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Filippo impara cos'è la disciplina
Capitolo 5

by CalidaManus

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Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 10 Jul 2012


Capitolo quinto

Erano passati un paio di giorni dall'ultima punizione di Filippo: l'occhio si era sgonfiato e se la rissa era solo un ricordo, continuava però il regime che zio Marco aveva instaurato: abbigliamento stile ragazzino (ma un ragazzino con genitori crudeli) nel tempo libero a casa, visite al bagno sotto sorveglianza, mutandine assorbenti per la notte.

Tuttavia Filippo aveva cercato di comportarsi il meglio possibile almeno per evitare peggioramenti e castighi fisici: negli ultimi giorni era stato depilato, sculacciato, si era fatto la pipì addosso, era stato masturbato dallo zio...insomma, non era il caso di peggiorare la situazione.

In più, ed era questo il suo pensiero principale, era stato sgamato dal suo migliore amico, Gabriele, la mattina in cui a scuola aveva dovuto indossare delle mutandine di Hello Kitty: non aveva idea di cosa pensasse di lui l'amico, è stava facendo l'impossibile per evitarlo. Il che però era abbastanza difficile, se consideriamo che i due abitavano a fianco e che frequentavano la stessa scuola, anche se in sezioni diverse.

Gabriele aveva provato a chiamarlo e a mandargli un paio di messaggi per sapere come andava, ma Filippo aveva scelto di ignorarlo, almeno fin quando non avesse pensato a una soluzione.

 

Quel giorno, a pranzo, Marco disse a Filippo: – Visto che negli ultimi giorni ti sei comportato bene, ho pensato stasera di invitare a cena Gabriele. Mi sembrava anche il minimo dopo la storia della rissa in cui è stato coinvolto a causa tua.—

—Eh? Gabriele a cena, stasera?– chiese Filippo, non molto contento dell'idea dello zio.

—Sì, perchè? Non sei contento?—

—No, no...è che...mi pare che Gabriele avesse un impegno stasera. – tentò di inventare il ragazzo.

—Non credo: ho telefonato a sua madre stasera per chiederle se era d'accordo e mi ha detto che non c'erano problemi. – rispose Marco, sempre un passo avanti rispetto a Filippo. –Anzi, credo che l'abbia già detto a Gabriele. Fammi un piacere, quando hai finito di sparecchiare vai a casa loro, così ridai alla signora Liliana il frullatore che mi ha prestato la settimana scorsa e avvisi Gabriele di venire alle otto e mezzo.—

Filippo era molto scocciato dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, ma sapeva anche che a questo punto era inutile inventarsi altre scuse e che opporsi gli avrebbe anche fatto guadagnare qualche altra sculacciata.

A questo punto la cosa migliore era provare a essere sincero, almeno in parte, con Gabriele e spiegargli che le mutandine erano una punizione di quel pazzo di suo zio...anzi, Filippo cominciava quasi a essere contento di avere qualcuno con cui confidarsi, visto che l'unica altra persona che gli risultava fosse al corrente delle trovate dello zio era sua madre, Angelica, che però appoggiava la strategia punitiva del fratello, stufa di anni di disastri da parte del figlio.

Filippo però si chiedeva cosa avrebbe pensato il suo migliore amico di lui: l'avrebbe preso in giro, sarebbe rimasto schifato, gli avrebbe detto che si sarebbe dovuto opporre con più forza a quelle punizioni... In ogni caso, era inutile preoccuparsi: meglio affrontare subito il problema.

Grato per il fatto che suo zio non l'avesse fatto cambiare in qualche stupido completino dei suoi, si avviò verso casa di Gabriele.

 

Salutò la mamma dell'amico, che gli era venuta ad aprire la porta, e le restituì l'indispensabile frullatore. La signora Liliana era famosa in tutto il vicinato per i suoi capienti polmoni, in grado di immagazzinare tutto il fiato necessario per parlare a raffica senza interruzioni. In pochi istanti Filippo fu bombardato da una serie di osservazioni su quanto era bravo e in gamba suo zio, suo quanto sembrava maturato lui da quando viveva lì, su quei terribili ragazzi con cui si erano picchiati, sui tempi che cambiavano, sull'aumento del prezzo delle zucchine e sulla difficoltà di concimare la nuova pianta di rose regalata dalla cugina Rita.

