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Il piccolo club delle sculacciate: le cronache
Capitolo 5 – Nathan

by Oneiros

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 12 Mar 2012


Nathan, undici anni, aveva occhi e capelli neri come la pece. Altrettanto nero, oscuro, denso come la pece era il suo animo. Riservato, riflessivo, di poche parole, si atteggiava da ragazzino fin troppo maturo per la sua età. Ne combinava di tutte i colori, e a tutti sembrava sempre l'espressione di una innata rabbia e ribellione contro il mondo.

Così non era, però, per i suoi amici, ai quali apriva completamente, o quasi, il suo animo. Leo era il suo migliore amico. Si conoscevano da quando erano poppanti, praticamente. Si dicevano tutto, si raccontavano tutto. Per quanto la vita li tenesse distanti (scuole diverse, esperienze diverse, conoscenze diverse), non c'era verso di separarli. Insieme avevano scoperte le gioie e i dolori delle sculacciate. Insieme stavano scoprendo le gioie del sesso... O almeno, ci avevano provato.

Scott era invece il suo compagno di classe, il suo compagno a calcetto, una presenza fissa in tutti i suoi giorni. A volte era il coprotagonista delle disavventure che poi raccontava fiero e orgoglioso a Leo. A volte Scott stessa diventava il suo più intimo confidente. Difficile era tracciare una linea di demarcazione tra i due, e Nathan non era proprio tipo che si piega a etichette e definizioni.

Se con Leo era cominciato tutto, però, è con Scott che proseguiva... era bastato quel pomeriggio, eppure divertente, trascorso da Leo, per far calare su di sé e sul suo rapporto un'ombra pesante. E che sollievo quando è stata spazzata via!

Il confronto e lo scontro a calcetto, la sculacciata dall'allenatore... e poi quel che avevano fatto nelle docce. Finalmente aveva raggiunto il suo obiettivo, finalmente il suo corpo aveva dato un primo significativo e importantissimo segno dell'inizio della crescita.

Ci aveva provato con Leo, ma solo con Scott c'era riuscito.

La felicità di quanto accaduto, così, venne poco a poco contaminata da dubbi e dilemmi esistenziali. Era fatto così, Scott. Un'anima nera nera, tendente alla malinconia. Perché con Leo non c'era riuscito, e con Scott sì? Anziché gioire di quel felice evento, aveva cominciato a torturarsi con quelle impossibili domande. Adesso molte cose sarebbero cambiate. Sarebbe stato in grado di affrontarle?

 

Sì, fu la risposta, finché avrò sempre Scott ad accompagnarmi. E' questa la conclusione cui arrivò Nathan. Ma prima di arrivarvi, dovette affrontare una bella prova di coraggio...

 

Era un tranquillo pomeriggio di sole. Un sabato pomeriggio: niente scuola né compiti, niente di niente. Quella settimana si era comportato bene. Malgrado qualche rimprovero, non aveva dato disturbo ai suoi genitori. Non avevano di che lamentarsi. Aveva inoltre passato giorni e giorni ad angustiarsi. Sentiva, dunque, di meritarsi un pomeriggio di gioco con il suo compagno Scott, immancabile.

Scott passò a prenderlo, un pallone da calcio tra le mani. Si allontanarono insieme, passeggiando e passandosi la palla, scegliendo lunghi e larghi viali alberati, dove giocare senza dare fastidio né riceverlo.

Raggiunsero un parco, e per un bel po' giocarono a pallone, indisturbati. Quando ne ebbero abbastanza, si buttarono sul prato, l'ampia ombra di un albero pronta ad accoglierli.

Cominciarono a chiacchierare come al solito, passando in rassegna gli usuali e immancabili argomenti di conversazione, giochi, la scuola, etc. Esaurita quella prima parte, ribadito l'ovvio, non gli restava che scendere in profondità e tirar fuori argomenti più strettamente personali.

Come sempre, è Scott a prendere l'iniziativa. E' sempre lui a condurre le conversazioni, a rompere il ghiaccio, spezzare i silenzi imbarazzanti. E' sempre Scott a spiargli dentro, e lui, presto o tardi, non può che cedere.

“L'hai detto a Leo?” chiede Scott.

“Uh?”

“Beh... che sei venuto. Con me. Nelle docce.” Scandisce. Nathan rivive quei momenti: la sculacciata dell'allenatore, la doccia insieme, Scott che lo masturba, poi glielo succhia...

