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L'undicesimo alunno
Capitolo I

by Werewolf

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L'undicesimo alunno – prima parte

La Saint Aghate è una scuola molto dura, ma di prim'ordine. Gli stessi docenti, come me, vengono scelti per la loro durezza, oltre che per la loro bravura, dato che gli studenti nel nostro collegio devono rigare dritto. Da un paio di anni la nostra scuola ha aderito a un nuovo programma di rieducazione per giovani estremamente difficili, quindi oltre agli studenti paganti, vi sono anche studenti mandati dallo Stato, tutti dei criminali in erba. Lo scopo è raddrizzarli e farne persone oneste. Ad ogni costo e con ogni mezzo. Le punizioni corporali, ossia le sculacciate nella stragrande maggioranza dei casi sono la punizione maggiormente amministrata, per tutti gli studenti, paganti e non. La disciplina ferrea nella nostra scuola vale per tutti. E' opportuno anche spiegare, che i ragazzi mandati dallo Stato, chiamati “cadetti” per distinguerli dagli studenti paganti, alloggiano nella nostra struttura per tutta la durata dell'anno scolastico, in un padiglione separato da quello degli studenti. E' infatti severamente proibito che cadetti e studenti vengano a contatto tra loro se non in caso di punizioni pubbliche. Allora tutti si riuniscono nell'aula magna per assistere alla punizione del reo come monito a non fare la stessa sciocchezza per cui il loro compagno viene punito. Le stanze dei cadetti, anche se è più opportuno definirle celle, sono molto piccole e semplici, possono ospitare un solo ragazzo o ragazza per volta. Sono delle piccole stanze quadrate di due metri per due, con delle finestre provviste di robuste inferriate, una libreria, un armadio, una scrivania e un letto. Non sono permessi i telefonini o i computer, cosa che invece non accade nella sezione degli studenti, i quali dispongono di un'aula informatica molto ben attrezzata dalla quale possono accedere a internet, mentre i cellulari possono essere usati solo la sera, per sentirsi con i parenti e nei fine settimana quando possono uscire liberamente dal collegio. I Cadetti invece, per parlare con le loro famiglie, hanno a disposizione un parlatoio. Anche questo è un privilegio non concesso ai cadetti. Se vogliono uscire fuori hanno a disposizione il cortile della scuola. Queste misure, per alcuni dei cadetti sono davvero eccessive. In questi casi si è trattato di ragazzi o ragazze che avevano commesso un errore ed avevano ben imparato la lezione. Con alcuni di loro sono ancora in contatto. Sono duro, ma giusto. E tutti i miei ragazzi presto o tardi finiscono con il riconoscermelo. Per entrambe le parti i professori sono pressochè gli stessi, ma mentre dalla parte dei Cadetti alle lezioni assistono anche due robusti assistenti, questo non avviene nella parte dedicata agli studenti. Gli assistenti sono necessari, alcuni dei Cadetti sono violenti e capita che si ribellino alle punizioni. L'anno scorso, un mio collega si è ritrovato con il naso fratturato da un ragazzone che non ne voleva sapere di farsi punire. Da allora, all'interno del Cadettato vi è un vero e proprio piccolo esercito. In caso di un solo ragazzo riottoso, due assistenti sono sufficienti, anche per due. Se diventano di più il costante contatto radio fa arrivare immediatamente altri assistenti pronti a sedare qualsiasi ribellione. Anche i dormitori, sono strettamente sorvegliati, sebbene ogni sera, quando scatta quello che i cadetti chiamano “il silenzio” i ragazzi vengono rinchiusi nelle loro celle grazie alle serrature a chiusura centralizzata. Basta premere un pulsante dalla centralina presente nell'ufficio del preside e TLAC. Scattano tutte le serrature.

Quel giorno ero atteso dal preside. Un uomo anziano, ma ancora energico, l'unico capace di far tremare anche i professori con una sola occhiata. Arrivato davanti al suo ufficio, busso e una volta ricevuto il permesso di entrare e in seguito di sedermi, vado ad accomodarmi su una delle sedie poste davanti alla sua scrivania. L'ufficio è grande. Ospita una libreria molto ricca, c'è la televisione naturalmente, un divanetto e un armadio che come ben so contiene ogni genere di strumenti necessari alla correzione dei ragazzi.

