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Il piccolo club delle sculacciate: le cronache
Capitolo 4 – Zack

by Oneiros

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 05 Mar 2012


Di tutti i suoi amici e coetanei, Zack era decisamente uno dei più tranquilli e anonimi ragazzini della sua età. Uno che davvero non attirava mai l'attenzione, che non si faceva notare. Non un bravo ragazzo, ma solo un ragazzino timido, introverso, di poche parole, dall'indole pacifica e conciliatoria.
Capelli biondi, occhi del color del miele: un quasi-angioletto i cui professori spesso e volentieri dimenticavano persino di avere in classe.

Pertanto, quando accadeva qualcosa che lo ponesse in evidenza, sotto gli occhi di tutti, questo evento appariva ancora più imponente ed esagerato di come sarebbe apparso se avesse coinvolto un qualsiasi altro ragazzino della sua età.

Certo, Zack era un tipo tranquillo, quasi spaurito, troppo intimorito persino per concepire una marachella. Marachelle che, per quanto insolite, non erano mica rare. Zack era incapace di dire di no a chiunque, specie al suo compagno più stretto, Leo, davvero un bricconcello, che non mancava mai di coinvolgerlo nelle sue malefatte.

Sebbene i suoi genitori non credessero nelle sculacciate come metodo educativo – tanto più che raramente dava loro motivo di ricevere una punizione –, Zack si era ritrovato più e più volte a condividere il fosco destino dei tanti suoi coetanei. Se non si trattava del pestifero cugino più grande, Matt, allora molto probabilmente la colpa era dell'amichetto Leo.

Quella tra i due ragazzini era un'amicizia partita in quarta, guidata esclusivamente dalla spavalderia di Leo, il quale, già i primi giorni del loro primo anno delle medie, aveva stabilito per entrambi i termini della loro amicizia. Leo ne combinava tante, davvero, ma Zack non riusciva mai a dirgli di no. Il loro era un rapporto classico, l'impavido leader e la sua paziente spalla, il monellaccio e la sua buona coscienza. Ma tra loro non era proprio così. C'era qualcosa, nelle bravate di Leo, che lo attirava sempre. In fondo, Zack era pienamente cosciente del fatto che piuttosto che non riuscire a dirgli di no, lui non voleva dirgli di no.

Era stato a causa di Matt – e soprattutto del suo severo padre! – che aveva conosciuto e provato le sculacciate. Ma a Leo doveva l'aver scoperto che, per qualche strana ragione, gli piacevano. Gli piacevano i racconti di Leo, gli piaceva cacciarsi nei guai insieme a lui e poi magari prenderle insieme, avere due culetti rossi da condividere. E se anche in quei momenti la paura e il dolore sembravano prevaricare su ogni cosa, una volta finita, non riusciva a pentirsene.

 

Anche quella volta, dunque, Zack non era riuscito a dire di no a Leo, insieme finirono col cacciarsi nei guai e condividere una bella sculacciata.

Tutto cominciò a scuola, durante la seconda ora di lezione. Leo e Zack erano compagni di banco. Cliché dei cliché, rumoroso e fastidioso il primo, sempre attento e calmo il secondo. Leo era un ragazzino iperattivo, sapeva sprizzar energie anche a prima ora, quando tutti gli altri erano ancora mezzi addormentati.

Durante quella seconda ora, dunque, Leo non aveva smesso un attimo di torturare e disturbare Zack. Cercava di convincerlo a saltare l'ora successiva, che era di educazione fisica. Non che non avesse voglia di giocare a pallone, cosa che solitamente facevano sotto gli occhi ben poco attenti del docente; voleva infatti ricopiare i compiti di matematica che Zack, ovviamente, avrebbe dovuto passargli.

Zack osservò il modo subdolo con cui Leo aveva evitato di chiedergli direttamente di passargli i compiti. Del resto, era successo così tante volte che ormai era un'abitudine, Leo aveva smesso persino di chiedere per favore e di ringraziare.

Questa richiesta, però, andava ben oltre i soliti doveri taciti dei compagni di banco. E va bene che la vecchia megera, ovvero l'insegnante di educazione fisica, difficilmente avrebbe notato la loro assenza (non si curava mai dei suoi alunni, lasciava i ragazzi giocare tranquillamente e tutt'al più si metteva a chiacchierare allegramente con le ragazze), ma che gli chiedesse di saltare l'ora e fare da palo mentre copiava i suoi compiti era un po' troppo!

