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Il piccolo club delle sculacciate: le cronache
Capitolo 3 – Alan

by Oneiros

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 27 Feb 2012


Ciao a tutti, sono Alan.

Non vi ho mai raccontato com'è iniziata questa bellissima e strana storia tra me e Matt, quindi, perché non farlo ora?

Come altre, bellissime e strane storie, anche questa è cominciata con una sculacciata... mettetevi comodi, ci sarà da divertirsi!

 

Io e Matt siamo sempre stati come l'acqua e l'olio: anche a ritrovarci insieme, non riuscivamo mai a mescolarci. Io sono il classico bravo ragazzo: quindici anni, secondo anno di liceo, amico sincero, bravo nello studio. Ogni tanto ne combino qualcuna: sono pur sempre un adolescente! Ma è passato parecchio tempo dall'ultima volta che i miei genitori (soprattutto mio padre) mi hanno sculacciato.

Matt, con i suoi capelli rossi, è un diavolo risalito sulla terra. Già dai suoi primi giorni ha fatto ben capire all'intera scuola che tipo fosse. Ha quattordici anni, poco meno di un anno meno di me, frequenta il primo anno. Frequentiamo la stessa scuola, ma non la stessa classe.

Anch'io, come tanti altri, sono stato subito attratto da Matt: fosse solo perché rappresentava un elemento di novità e disturbo in una scuola monotona e rigida (e che pure trovava sempre occasione per rimettere in riga i suoi studenti: a colpi di sculacciate, ovviamente!).

Di Matt sentivo parlare spesso, ogni tanto lo incrociavo nei corridoi. La sua fama era tale che lo conoscevano tutti, quindi anch'io sapevo molto di lui, tra notizie vere e altre ingigantite o falsificate dai pettegolezzi; altrettanto non si può dire di me, per lui ero nessuno. Qualcosa, dunque, mi aveva attratto sin da subito. Lentamente, ma costantemente, è andata crescendo in me una viva curiosità. Forse per il carisma che ha sempre dimostrato di possedere, incantando tutti (meno che i professori!). Forse perché non avevo mai conosciuto qualcuno come lui, così rumoroso, scontroso, ribelle e individualista. Una bella rogna per i professori, certamente. Era un tipo singolare. Violava tutti i divieti e tutte le regole per il puro gusto di farlo, e trasformava le punizioni e le sculacciate, impartite, come da regola, dal collaboratore didattico, in motivi di vanto, quasi fossero dei premi, dei trofei.

Era davvero tutto l'opposto di me. Ma, come me, sentivo che aveva dei segreti. Qualcosa in lui mi diceva che sotto la superficie le cose stavano diversamente. Esattamente come me. Entrambi eravamo intrappolati nei nostri ruoli: il ragazzo perfetto e quello ribelle. Come due particelle opposte ma complementari. E proprio come due particelle elementari, prima o poi ci saremmo attratti, e scontrati.

 

Una mattina, durante le lezioni, chiesi e ottenni senza problemi il permesso di lasciare l'aula per andare in bagno. Nulla di nuovo. Solo un lieve bisogno di usare il bagno, mezza scusa per scuotermi dalla sonnolenza di quella mattina e sgranchirmi le gambe. Non avrei mai pensato quel piccolo evento potesse cambiare così drasticamente la mia vita!

Accadde che in bagno trovai Matt. Da solo. Che fumava, placidamente, vicino a una finestra aperta. Non si era nemmeno posto il problema di chiudersi in un cubicolo: stava lì, sfacciato, vicino ai lavandini, a fumare serenamente. Non che fosse un problema: raramente i professori osavano entrare nei bagni dei maschi.

Matt mi sfiorò con il suo sguardo, muovendo appena gli occhi, e continuò a fumare, imperturbabile. Io scrollai le spalle, e mi infilai in un cubicolo per svuotarmi la vescica. Strano che in tutto quel tempo, da quando era iniziata la scuola, non ci eravamo mai incontrati in bagno.

Uscii e mi diressi al lavandino. Tra tutti i lavandini liberi scelsi proprio quello più vicino a Matt. Mi lavai le mani con cura e lentezza, ignorando però il ragazzo al mio fianco, il quale, d'altra parte, continuava a fumare indisturbato. La finestra stava aperta più per fare scena che per una reale utilità: Matt, d'altronde, vi stava di spalle, e il fumo rimaneva interamente dentro il bagno.