Riusciva appena ad annuire e a mormorare qualche assenso ogni sessanta parole circa, quando all'improvviso la signora Liliana, rinsavita momentaneamente, troncò la descrizione delle radiografie della collega caduta in bicicletta e concluse: –Ora che ci penso, le avevo detto che l'avrei chiamata per raccontarle le ultime novità! Scusa caro ma devo chiamarla prima che inizi Cento Vetrine: sali pure da Gabri, è di sopra.—

 

Grato della libertà riottenuta, Filippo salì le scale ripetendosi mentalmente il discorso che si era preparato. Giunto di fronte alla camera dell'amico, trovò la porta aperta: si affacciò e esordì timido con un: –Ciao...posso entrare?—

Gabriele era di spalle al computer: abbassò subito il monitor del portatile e si girò sorridendo: –To', guarda un po' chi ha deciso di riapparire. Vuoi dirmi che posso tranquillizzare la redazione di Chi l'ha visto? Dai entra.—

Filippo avanzò e disse esitante: –Vedi, prima di tutto...riguardo a ciò che hai visto...l'altro giorno, quello che indossavo...—

—Eri molto carino.– disse subito Gabriele, sorridendo.

—Sì ma...– tentò di proseguire Filippo, arrossendo per la presa in giro – non sono io che ho voluto metterle, vedi...—

—Allora – lo interruppe Gabriele prendendolo per il braccio e facendolo sedere sul letto di fronte a lui – dimmi un po', cos'altro di fa' quel cattivone di tuo zio?—

—Ma...come fai a sapere?– chiese Filippo stupefatto.

Gabriele rispose: –L'altra sera era uscito un po' in giardino per scappare alle chiacchiere di mia madre che aveva invitato le sue amiche a vedere l'ultima puntata di Desperate Housewives. Me ne stavo a guardare un attimo il cielo pregando che mandasse un meteorite in salotto, quando sento gridare da casa di tuo zio...ed era la tua voce. Sai che la finestra del vostro soggiorno è rivolta verso il mio giardino: la tenda era socchiusa e...ho visto tuo zio che te le dava. In più ti vedevo strano il giorno dopo, perciò quando ho visto quelle mutandine di Hello Kitty il pomeriggio in cui facevamo i compiti insieme, ho pensato che era più facile che fosse qualche strana punizione piuttosto che un tuo cambiamento di gusti in fatto di intimo...mi sono sbagliato?—

Filippo non poteva crederci: Gabriele l'aveva visto sculacciato da suo zio. E chissà, magari l'aveva visto anche mentre lo masturbava?

—Dai, non fare quella faccia...– gli disse Gabriele, mettendogli una mano sul ginocchio. –Non è mica che questo rovina la nostra amicizia, anzi...—

Si avvicinò a Filippo, entrando decisamente nei limiti del suo spazio vitale.

Filippo non si era mai accorto di come fosse bella la bocca di Gabriele. E di quanto rosse fossero quelle labbra.

All'improvviso si trovò direttamente a specchiarsi negli occhi di Gabriele, mentre il suo amico lo baciava appassionatamente facendogli perdere il fiato. Non riusciva nemmeno a capire più quale lingua fosse sua e quale di Gabri.

Gabriele si staccò dopo un tempo che poteva essere lunghissimo per le sensazioni provate, ma che era in realtà stato abbastanza fugace. Staccandosi però spostò la mano dal ginocchio al pisello di Filippo, che strizzò amichevolmente.

—Te l'ho già detto che eri carino con quelle mutandine?– chiese con un sorriso a Filippo.

Filippo arrossì, per le parole, il bacio e il tocco dell'amico: e non sapeva nemmeno quale precisamente tra quelle tre cose gli stava procurando la furiosa erezione che anche Gabriele doveva percepire.

Poi Gabriele tolse la mano e gli disse: –Ora vai, che se fai tardi chissà tuo zio cosa ti combina. Ci vediamo a cena allora, otto e mezza—

Filippo, ancora col viso in fiamme, annuì e scappò via senza dire praticamente altro.

 

Alle cinque, Marco chiamò Filippo per farsi aiutare a dare una sistemata per la cena. Filippo purtroppo era piuttosto distratto: Marco dovette sgridarlo un paio di volte per la sua svagatezza, e come se questo non fosse bastato, apparecchiando e facendo su e giù, Filippo riuscì a far cadere un vaso di porcellana dal mobiletto del soggiorno.

