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Il piccolo club delle sculacciate: le cronache
Capitolo 7 – Robin

by Oneiros

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Robin, con i suoi tredici anni, i capelli castani e gli occhi azzurri, è l'incarnazione ideale e tipica del preadolescente, quasi adolescente.

All'ultimo anno delle medie, un passo, anche se apparentemente enorme, prima del liceo e dell'adolescenza, Robin viveva la sua particolarissima età di transizione, sentendosi diverso, unico, non sapendo, in realtà, di avere molto da condividere.

Persino il suo segreto personale, la strana e morbosa per le sculacciate, non era più un segreto: quel fatidico pomeriggio a casa di Leo aveva scoperto con gioia di poter condividere tutto, o quasi. Non solo le sculacciate, ma anche, finalmente, le prime esplorazioni nel mondo complicato del sesso.

Per quanto apparentemente Robin fosse un ragazzino tranquillo, amichevole e aperto con tutti, trovava difficile aprirsi e confidarsi con i suoi coetanei, specialmente su argomenti come il sesso e la masturbazione. Anche se quegli stessi argomenti erano all'ordine del giorno in tutte le conversazioni scolastiche.

Per sua fortuna, poteva contare su amici speciali, diversi dai soliti rapporti prestabiliti. Il suo rapporto con Leo, suo vicino di casa, era uno di questi: anche se ben presto Robin scoprì il rovescio della medaglia.

Era tutto così facile quando aveva dieci, undici anni. L'amicizia con Leo, che pure aveva due anni meno di lui, era costante, indelebile. Da quando entrambi, in momenti diversi e modalità diverse, erano entrati nella pubertà, le cose sembravano essersi complicate. Se era facile individuare i confini nei suoi rapporti con i suoi amici, coetanei, compagni di scuola, con il biondino diventava sempre più difficile. E quel pomeriggio a casa sua aveva complicato tutto ancora di più.

Certo, Robin ne era stato felicissimo. Robin e Leo avevano scoperto la loro intimità senza confini, e Robin, inizialmente agendo nel suo ruolo di fratello maggiore, per così dire, era stato ben lieto di prendere in mano – letteralmente! – l'educazione sessuale del ragazzino. Robin non aveva più smesso di pensarci, a quella volta che si erano masturbati insieme. Leo ancora doveva crescere, e non vedeva l'ora accadesse. Aveva trovato qualcuno con cui condividere la masturbazione, esplorare il sesso.

Ma quella era ancora amicizia? Era qualcos'altro? Aveva già oltrepassato i limiti di un rapporto normale, quale quello tra due amici di età diverse? Ne stava approfittando?

Evviva l'adolescenza. Come Robin in quei giorni scoprì, non era solo masturbazione ed eiaculazione, ma anche paranoie e seghe mentali. E se ne fece parecchie. Quasi quanto quelle fisiche!

Ogni giorno si scopriva cresciuto. Un pelo in più, un millimetro in altezza. Cresceva a vista d'occhio: glielo dicevano i suoi genitori e tutti i parenti. Ma ogni giorno non era solo il suo corpo a cambiare, ma il suo intero mondo, e questo avrebbe coinvolto anche gli altri, anche Leo. Non c'era che da mettersi l'anima in pace e osservare attentamente gli sviluppi.

 

Le cose si complicarono ulteriormente un pomeriggio apparentemente qualunque.

Un pomeriggio che sembrava iniziato ancora nel mondo dell'infanzia, ma che lo trascinò alla fine in quello molto più incerto e indefinito dell'adolescenza.

Tutto era cominciato, come sempre, con una sculacciata.

Non era un bel periodo, per lui. La scuola era più pesante del solito e lui aveva troppi pensieri, si distraeva facilmente, non aveva voglia di studiare. Per sua sfortuna, era periodo di interrogazioni e pagelline, che rispecchiarono la sua scarsa attenzione allo studio. Una notizia che, peggiorata dall'umore altalenante di Robin, non fu ben accolta dai suoi genitori. Tra sfuriate e litigate, la situazione peggiorò e alla fine giunse il verdetto: una bella sculacciata, e una settimana di punizione, divieto di uscire e di usare i videogiochi.

Per quanto le paranoie, gli irrefrenabili impulsi sessuali, l'umore altalenante rendevano evidente l'ingresso di Robin nell'adolescenza, per suo padre rimaneva comunque un bambino, da punire con le sculacciate. Niente di esagerato, però: il grosso era stato la settimana di punizione.

Alla luce della reazione dei genitori e – soprattutto – della minaccia di ulteriori sculacciate durante la settimana di punizione, Robin aveva cercato di comportarsi bene. E per diversi giorni aveva retto benissimo. Pensava di farcela, ma non aveva fatto i conti con l'imprevedibilità del fato... incarnato, nello specifico, nella persona di Leo!