“Puoi buttare fuori il fumo, ti spiace?” chiesi, dunque, cercando una scusa per fare conversazione. Volevo vedere la sua reazione. Ma Matt non si scompose. Non si curò proprio di me. Allora riprovai. “Che senso ha stare con la finestra aperta, se poi impuzzi tutto il bagno?”

“Be'?” replicò. “Ti dà fastidio?”

“Veramente sì.”

“Sicuro?” Sorrise, m'innamorai all'istante di quel sorriso perfido. Buttò fuori il fumo, proprio nella mia direzione, quindi allungò la mano con la sigaretta. “Mai provato?”

“No, e non mi piace comunque.” Replicai, fissandolo con aria di sfida.

“Come fai a dirlo se non hai mai provato?” Si fermò per un tiro. “Che mammoletta.”

“Da' qua!” esclamai, sottraendogli improvvisamente la sigaretta. Mi mossi d'impulso, e senza nemmeno rendermene conto feci un tiro. Mi faceva schifo, come sempre mi ha fatto schifo. Ma non lo diedi a vedere.

Tenevo ancora la sigaretta in mano, quando improvvisamente la porta si aprì, rivelandone un professore che non insegnava nella mia classe, ma che conoscevo.

“Cosa diavolo sta accadendo qui?”

“Non lo vede?” fu la replica di Matt, piena di scherno. Io ero rimasto di sasso. E avevo ancora la sigaretta tra le dita.

“Alan, giusto? La tua professoressa mi ha mandato a cercarti. Pensava stessi male, visto che manchi da un po'!” mi disse. Poi abbassò lo sguardo e notò la sigaretta tra le mie dita. “E quella? Di certo non è tua.”

“Sì invece!” replicai d'istinto. Anche questo, un gesto totalmente impulsivo. “Ma cos...” mormorò Matt, stupito, e prontamente mi affrettai ad aggiungere: “Problemi?”

“Sì, molti, grossi per problemi per tutti e due! Non me la dite giusta. Ma non m'importa, ve la vedrete con il preside! Forza, andiamo!” Finalmente mi risvegliai dall'incanto, mi scossi. Gettai la sigaretta, poi mi accorsi dello sguardo stupito di Matt. Prenderlo alla sprovvista in quel modo era impresa ardua e alquanto rara, ed io c'ero riuscito! Con questo pensiero, seguii il professore insieme a Matt verso l'ufficio del preside. Un percorso che il rosso aveva fatto chissà quante volte; per me, però, era la prima.

“Bene, io me ne lavo le mani.” Disse il docente, lasciandoci davanti la porta dell'ufficio, e subito dopo sparì. Non ci restava che entrare: il panciuto e severo preside stava dietro la sua scrivania, in attesa.

Entrai e richiusi la porta, quindi raggiunsi Matt davanti la scrivania.

“Matt, mi chiedevo in effetti quando ti avrei rivisto, questo ufficio sentiva la tua mancanza!” esordì il preside, sarcastico. “Questa volta sei arrivato persino a coinvolgere Alan, uno dei nostri studenti migliori... davvero complimenti!” Il ragazzo sfoggiò il suo solito sorriso beffardo: per lui erano davvero dei gran complimenti! Io, però, non ci stavo. Avevo l'opportunità di cambiare le cose, di smuovere la situazione... troppo ghiotta, per me, l'occasione di sconvolgere tutti quanti.

“Veramente, signore... non è andata così, affatto.”

“Prego?” chiese stupito l'uomo. Matt mi guardò shockato.

“E' tutta colpa mia, signore. Lo confesso: stavo fumando in bagno, Matt non c'entra nulla. Ha avuto la sfortuna di essere stato beccato insieme a me.”

Un momento di silenzio imbarazzato calò nella stanza.

“E' la verità, Matt?”

Cos'avrebbe fatto? Avrebbe colto l'opportunità di farla franca? O il suo senso d'orgoglio avrebbe prevalso?

“Ecco...” mormorò il ragazzo, titubante.

“Signore... so che quello che ho fatto è sbagliato. Conosco le regole, e consapevolmente ho scelto di infrangerle.” Dissi, per sbloccare la situazione. Approfittai della confusione di Matt per mettere a segno il colpo.

“Capisco.” Disse dunque l'uomo. “Be', devo confessarmi sorpreso, ma anche deluso, molto deluso. Mi costringi a prendere seri provvedimenti.”

“Ne sono consapevole, signore. Andrò incontro alla mia punizione.” Risposi. Qualcosa in me si agitava, provavo una strana fierezza e un incomprensibile piacere. Mi stava venendo bene quella parte.