<Ben arrivato, professor Coleman. Posso offrirle qualcosa da bere?> mi chiede l'anziano e io non mi faccio neanche pregare più di tanto.

<La ringrazio preside. Se possibile quell'ottimo whiskey che mi ha fatto provare l'ultima volta> sorrido accettando la sua offerta. L'uomo si alza e prepara i drink per entrambi, all'angolo bar posto accanto a un'ampia finestra.

<Si starà chiedendo come mai l'ho fatta chiamare. Stanno per mandare un ragazzo. Pensavo di affidarlo alla sua classe> mi dice avvicinandomi il bicchiere di whiskey liscio. Prima di sorseggiare mi concedo di annusare il liquido ambrato.

<Non sarà un problema, preside. In fondo la classe di cui sono responsabile conta ben pochi studenti.> gli dico, tranquillo Sa dirmi qualcosa, su questo ragazzo?> chiedo, più che altro per prepararmi al futuro arrivo.

<Si, mi hanno mandato il suo... fascicolo> e tira fuori dalla scrivania un bel plico di fogli abbastanza consistente. <Qui c'è tutto. Il backgroud del ragazzo, la carriera scolastica, i suoi risultati e anche la fedina penale. Ho letto tutto da cima a fondo, non sarà un'impresa semplice, professor Coleman> il preside scuote la testa e riprende a parlare <Stephen Harris, sedici anni e... ha una famiglia totalmente disastrata, a scuola sono più le note e le sospensioni che il resto e poi tutta una magnifica carriera da vandalo, teppista, scippatore, bullo... è stato espulso dalla precedente scuola perchè ha dato un pugno in faccia a un professore. Frattura del setto nasale, quattro denti saltati e l'osso per pochissimo non ha forato il cervello di quel poveraccio. E' recidivo, per nulla incline a dare retta a qualcuno. Il giudice ha pensato di mandarlo qui, visto che le “buone” non sono servite assolutamente a niente. Confida nei nostri metodi e io confido nelle sue capacità, professore>

Ascolto il preside fingendo un certo distacco, anche se è tutta scena. Un sedicenne... già messo così male. Sarebbe stata una bella sfida, ma avrei vinto io a costo di spellargli le natiche lo avrei rimesso in carreggiata. <Non nego che... sarà tosta. Se questa è la presentazione... non voglio immaginare il resto> dico sorseggiando con calma il mio whiskey. <Ma mi occuperò anche di questo caso. Quando arriva?> chiedo, riprendendo a bere.

<Dovrebbe arrivare a minuti. L'ho fatta chiamare, così potrà vederlo subito, durante la normale prassi d'accoglienza.> In genere e anche teoricamente si tratta semplicemente di illustrare rapidamente al nuovo arrivato il regolamento, che comunque gli sarebbe stato ribadito più volte nel corso dell'anno e soprattutto... ogni Cadetto ne trova una copia nel cassetto della scrivania. In pratica... quel primo incontro finisce sempre con una sonora sculacciata ai danni del ragazzo o ragazza, perchè tutti, sono sempre propensi a rispondere male, seccatamente, per far capire che a loro non gliene frega nulla di quello che diciamo o delle nostre minacce. E noi facciamo capire che non scherziamo fin da subito.

Scambio qualche altra parola con il preside, non più sul nuovo arrivato, ma sugli altri ragazzi, il loro andamento, comportamento e tutto il resto. Il mio whiskey finisce pochi istanti prima che bussino alla porta.