Marco arrivò dalla cucina, sentendo il rumore, e, nervoso, disse al nipote: –Possibile che invece di aiutarmi combini sempre guai? Insomma, Filippo! Non puoi stare attendo nemmeno una volta? Ora le prendi!—

—Ma zio! – guaì praticamente Filippo – Non l'ho mica fatto apposta! Dai...—

—Dai un corno! Ci mancherebbe anche che mi distruggessi la casa apposta. Caro mio, chi rompe paga. Dai che non ho tempo, mettiti subito a culo nudo sul divano, e muoviti o raddoppia la punizione.—

Sicchè Filippo si ritrovò per l'ennesima volta col suo bel culetto esposto alla furia educativa di zio Marco. Marco però era di fretta, con una cena da preparare: senza perdere tempo prese il battipanni dal ripostiglio e provvide ad assestare una trentina di colpi circa sul posteriore di Filippo, facendo in modo di non trascurare alcun punto di quella appetitosa massa carnosa.

Finiti i colpi, dopo essere riuscito a trarre qualche gridolino di dolore al nipote, gli passo una mano prima sul sedere bello caldo, e poi percorse il perineo e lo scroto di Filippo.

—Bene, i peli non stanno ancora ricrescendo. Credo che abbiamo un decina di giorni prima di raderti di nuovo. Smettila di eccitarti, sporcaccione. – lo rimproverò, tastando la sua erezione.

Poi lo accompagnò di sopra, dove nella stanza con l'armadio dei “vestiti speciali” tirò fuori la mise che il povero Filippo avrebbe indossato quella sera: delle scarpe nere di vernice lucida con la cinghia di cuoio alla caviglia e la fibbia argentata, dei lunghi calzini bianchi fino al ginocchio, un paio di calzoncini cortissimi in velluto turchese e una polo abbinata.

—Ma che sciocco,mi stavo dimenticando della biancheria.– disse poi Marco, ignorando deliberatamente la contrariatissima espressione di Filippo. – Ecco, qui ci sono le tue mutandine. Mi pare che siamo a posto. Filippo: togliti quell'aria scocciata. A parte che starai benissimo, ma se ti azzardi a tenere il muso ti metto il completino da piccolo cow-boy– minacciò, indicandogli l'armadio.

—Su, ora vestiti e poi finisci i compiti in camera tua. Scenderai quando arriva Gabriele. Io cucino intanto.– concluse Marco, lasciando Filippo non solo di umore nero, ma anche costretto a mascherare il suo vero stato d'animo per non peggiorare la situazione ancora di più.

Era appena riuscito a farsi baciare da Gabriele, e ora doveva vederlo vestito così? “Un momento” pensò “in che senso riuscito a farmi baciare?” Ma la domanda non aveva ragion d'essere: la realtà, che però lo stesso Filippo stava scoprendo in quel momento, era che a lui Gabriele era sempre piaciuto, e da matti: forse era per quello che pur essendo un ragazzo molto carino non aveva mai trovato una ragazza con cui gli sembrasse valesse la pena di stare più di un mese.

Si vestì e, con gli odiosi capi d'abbigliamento scelsi dallo zio, si guardò allo specchio: vide una specie di bambino di otto-nove anni in tenuta quasi da marinaretto col corpo però di un adolescente!

Si sentiva davvero ridicolo specialmente guardando le gambe lunghe e affusolate, evidenziate dai calzini bianchi e dai calzoncini...calzoncini che fra l'altro non solo gli erano così stretti da evidenziargli il sedere molto più di quanto avrebbe gradito, ma che bastavano appena appena ad arrivare all'inizio delle cosce, lasciandone gran parte in bella vista.

Vuoi per il ricordo del bacio di Gabriele, vuoi per la sua immagine allo specchio, sentì ancora una volta l'uccello ingrossarsi. Furioso per quell'erezione, assurda almeno quanto la situazione in sé, si avviò in camera. E come l'avrebbe studiato Kant in quelle condizioni?

 

Alle otto e venticinque, Filippo sentì suonare la porta. Scese, ancora furioso per l'abbigliamento a cui era costretto, e vide Gabriele che, da perfetto bravo ragazzo, porgeva a zio Marco una crostata di fragole mandata da sua madre. Tanto assurdo era l'abbigliamento di Filippo quanto appropriato quello di Gabriele: scarpe da ginnastica nuove, un bel paio di jeans, una camicia rossa e un cardigan nero. Filippo si sentì ancora più ridicolo.

