New MMSA spank logo

Il piccolo club delle sculacciate: le cronache
Capitolo 2 – Scott

by Oneiros

Go to the contents page for this series.

Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 17 Feb 2012


Scott era un dodicenne qualunque, e, come tanti ragazzini della sua età, poteva vantare poche ma essenziali cose certe nel suo piccolo mondo. Il suo compagno Nathan era una di queste.

Nathan è il genere di amico che chiunque sceglierebbe durante l'infanzia: un punto fermo, saldo, anche se sempre in perfetto equilibro sul filo del rischio. Era il suo compagno di banco, a scuola, il suo compagno di studio, il suo compagno persino a calcetto.

Scott era convinto che niente e nessuno si sarebbe mai messo tra loro; sicuramente, non l'avrebbero fatto quei dodici mesi che rendevano Scott più grande di Nathan. Eppure, nel complicato cammino della crescita, quel momento era arrivato...

Tutto era cominciato quel fatidico pomeriggio a casa di Leo, ne era certo. La condivisione di quei segreti, tra tutti quei ragazzini, aveva certamente cambiato le loro vite. Certo, era bello poter vantare nuove conoscenze e nuove amicizie con le quali condividere così tante cose, quei particolari interessi che difficilmente si confessa... eppure si era trattato di uno scambio, aveva perso qualcosa, e questo qualcosa sembrava essere l'esclusiva di cui godeva nel suo rapporto con Nathan. Le sculacciate, i racconti piccanti... non erano più un segreto tra loro due, adesso che Leo, Robin e tutti gli altri erano entrati nelle loro vite.

Come se non bastasse, si era messo in mezzo persino la crescita del suo stesso corpo.

Scott si era scoperto geloso di Nathan, ma anche nel compagno era mutato qualcosa. Da quel pomeriggio si era allontanato un po', aveva smesso di confidarsi con lui su certe questioni... Annebbiato dalla gelosia, Scott non pensava ci fosse una vera ragione. Poi, trascorsi i giorni, un lampo aveva fatto luce tra i suoi pensieri. Se Scott era geloso, Nathan era invidioso. Era invidioso di lui, del suo corpo cresciuto... Era invidioso del fatto Scott fosse sviluppato, e, insomma, che potesse finalmente masturbarsi. Mentre a Nathan, inchiodato ancora all'infanzia, era ancora proibito il frutto del piacere.

Scott non aveva rimosso il minimo dettaglio dal ricordo di quel pomeriggio, quando, sparpagliati i ragazzini per tutta la casa, era rimasto solo con Nathan. Il compagno l'aveva masturbato, e lui era stato felice e orgoglioso di mostrargli la sua agognata e finalmente conquistata eiaculazione.

Alla luce di quanto condiviso, Scott credeva di aver segnato un ulteriore passo nel loro rapporto; eppure, contrariamente a quanto si aspettava, Nathan già il giorno dopo non aveva fatto alcuna menzione dell'accaduto. Quando finalmente fu in grado di comprendere i suoi sentimenti, capì la natura della profonda invidia dell'amico.

Scott ci aveva pensato a lungo, voleva affrontare l'argomento, provare ad alleggerire il peso di quella invidia. Era solo questione di tempo, lo sapeva, prima o poi sarebbe toccato anche a Nathan, bisognava solo dotarsi di pazienza.

Così, un pomeriggio, invitò Nathan a casa sua, come era solito fare ogni volta che andavano insieme agli allenamenti di calcetto, ma con l'inganno: anticipando, cioè, l'orario dell'appuntamento.

 

“Beh? Dov'è la tua roba?” chiede Nathan, perplesso, vestito di tutto punto con borsa appresso. Scott sta sulla porta, in jeans e felpa, e sferra un sorrisetto malefico. “Ok. Il coach non ha anticipato, vero?”

“Ma come sei perspicace!”

“Sei tu che non sai mentire. Eppure stando con me ormai dovresti aver imparato!”

Scott gli fa cenno di entrare, e una volta dentro si dirigono verso la sua stanza. Nathan butta a terra la pesante sacca e si fionda verso il letto, mentre Scott rimane in piedi, appoggiato alla scrivania, a fissarlo.

“Beh? Cosa c'è? Sei strano.”

“Ah. Io sono strano.” Ribatte.

“Scott?”

“E' il mio nome, sì, che bravo, te lo ricordi almeno!”

“Si può sapere che ti è preso?!” esclama Nathan. “Prima mi fai venire qui un'ora prima, poi ti comporti così! Che hai combinato?”