“Dunque... In altre circostanze lascerei passare, e ti rispedirei a lezione. Tuttavia, Alan, tu sei uno dei nostri studenti migliori. Per allontanare qualunque possibile critica circa un favoritismo nei tuoi confronti, ma non solo, mi ritrovo costretto a conferirti una punizione esemplare...” Detto questo, tirò fuori il suo principale strumento di terrore e potere: un blocchetto giallo, sul quale si mise a scrivere, per poi strapparne un foglietto e consegnarmelo. Lo presi, sentendo tutto il peso di quel gesto, per la prima volta.

Cosa c'era scritto in quel foglietto? Le istruzioni per il collaboratore didattico sulla mia punizione: una sculacciata, ovviamente, prescritta nei minimi dettagli, dallo strumento al numero dei colpi.

“Quanto a te, Matt, torna subito a lezione... e vedi di non tornare qui abbastanza presto!”

Così, uscendo dall'ufficio, ci ritrovammo finalmente soli. Guardai il foglietto giallo, stretto tra le mie dita, poi alzai lo sguardo e incontrai quello perplesso di Matt.

“Perché l'hai fatto?” Chiese, finalmente.

“Così. Ne avevo voglia.” Risposi vagamente, incamminandomi verso l'ufficio del collaboratore didattico. Matt mi seguì.

“Come sarebbe a dire?! Guarda che me la posso cavare benissimo, non ho bisogno dell'aiuto di nessuno!”

“Ma io mica l'ho fatto per te. L'ho fatto per me.” Replicai. E in effetti era vero, l'ho fatto per me, per dimostrare a me stesso, a Matt e al preside che posso essere diverso, che sono diverso.

“No, no. Non mi convinci. Tu non sei così.”

“Così come? Come te?” Mi fermai, lo guardai fisso negli occhi. “Nemmeno tu sei così, però. Abbiamo entrambi dei ruoli cuciti addosso, non ti pare?” E, ancora una volta, riuscii a lasciare il ragazzo di sasso. “Faresti meglio ad andare, adesso... io ho un appuntamento!” dissi, sorridendo. Matt rimase imbambolato, ma ormai io ero arrivato alla porta dell'ufficio. Bussai, e mi venne dato il permesso di entrare. Lanciai un ultimo sguardo al ragazzo, poi entrai. Quando finalmente vidi l'imponente e severa figura del collaboratore didattico, mi resi conto davvero di cosa avessi fatto, e che adesso mi spettava una bella sculacciata!

L'uomo era impegnato al telefono, mi fece cenno di aspettare, così rimasi lì, in piedi. Mi guardai intorno: una stanza ben arredata, una libreria ben fornita, un armadio, la scrivania con due sedie davanti, un divanetto.

La conversazione finì ben presto, l'uomo mi fece cenno di avvicinarmi e di porgergli il foglietto. Giusto, il foglietto! Distratto dalla conversazione con Matt, non avevo pensato a leggerlo. Così ora si aggiungeva pure l'effetto sorpresa!

L'uomo lesse attentamente le istruzioni scritte, senza dire una parola. Poi finalmente alzò lo sguardo e mi disse: “Togliti il maglione, le scarpe e i pantaloni. Puoi tenere la camicia.”

Cominciai a spogliarmi lentamente, riponendo le scarpe sotto la sedia davanti la scrivania, per poi poggiarvi sopra i vestiti. Intanto, il professore aveva aperto l'anta di un armadio e ne aveva tirato fuori una grossa paletta forata, principale strumento per le sculacciate. Rimasi in piedi, in camicia e mutande, in attesa, provando in egual misura freddo e imbarazzo, ma anche una punta di curiosità.

“Chinati sul bracciolo del divanetto.”

Eseguii l'ordine, sistemandomi sul bracciolo, cercando la posizione più comoda e sforzandomi di non pensare al mio sedere rialzato, in evidenza. I boxer aderenti che indossavo era un'esigua protezione.

“Conta i colpi, in maniera chiara. Se sbagli, ricominciamo da capo.”

E così, cominciò.

SPANK!!! “U-uno!” sussultai per la sorpresa. Il colpo era fortissimo, doveva avere risuonato per tutta la scuola.

SPANK!!! “Due!” La paletta aveva colpito la parte superiore dei glutei. Avevo stretto i denti, ma pronunciato bene il numero.

SPANK!!! “Tree!” Urlai: lo sculaccione era finito, questa volta, sulla parte più bassa, vicino alle cosce. Un male assurdo!

SPANK!!! “Quattro.. Ah!” mugugnai, stringendo i pugni. Il sedere già cominciava a bruciarmi.