Leo aveva preso a cantilenare tipregotipregotiprego fino ad attirare l'attenzione della professoressa di storia, che non aveva esitato a richiamarlo, e per un po' la discussione era stata rinviata. Leo non poteva ancora cantar vittoria, ma nemmeno Zack. Sapeva che prima o poi avrebbe ceduto; piuttosto, pensò di cercare un margine per poter porre delle condizioni.

Sul più bello, Leo tirò fuori l'asso nella manica, sorprendendolo per l'ennesima volta, e aggiudicandosi la vittoria.

“Senti... non è solo per i compiti di mate.” Gli disse, bisbigliando.

“Hmmm?”

“Sì insomma... è per stare un po' con te!”

Zack era sorpreso. Erano compagni di banco. Trascorrevano insieme sei ore al giorno, praticamente, un terzo di una giornata attiva.

“Cioè...” riprese Leo, incerto. Era raro vederlo impacciato. “Ma sì, insomma, volevo parlarti di alcune cose, senza avere nessuno intorno! Così colgo due piccioni con una fava, no?”

Zack aveva riflettuto per qualche istante. L'idea di liberarsi di due impegni impellenti di Leo in un colpo solo non era poi così cattiva. E ovviamente, era curioso, terribilmente curioso.

“Cosa vuoi dirmi?”

Ma a quel punto la docente li richiamò ancora, includendo lo stesso Zack. La decisione ormai era presa, non c'era più tempo per discutere ancora.

 

Più tardi, giunta la terza ora, Zack aveva seguito diligentemente gli ordini di Leo. Se c'era da compiere una marachella, non c'era altra soluzione che fidarsi ciecamente di Leo. Era lui l'esperto, nonostante gli esiti spesso... imprevisti.

Inizialmente dunque si erano uniti ai compagni, giù ai campi di calcio. Leo e Zack avevano partecipato alla solita conta delle squadre: seguendo i comandi di Leo, Zack aveva fatto in modo di finire alla squadra avversaria a quella di Leo, così che una volta andati via, il numero dei giocatori delle due squadre sarebbe rimasto pari, e i suoi compagni non avrebbero avuto nulla da ridire.

Intanto, osservavano il comportamento della docente: come al solito, accertatasi che i ragazzi cominciassero a giocare, si era allontana, circondata dalle ragazze. A quel punto Leo fece un segnale: e insieme sparirono, invisibili, sgattaiolando via dal campo, nascondendosi dietro le gradinate, e poi via, di corsa vero l'aula.

Una volta dentro, Leo non aveva perso tempo: chiusa la porta, raggiunse subito il suo banco, aprì i quaderni, il suo e quello di Zack, e cominciò il suo lavoro. Zack era rimasto, come al solito, a fare da palo.

Per qualche minuto non accadde nulla: Leo copiava scrupolosamente, in perfetto silenzio. Zack aveva gli occhi fissi sul corridoio, l'adrenalina ancora in circolo per la corsa, leggere palpitazioni di ansia più che affaticamento. A un tratto, si ricordò dell'atteggiamento strano di Leo, quindi, evento raro, prese l'iniziativa.

“Bene, hai i tuoi compiti. Adesso mi dici cosa vuoi veramente?”

“Non ora, Zack, sono impegnato.”

“Tsk. Sei il solito.”

“Shhh! E continua a fare il palo!”

“Io davvero non lo so perché mi faccio coinvolgere sempre da te.” Disse, sbuffando.

“Perché ti piace.” Rispose improvvisamente Leo, tenendo ancora gli occhi fissi sul quaderno, la mano che sfrecciava.

Zack rimase interdetto per qualche istante. Non sapeva di cosa essere più stupito: del fatto che era vero, gli piaceva, o del fatto che Leo lo conoscesse così bene.

“Dai, ho quasi finito, sono tutto per te!” disse Leo, facendo breccia nel silenzio sconvolto di Zack.

Qualche minuto più tardi, Leo aveva ultimato il suo lavoro di copiatura. Quanto poteva averci impiegato, dieci minuti? Quindici in tutto, considerando la corsa via dal campo? Avrebbe benissimo potuto farlo durante le precedenti lezioni, pensò Zack. Che fosse solo una scusa?

“Finito!” annunciò Leo, chiudendo di botto i quaderni e poi saltando in piedi. Zack lo vide attraversare l'aula, giungere alla cattedra, quindi sedersi direttamente sopra.

“Sei stato un ottimo palo, ma ora basta! Non verrà nessuno a disturbarci.”