“Assolutamente niente! E comunque... sei tu quello strano.” Scott scuote la testa. Così non va, meglio mettere via il sarcasmo e puntare al nocciolo della situazione. “Sei strano, Nathan. Da quella volta a casa del tuo amico Leo.” Nathan lo guarda perplesso, poi il suo viso si rabbuia, abbassa lo sguardo. “Senti... lo so, anch'io sono stato strano... perché, perché... perché all'inizio mi sono sentito un po' geloso, ok? Però ora tu sei troppo strano, mi eviti, non mi racconti più nulla...” Nathan non parla, fissa il pavimento. Come sempre. Sa essere tanto rumoroso, ma anche rinchiudersi in un silenzio quasi autistico. “E' per via di quello che ti ho fatto, hmmm, vedere, vero? Insomma... io che posso schizzare e tu no.”

“No!” Improvvisamente sbotta, alzandosi di scatto dal letto. “No, non c'entra niente, cosa vai a pensare! Non ho nulla, sono sempre il solito Nathan!” comincia ad agitarsi.

“Dai, Nath... Voglio che tutto torni come prima, che torni a raccontarmi delle tue marachelle...”

“Non sei più un bambino, Scott. Quanto a me, purtroppo, lo sono ancora.”

“Vedi che è come dicevo io?” Nathan tace, che è un inequivocabile segno di assenso. “Ti stai facendo delle paranoie assurde, Nath! Sì, ci togliamo un anno, ci siamo sempre tolti un anno, ma questo non è mai stato un problema! Non vedo perché debba esserlo adesso!”

“Mi sa che hai ragione tu.” Nathan finalmente alza lo sguardo e gli rivolge un timido sorriso. “Scusa.” Scott non riesce a credere alle proprie orecchie! Nathan che chiede scusa! Se i suoi genitori lo sentissero adesso...

“Dai, mi cambio. Basta paranoie, ok?” dice Scott, togliendosi la felpa.

“Ok.” Replica l'amico, che torna a sedersi sul letto, ad aspettare che si cambi. E Scott, quasi come segno di dimostrazione di immutata fiducia, gli si cambia davanti. Rimasto mezzo nudo, tira fuori il completo da calcetto e si riveste.

“Comunque è stato divertente, no?”

“Cosa, Nath?”

“Quella volta da Leo.”

“Oh, sì, direi di sì!” dice Scott, la voce attutita dalla maglietta che si sta infilando.

“Però ti sei sentito geloso... l'hai confessato.”

“Sì... insomma, parlare di sculacciate e tutto quanto era una cosa nostra, tra noi due...”

“E invece è saltato fuori che ce ne sono tanti come noi!” completa Nathan.

“Esatto!”

Scott, che finalmente è vestito, va a sedersi sul letto accanto all'amico. “Il tuo amico Leo ha la tua età, giusto?”

“Sì. Ci togliamo un paio di mesi, perché?”

“Be'... nemmeno lui può schizzare, vero?”

“No, nemmeno lui...”

“Ci... Ci avete provato, insieme?” Chiede dunque, cercando di soffocare un rigurgito di gelosia.

“Ecco... sì, un paio di volte... ma ancora niente.” Scott si sente un po' geloso ad apprendere quell'intimità tra Nathan e il suo amico, ma pensa che in fondo è giusto così, sono entrambi nella stessa situazione. Una voce dentro di lui vorrebbe chiedergli: vuoi provarci con me?, ma non riesce a tirarla fuori.

“Dai, non dovete avere fretta. Guarda che io ci riesco solo da poco, eh! E poi, secondo me, continuando a frequentare persone come quei ragazzi qualcosa accadrà!” Ridacchia.

“Già!” ride anche Nathan. “E' passato un po' di tempo ma non ho ancora smesso di pensarci...”

“Credo che nessuno di noi riuscirà a dimenticarlo!”

“Vero!”

Il ghiaccio è stato rotto, l'intimità è stata ricreata, i due ragazzini riprendono a parlare come non facevano da tempo, rievocando quel pomeriggio particolare, le esperienze fatte e immaginando quelle future... sono così presi dalla conversazione che non si accorgono del tempo che passa. E quell'ora di anticipo sull'allenamento, si scioglie in quindici minuti di ritardo.

 

Arrivati di corsa, spompati e già stanchi, al campetto, i due ragazzini vedono tramutarsi in realtà il loro timore: sono in ritardo colossale, l'allenamento è già iniziato.

Passano dallo spogliatoio giusto per lanciare dentro le loro borse, e poi si infilano di corsa nel campetto pieno di ragazzini. Si guardano intorno, l'allenatore non sembra nei paraggi. Rapidamente raggiungono i compagni per unirsi al gioco, ma sul più bello, una voce tuona alle loro spalle: “Nathan e Scott, non commettete mai l'errore di pensare di farla franca: io ho occhi dappertutto!”