<Avanti!> dice il preside a voce alta raddrizzandosi sulla sedia. Anche io faccio lo stesso e guardai la porta che si apriva. Entrarono tre persone. Due sono i nostri assistenti. Ognuno di loro stringe un braccio della terza persona, un ragazzo, sicuramente il nuovo arrivato. L'osservo dritto negli occhi e lui mi ricambia lo sguardo, mentre prendiamo a studiarci silenziosamente per qualche istante. Il tempo di essere accompagnato fino alla scrivania e costretto a sedersi. Nel complesso è un bel ragazzo. I capelli sono corti, nerissimi, gli occhi verdi e la pelle chiara. I vestiti sono dismessi, la camicia gli va troppo larga e i pantaloni si tengono su solo grazie a una vecchia cintura di cuoio che glieli stringe alla vita. Anche le scarpe da ginnastica sono molto consumate. Sostiene il mio sguardo fino a che non tocca la sedia. Non appena gli lasciano le braccia porta immediatamente le mani a sfregarsele. I due assistenti rimangono li, alle sue spalle, ma lui non sembra curarsene. Torno a guardarlo in viso. Ha... uno sguardo strano. Non è come quello di molti altri, di sfida, strafottente o altro. Non ha nemmeno stampato in faccia un sorriso da presa per i fondelli. No. E' serio e ha lo sguardo di uno che ne ha viste troppe. Lascio le mie riflessioni non appena il preside si schiarisce la gola.

<Bene, cerchiamo di essere rapidi> dice il preside, abbastanza gelido, come lo è con tutti gli studenti, cadetti e non. Il moro sposta lo sguardo su di lui, in attesa. <Non ti chiederò nome, cognome e altro. E' tutto qui> taglia corto l'anziano, posando una mano sul fascicolo <Di te sappiamo praticamente tutto, ma tu sicuramen... che c'è da ridere?> mi volto verso il ragazzo. Sta ridacchiando... e smentendo la mia impressione di poco fa.

<Ragazzo> intervengo alzandomi in piedi <non c'è niente di divertente> gli dico, con tono abbastanza fermo. Lui mi guarda, fisso, sempre sorridendo.

<Chiedo scusa ma... non credo che voi sappiate davvero qualcosa di me> dice infine, un pò sprezzante, facendo sentire la sua voce. Uguale a tutti gli altri, me l'aspettavo che sarebbe finita in quella maniera, ma ne io ne il preside facciamo cenni particolari agli assistenti <non prendete per oro colato tutto quello che vi si dice... o devo pensare che credete ancora alla fatina buona dei denti?> e quella sua stessa domanda sembra divertirlo ancora di più. Ma di nuovo non posso fare a meno di paragonarlo agli altri. Sempre aggressivi e strafottenti gli altri, mentre lui... è più sottile. E' ironico.

<Harris!> lo riprende il preside, rivolgendosi al ragazzo <qui, gli studenti non parlano se non espressamente interrogati. Per cui fai silenzio e ascolta> prosegue <lui> e m'indica <è il tuo professore responsabile. Per qualsiasi cosa ti dovrai rivolgere a lui. Se commetterai effrazioni sarai punito da lui o da me... o da entrambi. Qui si usano le punizioni corporali, per cui, vedi un pò tu come comportarti. A breve sarai accompagnato nella tua cella, nella scrivania troverai una copia del regolamento che dovrai seguire alla lettera. Chiaro?>

<Seh> è fa la risposta. Guardo il preside facendogli cenno di pensarci io. In fondo, quel ragazzo è sotto la mia diretta responsabilità.

<Harris! Quando rispondi a un professore, assistente e soprattutto al preside... devi sempre dire “Si professore” o “No professore”. in alternativa “Si signore” oppure “No signore”.> gli spiego <hai capito?> domando subito dopo, senza sorridere o altro. Mi guarda in viso e... sorride di nuovo.

<'mazza oh. Che ampia scelta di espressioni> è la reazione. Aggrotto la fronte.

<hai capito?> chiedo di nuovo, concedendogli una seconda possibilità di uscirne con il sedere bianco <bada ragazzo... non te lo chiederò una terza volta, passerò ai fatti, direttamente> glielo dico davvero chiaramente

<Si, si... ho capito...> risponde, mandando gli occhi al soffitto, come se volesse darmi il contentino. Ma non è la risposta che mi aspetto. Poco male... o molto. Dipende dai punti di vista.

<No, non credo proprio...> scuoto la testa e faccio un cenno ai due Assistenti. Di nuovo, tutti e due, lo afferrano per le braccia e lo tirano in piedi.

<Ehi! Che cazzo fate?!!> si agita Stephen, sicuramente non se l'aspettava.

<Stai attento a come parli. La tua punizione è appena aumentata> gli faccio ben chiara la situazione, mentre il preside guarda la scena annoiato. Solito copione. Soliti ragazzi che si credono migliori di tutti... ma sono solo dei bimbetti.