Quel pomeriggio, dunque, era rimasto solo in casa. Poiché quei giorni si era portato avanti con lo studio, e superato il momento tragico delle pagelline a scuola era tornata la normalità, Robin ne aveva approfittato per rilassarsi un po', guardare la televisione. Avrebbe potuto tirar fuori i videogiochi, ma non voleva rischiare. La sua tranquillità venne interrotta dall'inatteso suono del campanello.

“Leo!” esclamò, vedendo, piacevolmente sorpreso, il biondino davanti la sua porta. Erano vicini di casa, ma non si vedevano da un bel po'. “Ehm... scusa... ma sono in punizione.” Si ricordò, e aggiunse il dettaglio.

“Non puoi uscire?”

Scosse la testa.

“Nessun problema: entro io!” E, rumorosamente come al solito, senza farsi problemi, entrò dentro casa, lasciando Robin di stucco con la porta aperta. Il ragionamento di Leo filava, in effetti. E comunque era solo. Di certo non avrebbero osato rimproverarlo solo perché Leo gli si era presentato a casa, e sempre ammesso che l'avessero scoperto. Scrollò le spalle, e richiuse la porta. Trovò Leo in salotto, davanti la tv che aveva lasciato accesa.

“Sei solo?” gli chiese il biondino, mentre lo raggiungeva sul divano.

“Sì.”

“Allora posso mostrati il nuovo videogioco che mi ha passato Zack!” esclamò esaltato il ragazzino.

“Leo... non so se è una buona idea.”

“Sempre la punizione?”

Fece segno di sì con la testa.

“Ma che hai combinato?”

“Uff...” sbuffò. “Le solite cose... scuola... pagelline... lasciamo perdere, dai.”

“Bravo...” replicò Leo. “Sculacciato?” aggiunse poi, sorridendo divertito.

Robin esitò qualche istante, poi ammise. “Sì, mio padre mi ha pure sculacciato... e mi ha minacciato di rifarlo se non mi fossi comportato bene durante quest'intera settimana di punizione!”

“Una intera settimana, wow!”

“Non agitarti, tanto a te capita anche di peggio, no?” Leo gli rifilò una linguaccia per risposta.

“E' per questo allora che non ti sei più fatto vedere né sentire...” riprese poi Leo.

“Uh?”

“Sì... ti ho pure cercato! Ti ho telefonato un paio di volte e poi sono pure passato a suonare, ma ogni volta trovavo tuo padre o tua madre e mi dicevano che non potevi, o non c'eri...”

“Ah! Non ne sapevo nulla!” esclamò, sorpreso. “Ma dimmi... tutta questa foga... che hai combinato? C'è qualcosa che vuoi dirmi?” sorrise.

“Oh, così... insomma, non ci vediamo da un bel po'!” rispose evasivo Leo. “Sicuro di non voler fare una partitina?” chiese, mostrandogli il videogioco. Avrebbe voluto, davvero, ma... “Dai dai dai!”

“Te l'ho detto, Leo, non posso! Non mettermi nei casini!” Provò a resistere. Ma a quel punto Leo tirò fuori la sua arma micidiale: i suoi occhioni commoventi. Un'arma che con i suoi genitori non funzionava mai, ma con lui, chissà perché... “E va bene! Ma solo mezz'ora, ok?” Leo gli saltò al collo e l'abbracciò per ringraziarlo; un istante dopo schizzò verso la consolle, inserendo il disco del videogioco.

La mezz'ora, ovviamente, divenne un'ora. Robin se ne accorse, e provò a far smettere Leo. Ovviamente non ci riuscì. E trascorse altro tempo, e Robin ci prese gusto, in fondo se l'era meritato, era stato bravo, aveva l'occasione di rilassarsi in compagnia del suo amico, ed erano soli in casa, sarebbero rimasti soli per parecchio tempo, chi avrebbe potuto fermarli?

Ancora una volta, la risposta fu: l'imprevedibilità del fato. Che, in questo altro caso, fece sì che il padre di Robin, stressato, furente, costretto a tornare a casa per prendere dei documenti di lavoro che aveva dimenticato, reso nervoso dalla dimenticanza, dal doppio tragitto in mezzo al traffico, facesse il suo ingresso non annunciato in casa, cogliendo Robin (e Leo) sul fatto.

“Ma che diavolo sta succedendo qui?!” tuonò suo padre. Robin si era appena accorto del rumore della porta, che suo padre era già lì, furente. “Robin! Sbaglio o eri in punizione?”

Il silenzio calò nella stanza. Leo si pietrificò, così come Robin. “Io... sì, lo so, ero in punizione, ma Leo è venuto a trovarmi, non c'era nessuno...”