“Ehm... è stata colpa di Scott, mi ha fatto aspettare a casa sua!” replica Nathan, cercando di tirarsi fuori dall'impiccio.

“Ehi!” ribatte subito Scott, sorpreso per l'uscita del compagno. “Non è assolutamente vero!”

“Piantatela! Dieci giri di campo, tanto per cominciare! E poi ne riparliamo!” La carismatica e severa voce dell'uomo mette a tacere i due, ponendo fine alla discussione.

“E' tutta colpa tua!” riprende Nathan, a riparo ormai dall'allenatore.

“Ma non è affatto vero!”

“Sì invece!” ribatte. “Prima mi fai venire a casa tua un'ora prima con l'inganno... e ora questo!”

Scott è allibito, si ferma di botto ed esclama: “Guarda che io l'ho fatto per te! E poi nemmeno tu ti sei accorto del tempo che passava!”

Anche Nathan allora si ferma, pronto a ribattere all'amico, ma sul più bello si ferma, immobilizzato. Scott si volta: e riecco l'imponente figura dell'uomo.

“Visto che non riuscite a stare insieme, correrete da soli, in senso inverso. E dopo vi aspetta la panchina! Avanti, correre!”

Nathan gli rifila un'ultima occhiataccia, poi comincia a correre in senso contrario. A Scott non resta che proseguire nella sua corsa, furente. Non riesce a credere al comportamento di Nathan. Tutto sembrava tornato come prima, avevano ritrovato la sintonia... e senza farsi alcun problema gli ha addossato la colpa del ritardo!

Il tempo passa, i giri aumentano, i pensieri si susseguono. Sarà la fatica, ma la sua rabbia si stempera, lasciando il posto a una paura che conosce molto bene, che si annida nel suo stomaco pronto ad espandersi in tutti il corpo. Non gliela farà passare liscia, l'allenatore.

Il coach è noto tanto per le sue qualità sportive, quanto per la sua severità. A volte sembra dimenticare di avere a che fare con dei bambini. Nonostante il terrore di regime, le marachelle non mancano mai. Dal ritardo, agli schiamazzi, alle furibonde liti che talvolta scoppiano per i motivi più banali. E l'allenatore sa sempre come rimettere in riga i suoi pupilli.

Qualche giro più tardi, l'allenatore decreta la fine del riscaldamento: inizia la formazione delle squadre per la partita. A Nathan e Scott spetta la panchina come punizione. Una punizione già odiosa, stare fermo a guardare gli altri giocare. Alla luce della lite con Nathan, la prospettiva gli sembra ancora più fosca.

La partita inizia, Scott e Nathan siedono ai poli opposti della panca, in silenzio. L'allenatore si muove freneticamente lungo il perimetro, urlando e sbraitando com'è solito fare. I ragazzini non si parlano, si ostinano a lungo a torturarsi con il silenzio.

Alla fine, però, Scott cede, come sempre.

“Mi sa che ci spetta una bella punizione.” Mormora.

Nathan fissa il campo, esita qualche istante. Poi butta fuori un “Già” soffocato.

“Dici che ci sculaccerà?”

“Sicuramente.”

Alle innumerevoli punizioni sul campo (correre, stare in panchina, raccattare i palloni, sistemare) l'allenatore affianca sempre le sue temibili sculacciate. In effetti, ogni giorno qualcuno finisce tra le sue grinfie, per un motivo o per un altro. E' diventato un rito: finiti gli allenamenti, l'allenatore segue i ragazzini nello spogliatoio, e lì elenca i nomi di coloro che si tratterranno per la sculacciata, che ha luogo nel suo ufficio o nello spogliatoio, se libero.

“E' da un po' che non vengo sculacciato, sai?” Riprova a instaurare il dialogo.

“Bene. Io no.” Replica l'altro, la voce incolore.

“Dai. Mi dispiace, Nathan.” Ma Nathan non lo guarda, né si scuote dalla sua posizione immobile, lo sguardo fisso sulla partita. “Quanto ancora vuoi tenermi il muso? Dai dai dai...” Comincia a punzecchiarlo.

Alla fine Nathan cede.

“Uff. Sicuramente moriva dalla voglia di sculacciarci, eh! E tu gli hai offerto il pretesto ideale...”

“Prima o poi sarebbe capitato!” ridacchia, cercando di sdrammatizzare. “In effetti, è da un bel po' che non ci prendiamo una sculacciata insieme.”

“Vero. E quella da Leo non conta, ovviamente!” Nathan gli sorride, Scott si sente rincuorato. “Dai, torna a concentrarti sulla partita. Sia mai l'allenatore ci punisca se ci distraiamo!”