<Si serva pure dell'armadio se le serve professore> mi dice, tornando poi sul ragazzo <Ora capirai cosa succede a comportarsi male qui dentro. Oggi, sarai aiutato dagli assistenti. La prossima volta farai da solo e senza storie, perchè lo so... ci sarà una prossima volta. Preparatelo!> ordina il vecchio alzandosi poi in piedi.

<Ma di che parla?? Lasciatemi, porca puttana!!> il ragazzo continua a dibattersi, ma non può fare molto contro gli assistenti, per quanto, mi sia parso anche abbastanza atletico. Il preside perde la pazienza. Non tollera quel tipo di linguaggio e non l'avrebbe mai tollerato. Si avvicina al ragazzo e gli tira una sberla in pieno viso, tanto per cominciare. Sberla che sembra bastare a calmarlo. Smette di agitarsi come un matto e fissa il preside allibito senza spiccicare parola.

<Niente parolacce qui dentro. Sarai punito per le parolacce, per la strafottenza e per l'accondiscendenza che hai mostrato verso il tuo professore. Ricordati sempre che sei tu il ragazzino quando sei al cospetto degli adulti di questa scuola. Un ragazzino che può essere punito in qualunque momento> parla con veemenza il preside mentre il ragazzo lo guarda sempre con gli occhi sgranati. <Visto che probabilmente pensi che per punizione qui intendiamo tirarvi un pò le orecchie, ti dico subito che ti sbagli di grosso. Qui, vi facciamo rigare dritto a suon di sculacciate. E tu te ne sei guadagnate davvero parecchie nell'arco di cinque minuti. Procedete voi> ordina di nuovo agli assistenti che per tenere fermo il ragazzo, non l'hanno ancora preparato. Lo portano al divano e lo fanno piegare sul bracciolo. Uno dei due assistenti si porta di fianco a Stephen, piegandogli entrambe le braccia dietro la schiena, ma prima di farlo aderire del tutto con con il bracciolo del divano, gli sganciano la cintura dei pantaloni e poi il bottone dei jeans. Questi cadono a terra come niente, davvero troppo larghi per lui. I boxer scuri rimangono al loro posto per il momento, mentre la camicia, anche quella enorme, gli copre quasi interamente il fondoschiena. Provo un pò di tenerezza per lui, ma non lo do a vedere. Mi avvicino per sollevargli la camicia e rimboccarla in modo che rimanesse incastrata sotto le braccia. Non parlo, anche il ragazzo è in silenzio. Si lamenta leggermente ma in sordina perchè gli fanno male le braccia per come gliele tiene piegate l'assistente. Sarebbe diventato l'ultimo dei suoi problemi, visto che di li a poco avrebbe avuto un'altra parte del corpo molto dolorante. Tenta all'improvviso di scappare via. Uno scossone abbastanza forte, ma l'assistente è di certo abituato a ben altro e riesce a tenerlo giù.

<mmmmh...> prende a lamentarsi Stephen, più rumorosamente. Mi accorgo che l'assistente sta stringendo troppo e gli ha piegato troppo il braccio destro.

<Guarda che qui non spezziamo ossa. Se vuoi impedirgli di muoversi, fagli stendere le braccia sul divano e tienigli i polsi> faccio presente all'assistente, che finisce con il fare quello che gli chiedo. Si siede sul divano liberando per un attimo le braccia a Stephen, per poi a riafferrarlo per i polsi tirandolo anche un pò in avanti.

<Avanti... questa storia sta durando troppo> interviene il preside, anche se mollemente. Tenere sulla graticola i ragazzi, ritardando con l'esecuzione della punizione costringendoli a stare con il sedere offerto al meritato castigo era una punizione in più. Di nuovo la camicia del ragazzo viene tirata su, fino a scoprirgli parte della schiena. Poi il preside, infila due dita sotto l'elastico delle mutande del ragazzo <In questa scuola, si sculaccia sul sedere nudo. Sempre e comunque> dicendo questo, scopre il sedere del ragazzo, lasciando i boxer poco sotto le natiche, andando poi all'armadio. Giurerei di aver sentito Stephen singhiozzare leggermente a quel gesto. Inevitabilmente gli guardo il sedere scoperto, bianco e sicuramente ancora fresco. Vorrei accarezzarglielo, ma ancora non mi permetto quel gesto.

