tutte 'ste cose, tuttavia, ero ancora nell'angolo col culo per aria e le chiappe rosse. Mentre pensavo, mi tornavano alla mente le immagini di me sulle sue ginocchia, i suoni delle sculacciate e le mie lamentele. Senza accorgermene, mi stavo segando di nuovo, ancora nell'angolo, ancora con l'altra mano sulla testa, dove l'aveva posizionata Caterina. Che nel frattempo aveva smesso di parlare al cellulare, quindi presumevo che fosse in bagno a fare le sue cose.
Invece la sua mano sostituì la mia, mi spaventai quasi, ma lasciai fare. Pensavo ci siamo, ora mi segherà, mi porterà a letto, e scoperemo, finalmente. Ma non mi muovevo. Il pensiero era viril