Più tardi, l'allenatore decreta la fine della partita e invita tutti i ragazzini a raggiungere “velocemente, ma in maniera ordinata” gli spogliatoi. Nathan e Scott si uniscono dunque ai compagni, cercando di sfuggire alle domande dei più curiosi. Una volta dentro, l'annuncio dell'allenatore non si fa attendere: “A trattenersi oggi saranno Scott e Nathan. Mentre gli altri fanno la doccia, raccogliete i palloni e sistemate il campo. Poi, tornate qui, per la vostra punizione.” L'allenatore lascia lo spogliatoio, e subito si scatena il caos, tra risate e frecciatine degli altri ragazzini. Scott e Nathan si affrettano a lasciare lo spogliatoio, affatto desiderosi di mettersi a raccattare i palloni.

Finalmente hanno un momento di tranquillità, lontano dagli occhi curiosi dei compagni e da quelli severi e perennemente sospettosi dell'allenatore.

“Ebbene, sculacciata in arrivo...” come sempre, è Scott a rompere il ghiaccio.

“Be', mi pareva inevitabile, a questo punto.”

“Di un po'... hai detto che sei stato sculacciato recentemente!”

“Eh, sì...”

“Be'?” chiede curioso. Se proprio si deve beccare una sculacciata, almeno vuole prepararsi con uno dei tanti racconti di Nathan!

“Ma niente, lascia stare... una sciocchezza.” Nathan fa l'evasivo. Ma lo fa sempre, quindi Scott comincia a punzecchiarlo, certo che ben presto l'amico avrebbe vuotato il sacco. Eppure, questa volta, non ci riesce. Nathan rapidamente cambia discorso, e Scott alla fine gli concede di condurre la conversazione.

“Ti ricordi l'ultima volta che ci hanno sculacciato insieme?” chiede

“Hmmm... mi sa che è stato tuo padre”

“Ah, sì, è vero!” esclama Nathan. “Caspita, è passato un bel po' di tempo...”

“Sembra quasi ti dispiaccia...” osserva Scott, senza rifletterci. Nathan gli risponde con un sorriso imbarazzato. “In ogni caso, eccone una in arrivo!” si affretta ad aggiungere. Insieme scoppiano a ridere, mettendo fine al discorso. Sul campo è rimasto l'ultimo pallone da raccogliere.

 

Lo spogliatoio è vuoto e silenzioso. Scott si sente fin troppo piccolo, lì dentro, seduto su una panca accanto a Nathan, e l'enorme volto severo dell'allenatore davanti a lui. Tra le mani, un'enorme paletta forata.

“Pare proprio che avete la luna storta, oggi. Non vi annoierò con la lista delle vostre malefatte, anche se sembra quasi che vi state rifacendo delle ultime settimane di assoluta tranquillità. Non perdiamo tempo: in posizione!”

“Tutti e due?” chiede Nathan.

“Sì, tutti e due, forza!”

I due ragazzini obbediscono subito al comando: si alzano e raggiungono la parete libera, appoggiandosi con le mani, uno a fianco all'altro, e divaricando leggermente le gambe. Dietro di loro, l'allenatore si prepara, ripassandosi tra le mani lo strumento.

SPANK!!! Il primo colpo risuona nell'aria: Scott sussulta, ma non è lui ad aver ricevuto la sculacciata, ma Nathan, alla sua sinistra. Chiude gli occhi: un istante dopo la paletta si abbatte sui suoi pantaloncini, centrando perfettamente il suo didietro. L'infallibile tecnica del coach, forgiata in anni e anni di sculacciate impartite ai suoi pupilli.

“Perché non state contando?” chiede improvvisamente l'allenatore.

“Ma lei non ci ha detto...” mormora Nathan.

“E quindi? Sapete benissimo di dover contare sempre i colpi.” SPANK!! Dritta sul sedere di Nathan. “Forza, ricominciamo!” E senza preavviso, il colpo arriva su Scott, che dopo un istante di esitazione si affretta a dire, squillante: “Uno!”

SPANK!!! “Uno...” è il turno di Nathan.

SPANK!! “Due!” Pronuncia di nuovo Scott. Poi riapre gli occhi, volge lo sguardo alla sua sinistra, vede Nathan teso, gli occhi chiusi, incassare la sculacciata, mordersi le labbra e pronunciare il numero successivo.

SPANK!! “Tre!” Risponde prontamente Scott. Rivolge di nuovo lo sguardo all'amico, e questa volta incontra gli occhi di Nathan, che sorride beffardo, prima di urlare