“Eh?” mormora, scuotendosi e risvegliandosi da quel trip mentale. “In effetti... no.” E' un tasto dolente, maledizione a Scott, che sa sempre come pungerlo sul vivo! Intanto, però, il ragazzino rimane in silenzio, non chiede altro. Nathan s'interroga: perché non gliel'ha detto? Eppure si sono sentiti più volte, recentemente. Però da quel giorno a casa di Leo... quando erano stati interrotti da sua madre... non ne avevano parlato più. Entrambi sembravano aver dimenticato l'accaduto. E gli dispiaceva. In fondo gli era piaciuto, anche se poi erano stati interrotti e si erano guadagnati una bella sculacciata. Certo, a lui doveva esser piaciuto molto più che a Leo. Il biondino gli aveva concesso un'intimità fino a quel momento solo sognata. Gli aveva permesso di giocare con il suo buchino, gli aveva infilato dentro un dito e poi un pennarello... Una sensazione stranissima, ma non voleva dimenticarla.

“Nath? Ehi?” La voce di Scott lo scosse nuovamente. “Piuttosto, dimmi...” riprese, cercando di cambiar discorso. Entrambi avevano in mente una domanda: perché non l'ha detto a Leo? Eppure nessuno dei due riusciva a pronunciarla. Accettò ben lieto il cambio di discorso.

“Sì?”

“Ci hai riprovato?”

“Ehm... in effetti sì!”

“Benone!” e sfoderò un sorrisone, che timidamente ricambiò. “La pratica rende migliori!” disse, storpiando, in un contesto completamente diverso, uno dei tanti motti dell'allenatore di calcetto! Ridacchiarono insieme.

“E' piacevole... La prima volta, la prima volta che ci ho provato da solo, ecco, ci ho messo un bel po'. Temevo di non riuscirci più. Ma ho insistito e alla fine sono venuto.” Ripensò a quella sera, a letto, non molti giorno dopo quella volta con Scott. Era andato a letto prima apposta per provarci. E insieme ai ricordi, gli tornarono in mente anche le domande che si era posto. “Ma tu...” tentò. “Ecco... schizzi molto?”

“No... abbastanza poco, in effetti.” Rispose sincero l'amico. “Ma immagino che tra non molto le cose cambieranno!”

“Sì, hai ragione...” gli sorrise. E si ammutolì di nuovo, perso tra i suoi pensieri.

“Avanti. Lo so che hai un'altra domanda.” Era vero. Lo conosceva troppo bene..

“Tu lo fai spesso?”

“Abbastanza, sì...”

“E... quando lo fai?”

“Quando?” Scott sembrava sorpreso. “Ma, non saprei... quando capita. Quando ne ho voglia. O, per meglio dire, quando ne ho l'occasione... non sempre è possibile, anche se ne hai voglia!” Ridacchiò. “La sera, prima di andare a letto. Oppure quando faccio la doccia... Mi rilassa, ecco.”

“Capisco...” Furono le ultime parole di Scott a colpirlo, mi rilassa. Nathan aveva fatto proprio quella scoperta, recentemente, in un contesto assai particolare... Si prese di coraggio e gli pose l'ultima fondamentale domanda. “L'hai mai fatto, ehm, dopo... dopo una sculacciata?”

Scott lo guardò attentamente, occhi sgranati, sorpreso e divertito. “E bravo Nathan!” ridacchiò.

“Dai!” lo esortò.

“Veramente no. Beh, è anche vero che non sono cose che mi succedono tutti i giorni, al contrario di qualcuno di mia conoscenza!”ridacchiò ancora.

“E' che, come hai detto tu, aiuta a rilassarsi... e insomma...”

“Ma sì, lo capisco. Non ci vedo nulla di strano. Sei a letto, mezzo nudo, il culo in fiamme... direi che è normale, sì.” Lo sorprendeva sempre la capacità di Scott di parlare con assoluta naturalezza di certi argomenti. Ma in quel momento, in particolare, lo rincuorava. “Bene!” riprese Scott, saltando in piedi. “Che ne dici di andare a fare qualche tiro? Conosco un posticino...”

 

Così si ritrovarono in una zona piuttosto deserta, fatta di villette e grandi spazi aperti, ben poca gente in giro, ma soprattutto, ben poche macchine per strada. Era sempre più difficile trovare un luogo in cui a giocare per strada non si rischiasse la morte ogni cinque secondi. La morte e, ovviamente, una sculacciata paterna...