“... e quindi hai pensato bene di farla franca!” tuonò ancora. “Dannazione, mi mancava solo questa!” esclamò adirato. “Vieni subito con me!”

“Ma papà!”

“Muoviti!” tuonò. Lanciando un'occhiataccia a Leo, che abbassò lo sguardo preoccupato, si alzò dal divano e seguì il padre. Imboccato il corridoio si fermò, e lo guardò negli occhi, severo e arrabbiato.

“Cosa ti avevo detto?”

“Papà io...” Tentò, ma suo padre con un rapido gesto lo afferrò per un braccio, lo fece voltare e gli sferrò un pesante sculaccione con la mano sul suo didietro.

“Cosa ti avevo detto?” SPANK!!! Sferrò un altro colpo, mentre Robin si dimenava. “Rispondi!”

“Che... che mi avresti sculacciato!”

“Esatto!” E tornò a colpirlo. Robin si dimenò ancora, per liberarsi, ma la presa di suo padre era ben salda.

“Risparmiami le tue scuse ridicole, adesso!” SPANK!!!

“No papà ti prego!” SPANK!!!

“Ti prego un corno!” SPANK!!! Era davvero fuori di sé. Finalmente lo liberò. Robin portò le mani al suo sedere: nonostante fosse completamente vestito, le sculacciate si erano fatte sentire. E non era che un antipasto: una certezza che si formò quando vide suo padre slacciarsi la cintura.

“Nella tua stanza, avanti, cammina!” Tuonò ancora, spingendolo verso la stanza con un'altra sculacciata con la mano. Una volta dentro la stanza, suo padre richiuse la porta e andò a sedersi sul letto, la cintura tra le mani. Robin gli stava davanti, in piedi.

“Avanti, togliti pantaloni e mutande, tutto giù!”

“Papà, per favore!”

“Subito!”

“Ti prego, ascoltami almeno!” Voleva almeno spiegargli la situazione, se proprio alla sculacciata non poteva sfuggire. Ma parlare e perdere tempo non sembrava ammissibile per suo padre, che di fronte ai suoi tentennamenti si alzò di scatto dal letto, lo raggiunse, ancora imbambolato in piedi, lo afferrò, trascinò a sé, e iniziò a sbottonargli i jeans, come faceva quando era ancora un moccioso.

Provò a protestare ancora, ma non osò fermare suo padre. “Lasciami spiegare, per favore!”

“Robin, non m'interessa!” ribatté l'uomo, mentre gli tirava giù i jeans. “Devo tornare al lavoro, non credere che temporeggiare ti salverà, puoi solo peggiorare le cose!” Detto questo, tirò giù anche le mutande. Robin si sentì umiliato per quel trattamento, ma ormai la frittata era fatta. In ogni caso, gli spettava un destino ben più temibile. “Muoviti, toglili completamente, e poi vieni qui.” Robin obbedì, quindi si mise come voleva suo padre: mentre questi stava seduto sul bordo del letto, a gambe aperte, Robin si distese sul letto, il bassoventre su una gamba del padre, e le gambe fuori dal letto.

SLAP!!! SLAP!!! SLAP!!! Cogliendolo di sorpresa, suo padre aveva sfoderato tre rapidi colpi in successione, uno più forte dell'altro. Robin li accolse con un gridolino.

SLAP!!! SLAP!!! SLAP!!! Altri tre colpi rapidi. Suo padre era proprio infuriato, colpiva furiosamente con colpi però imprecisi: il primo era mirato al centro, il secondo aveva colpito la sola chiappa destra di striscio, la terza era finita sulle cosce.

SLAP!!! SLAP!!! Robin batté il pugno sul materasso. Imprecisi o meno, i colpi erano fortissimi. SLAP!!! SLAP!!! Si scosse, in risposta a questi ultimi due colpi.

SLAP!!! Evidentemente già stanco per il grande sforzo iniziale, suo padre aveva abbassato il ritmo.

SLAP!!! Robin, che fino a quel momento aveva afferrato saldamente il bordo del letto con le mani, ritirò le braccia e le incrociò sulla testa, il volto nascosto premuto contro il materasso: già sentiva gli occhi inumidirsi.

SLAP!!! Un altro colpo ben centrato, al quale Robin reagì sussultando ancora.

SLAP!!! Sulla chiappa destra. SLAP!!! E su quella sinistra, anche se in modo impreciso.

SLAP!!! SLAP!!! Il ritmo tornò ad aumentare, così come il dolore, e Robin non riuscì ad evitare di tirare indietro la mano, per pararsi dai colpi. Per tutta risposta suo padre sferrò un'altra scudisciata, colpendo la mano, che dunque ritrasse.