Zack, timidamente, lasciò la sua postazione e si avvicinò all'amico, scegliendo il banco in prima fila davanti alla cattedra.

“Non mi hai mai detto nulla su quella volta a casa mia.” Esordì Leo. Sapeva benissimo a cosa si riferisse: a quel giorno in cui lui, Leo, suo cugino Matt e altri amici si erano riuniti, per un pomeriggio all'insegna delle sculacciate... e non solo quello. Arrossì al solo ricordo.

“Che vuoi che ti dica.” Fece spallucce, cercando di apparire naturale. Impossibile.

“Dai. Lo so che ti è piaciuto.”

“Be', sì...” tentò, tanto era inutile fingere, non era capace. “E' stato divertente.”

“Divertente?!” esclamò il biondino. “E' stato megagalattico! Non vedo l'ora di rifarlo!”

“.... Bene.” Mormorò in risposta, non sapendo che altro dire.

“Ma dimmi un po'... tu, tuo cugino Matt e quel suo amico...”

“Sì?”

“Che avete fatto nella mia stanza?”

Arrossì violentemente, all'istante. Si sentì travolto dai ricordi di quei momenti: quando aveva aperto la porta, interrompendo suo cugino e il ragazzo più grande che pomiciavano... e Matt che l'aveva coinvolto... ricordò le sensazioni provate, quando Matt gliel'aveva succhiato, e poi lui aveva fatto altrettanto al suo amico.

“Be', e tu che mi dici?” replicò, cercando di sviare il discorso. “Hai trovato poi Robin?”

Per tutta risposta Leo arrossì, ma dissimulò ridacchiando nervosamente.

Un istante di imbarazzato silenzio calò tra i due.

“Ma tu... insomma... tanto l'ho capito che hai fatto qualcosa con quei due... insomma, sei venuto?”

Zack giocò la carta del non ho capito. Inutile. “Zack, hai capito perfettamente. Dai. Hai dodici anni, tu riesci a venire?”

“... No.” Ammise, dopo qualche istante che gli sembrò infinito. “Non ancora, almeno. Matt ci ha provato... a farmi venire... ma niente.”

“Brutto.” Commentò Leo. “Uff.” Sbuffò. “Se tu ancora non riesci a venire, e hai dodici anni, vorrà dire che io devo aspettare più di un anno! Non puoi capire quanta voglia ho!” confessò. Era stupito, per l'ennesima volta. “Robin mi ha fatto vedere come si fa. E' stato... strano.” Riprese. “Tu... Tuo cugino ti ha sicuramente fatto vedere, immagino.”

“Be', sì...”

“Ahhhh!” sospirò. “Non ne posso più di essere un bambino! E non posso venire, e le sculacciate... che palle essere bambini!”

“Dai, non dire così... io non ho fretta di crescere.” Ammise.

“Beato te.”

“E poi... be', secondo me le prenderai ancora per molto, molto tempo, le sculacciate!”

“Cosa vorresti dire?!”

“Be', sei Leo! Non puoi proprio evitarle!” ridacchiò. “E poi... Matt le prende ancora, anche se non molto spesso.”

“Ma dai!”

“Uhu.”

“Figo.”

“Insomma... diventa intrattabile quando accade. Suo padre ci va giù pesante.”

“Posso immaginare. Ma è anche vero che è un bel tipo! Sicuramente se le merita tutte!”

“Oh sì! E anche tu, te le meriti!”

“Non è vero!”

Ridacchiarono insieme, divertiti.

“Hmmm... ora che facciamo? Dovremmo tornare al campo...” suggerì. La loro fuga era ancora impunita, meglio non rischiare oltre.

“Naaah!” replicò Leo. “Tanto vale goderci il resto dell'ora! Oh, sì, ho un nuovo videogioco, ti devo raccontare...” e senza nemmeno accorgersene, come sempre, Zack dimenticò tutto, tutte le preoccupazioni e i timori, e si lasciò travolgere dalla vitalità dell'amico.

Finché la fortuna venne a reclamare il conto...

Erano totalmente immersi nella conversazione, quando la porta della classe si spalancò di botto: con un istante di ritardo, i due ragazzini si resero conto dell'ingresso in aula della professoressa di educazione fisica. Evidentemente si era accorta della loro assenza. O magari erano stati i loro compagni a fare la spia. Avrebbero dovuto dirlo loro, prepararsi bene, perché non ci aveva pensato?!

“Bene, molto bene.” Esordì sarcastica la docente.

“Prof, ecco, noi...” tentò Leo, balbettando.