I due ragazzini si addentrarono in quella zona passandosi la palla, cercando un luogo adatto. A un tratto Scott si fermò e alzò un dito, per indicare qualcosa. “Laggiù, su quell'altura... vedi quella villa? Dietro c'è un giardino enorme, ed è libero. Ci sono andato a giocare qualche volta.”

Insieme si incamminarono verso la loro meta. Nathan osservò la villa, mentre le passavano accanto, diretti all'ampio spazio aperto direttamente alle sue spalle. Era una villa immensa, molto bella, ma sembrava abbandonata a se stessa. Sarebbe stato necessario un gran lavoro per farla tornare a splendere.

“Ci abita qualcuno o è abbandonata?” chiese.

“Non saprei... credo ci abiti qualcuno, tipo un vecchio che non esce mai... di fatto è come se fosse abbandonata, vedi com'è degradata? Come minimo ci vorrebbe un giardiniere, sembra una giungla, là dentro!” Detto questo, prese il pallone e sferrò un bel calcio. Un istante più tardi, entrambi avevano dimenticato l'incognita della villa e del suo misterioso abitante, non sapendo che ne sarebbero stati coinvolti molto presto...

Per un po' giocarono tranquillamente: tracciate due linee a mo' di porta, si sfidarono uno contro uno, con tiri corti e gioco di contrasto. Poi si lasciarono andare, sfidandosi a lanciare più forte o più lontano il pallone. Nathan sentiva l'adrenalina scorrere libera nel suo corpo. Tutta quell'adrenalina finiva sempre col portarlo a combinare qualche danno.

E così fu.

Un tiro di troppo, e il pallone andò a finire all'interno del giardino caotico della grande villa dei misteri.

“Ma bravo! Complimenti!” lo rimproverò subito Scott.

“Ops...” mormorò Nathan. E poi scoppiò a ridere.

“E ci ridi pure!” Ribatté Scott. “Sei sempre il solito!” Ma poi si lasciò andare anche lui a una risata. “Sì, però ora come lo recuperiamo il pallone?”

“Scavalchiamo?” propose. “Quel muretto è basso, non ci vuole niente.” L'avevano fatto milioni di volte, scavalcare muretti, arrampicarsi, per recuperare palloni o anche solo per gioco.

“Suonare al campanello come le persone normali no, eh?”

“No, appunto: troppo facile!” replicò, ridacchiando. Prese l'iniziativa, dunque, come sempre accadeva quando c'era da combinare qualcosa di azzardoso, e si diresse verso il muretto. Sì, ce la potevano fare. “Dai, forza!” Esortò l'amico, che non si fece attendere.

“Lo so già che ci cacceremo nei guai...” mormorò Scott, arrampicandosi sul muretto dietro di lui.

“Se sei così fatalista è sicuro!” replicò, balzando dentro il giardino della villa. Un salto al suo fianco, arrivò anche Scott. Si guardò intorno: un gran caos! Il giardino doveva essere bello, ma l'incuria e il disinteresse l'avevano devastato. “Ok... dividiamoci, chi trova per primo il pallone fa un fischio!”

“Ma io non so fischiare!” replicò Scott, mentre si allontanava.

“Nemmeno io, era per dire!”

In quel giardino c'era un casino assurdo, un sacco di oggetti rotti e abbandonati, un'auto che sembrava non muoversi da parecchio, delle sedie rovesciate, vasi con piante morte o quasi... del pallone, però, nessuna traccia.

“Vedi niente?” sentì lontana la voce di Scott.

“Nulla!” gridò davanti a sé. Non sapeva l'esatta posizione di Scott. “Ma dove può essere andata a finire...” mormorò.

“Cerchi questa?” disse una voce inaspettata. Nathan si fermò di botto, comicamente congelato in un passo a metà. Sollevò lentamente lo sguardo, e apparve un grosso uomo, non del tutto anziano, ma che decisamente non poteva venirgli padre, forse nonno. Teneva tra le mani il pallone.

“Ehm... salve...”

“Nathan, ehi!” disse Scott, che contemporaneamente si avvicinava. Scott, maledetto!, pensò. E' la regola numero uno: mai dire i loro nomi, per non essere riconosciuti!

“Nathan... mi sembravi un viso familiare.” Ecco, appunto. Figuriamoci se non trovava qualcuno che lo conosceva. Tutta colpa di Scott. A quel punto, non poteva che rendergli il “favore”.

“Scott, sono qui!” Ma l'uomo non fece una piega a sentire il nome. Il solito fortunato!

Un istante più tardi, i due ragazzini si ritrovarono, l'uomo di fronte a loro, il tanto cercato pallone tra le mani.