SLAP!!! SLAP!!! Iniziò a scalciare, ad agitare le gambe sollevandole da terra. Suo padre gli diede un'altra sculacciata, poi cercò di bloccarlo, e contemporaneamente Robin tornò a tentare di coprirsi il sedere, ma a quel punto suo padre gli afferrò il braccio e lo piegò sulla sua schiena, tenendolo saldamente senza aver intenzione di lasciarlo. Quindi riprese a sculacciarlo.

SLAP!!! SLAP!!! I colpi proseguivano, le prime lacrime cominciavano a uscire. Robin stava scomodo, gli faceva male il braccio per come lo teneva suo padre, cominciò a piagnucolare.

SLAP!!! “Oh, non credere di ingannarmi, Robin!” SLAP!!!

“Ma papà!” SLAP!!! “Non ce la faccio più!” SLAP!!! “Basta basta ti prego!” SLAP!!! “Ti prego!”

SLAP!!! SLAP!!! Il volto gli si bagnava sempre di più, prese a singhiozzare, ma suo padre non gli dava ascolto.

SLAP!!! “Ti pregoooo!” riprovò.

SLAP!!! “No Robin!” SLAP!!! “Avresti dovuto pensarci prima!” SLAP!!! SLAP!!! “Te lo meriti!”

SLAP!!! Il ragazzino riprese ad agitarsi, a scalciare, cercò di sottrarre il braccio. Mentre suo padre cercava di tenerlo a bada per via del suo scalciare, riprovò e questa volta riuscì a liberare il braccio. Con entrambe le mani si asciugò gli occhi, inondati di lacrime, mentre le sculacciate riprendevano.

SLAP!!! “Bastaaa!!” SLAP!!! SLAP!!! “Ti prego ti prego ti pregooo!” Urlò, la voce rotta dai singhiozzi, tossì. Ma suo padre continuava.

SLAP!!! Il suo volto era completamente bagnato, il suo sedere rosso e caldissimo, stava scomodo, si sentiva umiliato, non ce la faceva più. Riunì tutte le sue energie e riprese a divincolarsi, cercando di sottrarsi alla stretta del padre, che dovette abbandonare per un attimo la cintura per tenerlo fermo. Improvvisamente arrivò una sculacciata con la mano.

SPANK!!! “Allora?” SPANK!!! “Ti vuoi dare una calmata?!” SPANK!!! SPANK!!!

“Ti pregooo!” SPANK!!! “Giuro non ce la faccio più!!!” SPANK!!! Tornò a colpire il materasso con il pugno. “Lasciami! Basta!”

Suo padre non riusciva più a mantenere il controllo. Del resto Robin aveva ormai tredici anni, non era più tanto facile tenerlo sulle ginocchia e sculacciarlo come quando era piccolo.

“Basta, mi hai stufato!” tuonò suo padre. Si alzò di scatto e tirò Robin per un braccio, che si ritrovò sollevato dal letto. Si mise in piedi, barcollando, ma suo padre lo teneva ancora per un braccio. “Dannazione, non sei più un bambino!” E, mentre stava in piedi, arrivò un altro sculaccione con la mano. Robin barcollò, riprese a piagnucolare. “Ma non è colpa mia!”

SPANK!!! “Smettila di comportarti come un bambino e assumiti le tue responsabilità!” SPANK!!!

“Ma allora ascoltami!” Piagnucolò, accompagnato da un altro sculaccione. “Non gli ho detto io di venire!” Riprese.

SPANK!!! “E poi...” SPANK!!! “Mi sono comportato bene tutta la settimana...” SPANK!!! “No?”

Finalmente suo padre si fermò. Liberò la presa, e Robin non esitò a massaggiarsi il culetto duramente provato.

“Va bene, basta così.” Sospirò. Lo fissò per diversi istanti, vide il suo volto in lacrime. “Forse sono stato un po' troppo duro, con te. Ma mi hai davvero deluso.” Aggiunse, addolcendo il tono. “Coraggio, vieni qui, è finita.” Disse ancora, aprendo le braccia per abbracciarlo. Robin gli si buttò addosso, e quando il suo viso incontrò il petto del padre scoppiò a piangere ancora più rumorosamente. Sentì suo padre massaggiargli delicatamente il sedere, e gli concesse qualche istante per riprendersi.

Quando si staccarono, suo padre gli mise le mani sulle spalle e gli parlò nuovamente fissandolo negli occhi. “Va bene. Diciamo allora che la tua settimana di punizione è finita.” Robin si illuminò in volto. “Ma, a una condizione. Che continui a comportarti bene. Altrimenti, tutto torna come prima.”

“Ok.” Mormorò in risposta, asciugandosi gli occhi. “D'accordo.” Poi tornò nascondere il viso sul petto del padre, che lo strinse di nuovo, una mano sulla nuca e l'altra sul suo culetto.

“S