<Preside... se me lo consente inizierei con una bella dose di sculaccioni dati con la cintura> propongo, senza definire il numero dei colpi.

<Certo professore, faccia come ritiene opportuno. L'alunno è suo, dopotutto. Tre sessioni> mi ricorda <e... gli infliggerò io stesso gli ultimi dodici con la bacchetta> aggiunge l'uomo. Guardo Stephen, forse troppo scioccato per dire qualcosa o troppo nervoso e di nuovo gli guardo le natiche, già immaginandole ben arrossate. Poi andai a prendere una cintura appesa nell'armadio.

<Bene Harris, spero tu sia pronto...> e dopo aver piegato la cintura in due la faccio fischiare in aria, molto vicino al suo sedere, quanto basta per fargli arrivare sulle natiche lo spostamento d'aria. <Se farai il bravo e non ti agiterai troppo, dirò agli assistenti di lasciarti i polsi. Non essere tenuto fermo è un privilegio da guadagnarsi. Chiaro?>

<si... signore> mi risponde.

<Risposta esatta ma arrivata troppo tardi Harris> faccio partire la prima cinghiata, che gli si stampa al centro del sedere colpendo entrambe le natiche ora attraversate da una striscia rossa. <Ma ora farò in modo che tu non dimentichi più>

<mh> s'è lamentato appena il ragazzo, la testa scattata all'indietro, ma nessun urlo assurdo o altro. Resto in silenzio e riprendo a sculacciarlo con la cintura, arrossandogli di parecchio le chiappe, il tutto “adornato” da delle striscie leggermente più scure.

<mh, auh...> sono i lamenti del giovane, ma a denti stretti, non urlati. Si sta comportando abbastanza bene, il che mi fa presupporre che conosca molto bene gli sculaccioni. Alla fine gli do un'ultima cinghiata fortissima al centro del sedere. Qui credo si sia sforzato parecchio per non urlare. Non so come ma l'ha fatto. Non ha urlato e la cintura torna al suo posto.

<Bene, bene... sei stato davvero bravo> mi complimento guardandogli il sedere, sentendolo riprendere fiato. Ha il fiatone ed è arrossato anche in viso. In genere, tra una battuta e un'altra uso carezzare il fondoschiena arrossato dei miei ragazzi, per farli riprendere un pò, ma esattamente come poco prima, non concessi questo gesto al ragazzo. <Lasciatelo pure. Non credo scapperà> come promesso visto che è stato bravo. Gli assistenti gli liberano i polsi ma restano li pronti a intervenire in caso di bisogno. Stephen ne approfitta per mettersi leggermente più comodo, ma mantiene la posizione. Gli poggio una mano sui reni e prendo a picchiettargli le natiche in maniera molto leggera con il paddle. Progressivamente quei colpi leggeri si trasformano in veri e propri sculaccioni che gli imporporano ancora di più il sedere

<Aaaaah...> si lamenta il ragazzo, muovendosi più convulsamente di prima. dolore su dolore <ahia, uhi...> muove anche le gambe leggermente, tuttavia non sembra voler scappare via, tanto che la mia mano sui reni è più che sufficiente a tenerlo giù. Anche stavolta termino la serie con un colpo molto forte che lui sottolineò con un lamento.

<Ahia!> più forte degli altri. Lascio il paddle poi tornai da lui.

<Avanti alzati> lo tiro su, prendendolo per un braccio. Lui mi asseconda raddrizzandosi e si lascia trascinare verso la scrivania <Preside. Lei che dice? premiamo la bravura e gli diamo gli ultimi dodici colpi? O è meglio dargli un altra dose di sculaccioni?> domando. Il preside guarda prima me e poi Stephen. Ancora il viso arrossato, si è lamentato, ma non aveva pianto. Davvero incredibile. In questo si che è diverso dagli altri. Tutti crollano praticamente subito. Altra cosa che lo distingue dagli altri. Le suppliche. Non ha chiesto di smettere nemmeno una volta, non ha chiesto pietà e non ha spergiurato di aver capito la lezione. M'incuriosiva, davvero, quel ragazzo.