“Bene bene. Abbiamo due bei monellacci. Entrate dentro!” ordinò, e ai due non restava che eseguire. L'uomo li accompagnò dentro casa, e Nathan non aveva potuto far a meno di notare che la villa era grande, ricca e imponente anche all'interno. Giunti in un ampio salotto, l'uomo li fece accomodare su un divano. I due ragazzini si sedettero, composti e attenti, sia mai combinassero qualcosa al divano!

“Allora...” esordì l'uomo, che nel mentre aveva lasciato per terra il pallone e si era seduto su una poltrona di fronte a loro. “Nathan.” Disse, spostando lo sguardo su di lui. “Cosa vi porta qui?”

“Noi... cercavamo il pallone.” Rispose. “Signore.” Aggiunse, cercando di colpire l'uomo. Ma questi non fece una piega.

“Questo l'avevo intuito. Potevate suonare, come le persone normali.”

“Hai visto!” sussurrò Scott. Lo ignorò.

“Potevate anche evitare di cacciarvi in questo casino, no?”

“Signore, ha ragione, siamo dispiaciuti di averla disturbata.” Lo interruppe Scott. Nathan lo lasciò fare, se c'era qualcuno in grado di tirarlo fuori era proprio Scott. “L'assicuro che non era nostra intenzione recarle disturbo.”

“Eppure l'avete fatto.” Ribatté l'uomo. “Se mi trovassi al posto dei vostri padri non esiterei a darvi una bella punizione.”

“Sono sicuro lo faranno.” Disse Scott.

“Scott! Ma che dici!” gli sussurrò.

“Oppure, si potrebbe risolvere la cosa in un altro modo...” suggerì l'uomo. “E far sì che questa storia non esca da questa villa.”

“Sì!” esclamò Nathan, allettato dall'idea. “Sì, la prego! Ci prendiamo le nostre responsabilità, faremo quel che dice, ma la prego, non chiami i nostri genitori!” Fu il turno di Scott, adesso, di manifestare il suo disappunto, ma lo ignorò.

“Va bene. L'avete deciso voi. Ricordatevelo bene: l'avete deciso voi.” Concluse l'uomo, alzandosi. “Come dicevo, se fossi vostro padre non esiterei a punirvi... e vi punirei con una sonora e indimenticabile sculacciata, ovviamente!”

I due ragazzini trasalirono all'istante. Nathan si rese conto, un istante più tardi, del casino in cui si era cacciato.

“Ricordate? L'avete scelto voi!” riprese. “In ogni caso, credo che oggi una sculacciata non ve la tolga nessuno... se non l'avrete qui, i vostri genitori ci penseranno. Perché a quel punto i vostri genitori lo sapranno... giusto, Nathan?”

Aveva ragione. Non avevano scampo. Se fossero fuggiti, l'uomo non si sarebbe fatto alcun problema a dirlo a suo padre, che evidentemente conosceva. Non avevano scampo, davvero.

“D'accordo.” Disse infine Nathan. “Cosa vuole fare?”

“Cominciate col togliervi i pantaloni...” Disse, e con un rapido gesto slacciò la cintura. Li avrebbe sculacciati con la cinta! Nathan sbiancò. “Adesso!” tuonò l'uomo. I due ragazzini balzarono in piedi e rapidamente fecero come ordinato, rimanendo in piedi, fianco a fianco, pantaloni calati.

“Adesso... tu, Nathan, piegati su questo bracciolo”, disse l'uomo, indicandogli un bracciolo del divano. “E tu, sull'altro.” Si rivolse a Scott. Nathan evitò lo sguardo dell'amico, e si mise in posizione. Il divano era grande, stando piegati sui braccioli ai lati opposti le loro teste si sfioravano. Alzò lievemente la testa, incontrò quella di Scott a qualche centimetro dalla sua. Non era affatto felice.

La cintura schioccò, richiamando la loro attenzione. Nathan sentì l'uomo avvicinarsi alle sue spalle. “Cominciamo, dunque.”

SLAP!!! Nathan incassò il colpo, sferrato con gran velocità sul suo sedere appena protetto dagli slip scuri. In quella posizione il suo sedere era ben messo in evidenza.

SLAP!! SLAP!! Due rapidi colpi che lo fecero sussultare.

SLAP!!! Dritto al centro del sedere. Sospirò, pronto per il colpo successivo.

SLAP!!! Colpo che atterrò vicino alle cosce, colpendo una porzione di pelle nuda, non più protetta dal leggero tessuto delle mutande. Nathan sospirò