—V ieni, Filippo, non fare il timido. Saluta pure il tuo amico. Stavo spiegando a Gabriele le novità – gli disse Marco. – Vedi, Gabriele, visto il comportamento disgraziato di mio nipote, che tu ben avrai notato negli ultimi mesi, mi sono trovato costretto a punirlo. Non sto a raccontarti ora i dettagli, ma sappi che in casa lui non è un ragazzo di diciassette anni ai miei occhi, bensì un bambino più piccolo, da trattare come tale. Non ho niente in contrario alla vostra amicizia, anzi, trovo che per lui tu sia una bella figura d'esempio, e sono contento se, salvo punizioni, vi frequentate a scuola e nel tempo libero: ma qui in casa prego anche te di trattarlo per il monello che è.—

Filippo si sentiva sprofondare.

—Certo, capisco benissimo– rispose Gabriele, con aria matura ma allo stesso tempo sorridendo impercettibilmente.

—Ora aspettami, porto qualcosa da bere mentre la pasta finisce di cuocersi – gli disse Marco, avviandosi in cucina.

Un silenzio pesante scese in salotto.

—Sai, non voglio che tu sia imbarazzato...tuo zio ti vuole bene, e trovo che faccia bene a metterti in riga prima che sia troppo tardi. E poi, ricorda, con me non devi vergognarti di nulla. – disse Gabriele a Filippo, che aveva le idee davvero confuse a questo punto della serata.

Marco rientrò: sul vassoio aveva due bicchieri di vino, destinati evidentemente a lui e Gabriele, e un bicchiere di aranciata, lasciato a Gabriele senza troppe cerimonie.

Poi, la cena iniziò.

In breve fu chiarito che Filippo non doveva nemmeno sognarsi di interrompere i “grandi” a tavola: in pratica fu tagliato fuori dalla conversazione, visto che i bambini, diceva Marco “andrebbero visti e non sentiti”. Essendo Gabriele un ragazzo molto colto per via dei suoi tanti interessi, i due parlavano di attualità, libri, teatro e musica, mentre Filippo non era proprio considerato se non per degli occasionali rimproveri dello zio sul modo di stare seduto, di mangiare, di comportarsi, eccetera.

 

Dopo il primo, arrivò il secondo: un ottimo arrosto accompagnato dagli spinaci cotti.

Filippo da sempre odiava gli spinaci: mangiò la carne e li lasciò da parte nel piatto.

Dopo un po' Marco lo guardò e chiese: – Beh? Che c'è, non li mangi gli spinaci?—

—No, zio, non mi vanno grazie.—

—“Non mi vanno, grazie”?– ripetè scocciato lo zio – Dove pensi di essere? In questa casa si mangia tutto quello che c'è nel piatto.—

—Dai Filippo, guarda che sono buoni gli spinaci, e ti fanno anche bene. – si mise in mezzo Gabriele, con aria fastidiosamente adulta.

Filippo, già arrabbiato per essere stato escluso per tutta la serata e ancora di più per l'atteggiamento di Gabriele, rispose: – Ma a me invece fanno schifo, quindi non li mangio – con il tono petulante proprio del bambino capriccioso che non voleva sembrare.

Un lampò passò negli occhi di Marco. –Lo vedi? Cosa devo fare con lui? Quand'è che imparerà l'educazione?– disse Marco. All'istante, prese Filippo per un orecchio e lo trascinò verso il salotto. –Vieni pure, Gabriele, ora ti faccio vedere come si puniscono questi bambini viziati.—

 

Una serie di implorazioni e lamentele da parte di Filippo, semplicemente terrorizzato da quello che stava per capitare, per lo più davanti a Gabriele, non impedì a suo zio di trascinarlo fino al divano dove se lo mise in grembo.

Marco invitò Gabriele ad accomodarsi nella poltrona di fronte e, abbassati i calzoncini, cominciò a dargliele di santa ragione.

Filippo si dimenava, pensando a un tratto che Gabriele doveva aver visto anche le mutandine assorbenti e morendo letteralmente dall'imbarazzo. Poi suo zio dopo una decina di minuti gli abbassò anche le mutandine, girandolo tra l'altro così che casualmente dalla poltrona Gabriele potesse vedere anche le palle e il pene, il tutto depilato e rivolto all'indietro. Ad ogni modo, presto il dolore ebbe la meglio sull'imbarazzo e a Filippo non rest