<E siano gli ultimi dodici> è la sentenza del preside, alzandosi in piedi. <Levati la camicia> gli ordina mentre va a prendere una delle bacchette. Il ragazzo obbedisce rapidamente e anche prontamente, altro punto a suo favore, sfilandosi la camicia come una maglia, che poi appoggia sulla sedia dove poco prima era seduto, scoprendo un bel fisico atletico, asciutto e ben proporzionato. Guardandolo bene mi accorgo che ha delle cicatrici sulla schiena. Bianche e sottili, quasi impercettibili, ma guardando bene si vedono. <Piegati in avanti Harris> è l'ordine, l'ennesimo del preside tornando, con la bacchetta in mano, verso il giovane. Stephen non parla, si limita a eseguire l'ordine, poggiando i gomiti sulla scrivania davanti a lui. Il preside gli circonda la vita con il braccio sinistro, tenendolo piegato in avanti, il sedere arrossato esposto alla terza battitura del suo primo giorno. Seguo tutta la punizione, guardando il viso del ragazzo. Che sente dolore era evidente, ma stringe forte i denti pur di non gridare ogni volta che assaggia il morso della bacchetta. Si agita leggermente sotto il braccio del preside, che però riesce tranquillamente a ultimare la punizione del ragazzo. Il castigo finisce e il ragazzo ha le natiche completamente arrossate e striate di viola. Ora tiene la testa accasciata sulle sue stesse braccia, ancora poggiate alla scrivania, rilassandosi e riprendendo fiato... e no, nessun segno di lacrime. Eppure tutti a quel punto piangevano disperati per il dolore. Il preside dal canto suo passa delicatamente la bacchetta su quelle natiche arrossate, per fargli sentire ancora la presenza dello strumento correttivo.

<Allora Harris. Spero tu abbia ben capito come funziona qui. Ogni mancanza viene punita con una sculacciata, in genere impartita dal docente responsabile o da me. Ovviamente se uno degli assistenti o degli altri proefssori necessita di punirti può farlo... poi avrai il resto dal professore, in questo caso il professor Coleman> gli dice continuando a tenerlo piegato sotto il suo braccio <è chiaro questo concetto?>

<Si... signore> è la risposta di Stephen

<Ottimo, per stavolta non ti faccio inginocchiare contro il muro, ma la prossima volta non sarai tanto fortunato> finalmente lo lascia libero <Ora ricomponiti, poi seguirai il professore. Se hai dubbi chiedi pure a lui> dal canto mio osservo il nuovo arrivato rimettersi su i boxer, senza un lamento, senza neanche una smorfia. Dopo una battuta del genere... coriaceo il ragazzo. Per ultima rimette la camicia, che stavolta lascia fuori dai pantaloni. Sembra che indossi un tendone da circo.

<Avanti, vieni con me. Arrivederci preside> ordino al giovane, senza tirarlo o altro.

<Arrivederci> saluta laconicamente anche lui il preside, seguendomi. Ovviamente si muovono anche gli assistenti. Il preside si limita a un cenno della mano come unico saluto, poi usciamo nel corridoio. Prendendo la direzione del Cadettato, mi voltoverso i due assistenti.

<Potete anche andare, voi due> li congedo. In quella zona gli assistenti sono così tanti che anche avesse tentato di scappare sarebbe stato riacciuffato subito. In realtà voglio stare un pò da solo con lui. Quel ragazzo è davvero un'incognita. Lo guardo. Sta tormentando il bordo della camicia, la testa è leggermente abbassata e mi lancia qualche occhiata di tanto in tanto per non perdermi, ma per lo più non mi guarda. Ora mi sembra un bambino imbronciato da una sgridata parecchio aspra. Arrivati al Cadettato, lo guido verso i dormitori, spiegandogli la situazione<Nella scrivania della tua cella troverai tutto il regolamento. Infrangilo e sarai punito nella maniera che sarà ritenuta più opportuna>

<Vale a dire che mi sculaccerete come vi pare> è la risposta alle mie spalle. Mi volto, ora mi guarda.