“Oh, per favore, Leo, non ammorbarmi con la perversa fantasia che possiedi, buona solo a inventare scuse, una più assurda dell'altra... il preside, invece, sarà ben lieto di ascoltarvi!”

“Ma io...”

“Niente 'ma'! E Zack, pure tu! Ancora una volta ti sei lasciato coinvolgere, eh? Be', vedi di crescere e di prenderti le tue responsabilità.” Gli disse. Zack deglutì. Ecco che tornava tutto, il panico, l'adrenalina, tutto come al solito. “Forza, andiamo subito dal preside, prima che i vostri compagni facciano esplodere il campo o Dio solo sa cosa altro.”

Nell'uscire dalla classe, seguendo la professoressa, Zack non mancò di rifilare un'occhiataccia al compagno. Anche questa, solita scena che non mancava mai di ripetersi!

 

Un'altra scena che si ripeteva sempre, era quella dei ragazzini impauriti, in piedi, attenti, davanti la cattedra del preside: un omone che già da seduto sapeva incutere terrore.

“Ma che piacere, Leo... sentivo quasi la tua mancanza.” Esordì il preside, sarcastico come sempre. “Zack, invece, questa sì che è una sorpresa... anche se a vedere chi ti fa oggi compagnia, non mi sorprenderei più.”

Zack guardava in basso, incapace di sostenere lo sguardo del preside. “Allora... la vostra professoressa mi ha detto che avete saltato la sua ora... sentiamo, Leo, di che si tratta? Qualche scherzo da preparare in classe? Qualche compito da copiare?” Zack nascose malamente un sussulto. “O semplice svogliatezza?”

“Se le dicessi che volevo semplicemente parlare a quattr'occhi con il mio amico Zack di questioni importanti, lei mi crederebbe?” Zack si sorprese a sentire le parole del biondino. Vide lo sguardo severissimo che il preside rifilò al biondino. “... Signore.” Si affrettò ad aggiungere Leo, come se fosse quello il problema.

“Vabbé. In fondo nemmeno mi interessa saperlo... qualunque sia il motivo, la punizione rimane uguale. E, mi dispiace dirlo, vale per entrambi.” Zack sentì su di sé lo sguardo dell'uomo. “Zack... sono sicuro che Leo è riuscito a circuirti in un modo o nell'altro. Non è mia intenzione punirti per aver saltato la lezione. Tuttavia... devi cominciare a prenderti le tue responsabilità, a pensare con la tua testa e agire di conseguenza. Ti punirò perché per l'ennesima volta ti sei lasciato coinvolgere da questo impiastro qui, hai capito?”

“Sì signore.” Mormorò.

“Bene.” Concluse l'uomo. “Considerato che restano venti minuti circa al termine della terza ora, direi che c'è tutto il tempo per una sculacciata come si deve.” Zack sgranò gli occhi. “Cominciamo subito. Leo, accomodati sulle mie gambe.” L'uomo si allontanò con la sedia dalla scrivania, creando lo spazio adatto. “Tu, Leo, rimani pure in piedi ad osservare la scena che a breve ti vedrà protagonista...”

Zack seguì con lo sguardo il compagno dirigersi verso il preside, comodamente seduto sulla sua grande sedia, le gambe ben allineate, pronte ad ospitare il ragazzino. Vide Leo piegarsi goffamente sul preside, sistemarsi comodamente, mentre l'uomo sollevò una mano e l'avvicinò al suo sedere, protetto dai pantaloni, e cominciò a carezzarlo dolcemente, come pregustando la sculacciata che sarebbe seguita.

Poi, improvvisamente, partì il primo colpo: uno sculaccione rimbombante, un suono attutito dai pantaloni ma che lasciava ben intendere la sua intensità.

SPANK! Zack chiuse gli occhi, d'istinto, mentre Leo incassava la seconda sculacciata.

SPANK! Si sforzò di tenerli aperti, scorse la grossa mano dell'uomo abbattersi sul sedere del biondino, che, dal canto suo, si allungò in avanti, ma senza fiatare.

SPANK!!! Zack seguì questa volta il percorso della sua mano, il suo scendere rapidamente verso il sedere, colpire con forza la chiappa sinistra.

E poi un altro colpo sulla chiappa destra, quindi di nuovo sulla chiappa sinistra. I primi colpi erano stati forti e ben distanziati: ma ben presto il preside mutò ritmo, sferrando colpi più leggeri ma rapidi, molto ravvicinati. Il suono di ogni co