SPANK!!! “Cinque!”

I colpi proseguirono con ritmo costante, cambiando però, ogni volta, la zona colpita. L'effetto finale sarebbe stato una grande omogeneità di colore, non c'era dubbio. Un paio di volte mi ritrovai in pericolo, ma riuscii a scandire bene i numeri: arrivati al ventesimo, il collaboratore didattico si fermò. Si spostò, andò a riporre la paletta nell'armadio. Io intanto ero rimasto dov'ero, in attesa di ordini, e ne avevo approfittato per massaggiarmi il sedere. Sentivo un gran calore che facilmente traspariva dal leggero tessuto delle mutande.

Era finita? Avevo seri dubbi. Il preside aveva parlato di punizione esemplare. Venti colpi come quelli, per quanto forti, non mi sembravano così esemplari...

La risposta al quesito non si fece attendere: posato il paddle, l'uomo prese una bella cintura di cuoio. La piegò in due, la fece schioccare per aria, mentre mi si avvicinava.

“Abbassa le mutande, poi rimettiti in posizione.”

Sprofondai.

Era davvero una sculacciata esemplare!

Dopo un breve istante di esitazione, eseguii il comando. Mi alzai, abbassai con attenzione le mutande, giù fino alle caviglie, e poi tornai subito in posizione. Mi sentivo così esposto, con il mio culo nudo alla mercé dell'uomo!

SLAP!!! “Uno...” mormorai, in risposta alla prima scudisciata. Dritta al centro delle chiappe, già in fiamme: e fu come ravvivare il fuoco.

SLAP!!! “Due!”, urlai, buttando fuori tutta l'aria dei polmoni. Il tempo di riprendere fiato, che la terza scudisciata si abbatté sulle mie chiappe, e appena riuscii a scandire il terzo numero.

SLAP!!! “Q-quattro!” Strinsi i denti, strinsi i pugni e pure gli occhi. Tutte le voci che si sentivano sul collaboratore didattico erano confermate: aveva una forza straordinaria.

SLAP!!! “Cinque...” Di nuovo al centro del mio povero culetto. Cominciai a pensare ai segni che avrebbe lasciato.

SLAP!! SLAP!! E così via, fino al ventesimo e ultimo colpo. A quel punto ansimavo rumorosamente, gli occhi erano lucidi, ma tutto sommato mi ero comportato bene. Non mi ero agitato e non avevo gridato, mostrando di esser in grado di prendere come un uomo quella punizione.

Finalmente mi fu concesso di rivestirmi. Mi alzai dal bracciolo e subito tirai su le mutande, anche se l'uomo non stava certo pensando a me: notai che era tornato alla scrivania, a scrivere. Mi avvicinai alla sedie per riprendere i vestiti, in breve fui rivestito completamente. Prima di andare, mi fu consegnato un foglietto verde. Con il foglietto giallo si entra, con quello verde si esce: nel foglio, che avrei dovuto consegnare in classe, c'era scritta la giustificazione della mia assenza, ovvero la sculacciata ricevuta.

Feci dunque per uscire, pronto a tornare in classe, e già sentendomi male al solo pensiero di avere da trascorrere ancora metà mattinata, dolorosamente seduto sulla sedia. Intanto, mi ero completamente dimenticato di Matt e tutta la storia: che sorpresa, dunque, quando fuori la porta lo trovai ad attendere!

“E tu? Che ci fai ancora qui?”

“Ti aspettavo.” Rispose prontamente. “Be'? Com'è andata? Te le ha date sul culo nudo, eh?”

“Mi aspettavi... o mi spiavi?”

“Tsk! Figurati! Ti aspettavo, sul serio.”

“E perché?”

“Perché non ho ancora capito perché mi hai coperto.” S'impuntò. “Voglio che me lo spieghi.”

Per quanto avere un contatto con Matt rientrasse tra i miei obiettivi, non era quello il momento più opportuno. Per spiazzarlo, così da liberarmene, gli diedi una risposta che sorprese persino me stesso.

“Perché mi piaci, ok?” Mi fissò sconvolto. “Devo andare a lezione... e anche tu!” Gli dissi, incamminandomi. Ma lui subito mi si parò davanti.

“Tu sei tutto strano.”

“E sono anche in ritardo.” Provai a rimettermi in cammino, ma Matt mi bloccò con una mano sul petto. Primo contatto!

“Cosa intendi dire... ecco... in che senso ti piaccio?” Già, in che senso? Non sapevo cosa rispondere. Provai con il sarcasmo.

“Ti stavo prendendo per