<Esatto. Lo scopo di questo programma e della nostra scuola è quello di farvi comprendere l'importanza delle regole. E bada bene... da noi paghi con le sculacciate... ma la fuori...> inizio un classico sermone, ma Stephen termina la frase al mio posto

<Si lo so. Finisco dentro e buttano via la chiave> il tono è quello di uno che non ne può davvero più di quella tiritera. Chissà quante volte glielo hanno detto, quanti prima di me hanno cercato di raddrizzarlo... fallendo visto che ora è qui. Annuisco e basta alla sua affermazione e arriviamo al dormitorio maschile <da quella parte c'è il dormitorio delle ragazze. Non te lo dico neanche cosa ti combino se ti becco li dentro a qualsiasi ora del giorno o della notte per qualsiasi motivo. Stessa cosa vale per le ragazze. Qui non possono entrare> lo informo, mentre già si sentono colpi, lamenti e pianti. Le porte delle celle sono tutte aperte (motivo per cui si sentiva la punizione, altrimenti i muri spessi e le porte in ferro non facevano passare molti rumori. Ogni porta era infatti provvista di feritoia), il nuovo arrivato suscita curiosità, ma fino a che è in mia compagnia nessuno s'avvicina. Passiamo anche davanti alla cella da cui provengono gli inequivocabili suoni di una punizione. Trovo Gordon, un mio collega, con Crawford Dennis, steso sulle sue ginocchia, con il sedere denudato e ben rosso. Gordon stringe in mano una spazzola <Salve Coleman. Nuovo arrivo?> chiede indicando Stephen, che ha ripreso a tormentare il bordo della camicia, ignorando la scena della sculacciata che comunque continua implacabile. Gli SPACK e le urla di Crawford riempiono i momenti di silenzio della breve discussione.

<Che hai fatto Crawford?> chiedo al ragazzo scuotendo la testa, poi annuisco al mio collega <Si... lui è il professor Gordon, sarà il tuo insegnante di Educazione Fisica> dico a Stephen, presentandoglielo. Lui in tutta risposta guarda il professore, con un sorrisetto.

<Allora sarà il mio professore preferito. Stephen Harris, molto lieto> si presenta anche lui, dopo qualche istante di pausa, abbastanza cordiale. Mi stupisce, lo ammetto, ma non credo che sia l'effetto della sculacciata che gli è stata impartita nell'ufficio del preside ad avere quell'effetto. Quel ragazzo... è educato. In qualche maniera contorta, ma è educato. E io sono sempre più curioso.

<TI piace lo sport, Harris?> gli chiede Gordon, anche lui stupito, dalla cordialità di quel ragazzo. In tutto questo non smetteva di sculacciare Crawford, che mi pare di notare, lancia occhiatacce minacciose a Stephen, ma penso che sia solo per le sculacciate che sta prendendo. <E tu rispondi! Il professor Coleman ti ha fatto una domanda> e sottolinea il concetto con una scarica fortissima e continua di sculaccioni, tutti concentrati sullo stesso punto.

<WAAAAAAH> strepita il ragazzo piangendo come una fontana agitandosi parecchio. Gordon fa anche un pò fatica a tenerlo buono

<Devo chiamare gli assistenti? Vedi di stare fermo> lo sgrida pure. La minaccia ha i suoi effetti. Dennis smette di agitarsi.

<Ho preso l'ennesima insufficienza in Scienze, professore> risponde infine tra un singhiozzo e l'altro.

<Male> dico io lapidario, ma poi mi concentro sulla conversazione tra Stephen e Gordon.

<Certo, principalmente ballo la break, ma me la cavo anche a basket> risponde Harris. Gordon annuisce. <Ottimo... avrò modo di testare le tue capacità, ragazzo... ma se volete scusarmi... qui non ho finito> e continua imperterrito a sculacciare Crawford.

<Su andiamo> richiamo Stephen, facendogli cenno di seguirmi. Finalmente arriviamo alla sua cella. in terra c'è un borsone, contenente la poca roba che gli è stato concesso portare. Sul letto ci sono, ben piegate e ordinate le sue divise, in modo che abbia sempre dei cambi puliti. Nulla di troppo complicato. maglione, camicia, cravatta, pantaloni e scarpe. A parte la camicia, gli altri capi erano tutti neri.

La stanza è spoglia e nemmeno gli è permesso decorarla.

<Eccoci qui. Nel cassetto trovi il regolamento scolastico, in quell'armadio puoi sistemare i tuoi vestiti. La divisa la indosserai immediatamente. E' d'obbligo che tu la indossi tutti i giorni, tranne i fine settimana. Tutto chiaro?> chiedo, mentre il ragazzo già armeggia per i fatti suoi, aprendo la borsa e tirando fuori ben poca roba. Una vecchia tuta, due paia di jeans logori, qualche maglietta, una felpa e dei cambi di biancheria. Tutti i capi, noto, sono grandi per la sua corporatura.

<Si, signore> risponde, iniziando a sistemare tutto in maniera molto ordinata... quando quasi tutti prima di lui hanno letteralmente lanciato la propria roba dentro l'armadio senza curarsi dell'ordine. <Lei cosa insegna, professore?> mi chiede, mentre si spoglia per cambiarsi. Sfilò le scarpe e lasciò cadere i pantaloni a terra, rimanendo in calzini e boxer. Sfilò di nuovo la camicia come fosse una maglia. Nonostante i boxer si nota il rossore della sculacciata all'attaccatura delle cosce.

<Matematica> rispondo, osservandolo mentre infila la divisa. Questa è della sua taglia, per fortuna. Lo vedo annuire leggermente, poi ripiega con ordine i suoi vestiti e li ripone nell'armadio, indossando infine le scarpe della divisa. Le sue scarpe da ginnastica le lascia in un angolo, in modo che non gli diano fastidio.

<Mh... tosta!> commenta la mia materia, sorridendo leggermente. Esattamente come prima, non è strafottenza.

<Non sai quanto, ragazzo. Adesso bada bene> gli dico, severamente, come al solito <la sveglia è la mattina alle sei e mezzo. In fondo al corridoio ci sono i bagni. Avete mezz'ora per lavarvi e vestirvi tutti quanti. Alle sette in punto viene servita la colazione. Chi sfora l'orario, ne viene privato e le prende in mensa davanti a tutti. La sera le luci si spengono alle undici in punto e si chiudono le porte. Le chiusure sono centralizzate. Se hai bisogno di uscire sbatti la mano contro la porta. Gli assistenti girano sempre, ti faranno uscire. Ovviamente puoi uscire solo se ti senti male o per bisogni davvero impellenti. In caso contrario, verrai sculacciato prima dagli assistenti e l'indomani mattina da me. Il pranzo è alle tredici. La cena alle venti. Ci sono delle ispezioni a sorpresa per assicurarci che nelle celle tutto sia in ordine. Hai domande, ragazzo?> Stephen scuote la testa.

<No, signore. E' tutto molto chiaro, poi immagino che il regolamento spieghi tutto molto bene> dice, stringendosi leggermente nelle spalle.

<Esatto. Durante il giorno, quando non ci sono lezioni, puoi girare liberamente per tutto il Cadettato. La zona degli studenti paganti ti è vietata. Lo stesso vale per loro. Qui non possono venire> lui annuisce <Bene. Ora io devo andare. Tu leggi le regole e comportati bene. Non voglio rivedere le tue chiappe denudate per parecchio> è quello che dico a tutti i ragazzi. Non mi diverto di certo a sculacciarli.

<Arrivederci e... non si preoccupi che non ci tengo a mostrargliele nuovamente> mi saluta il ragazzo con una punta d'ironia, andandosi a sfregare platealmente le natiche, attraverso i vestiti. Io muovo solo una mano per ricambiare il saluto e poi esco, torno a casa. Da mia moglie e le mie figlie... ma con il pensiero fisso su quel ragazzo così particolare.

E per una settimana, quel ragazzo va liscio come l'olio. Riga dritto. Tre ispezioni, tutte e tre passate tranquillamente. Non nasconde nulla, è anche molto intelligente ma non si applica al massimo, raggiungendo solo la sufficienza... il voto minimo per non trovarsi a sedere scoperto sulle ginocchia dei docenti e poi sulle mie. Gordon invece ne è entusiasta. Riesce a stare dietro a qualsiasi suo esercizio, è molto atletico e se la cava molto bene nel basket, se non fosse che la squadra del Saint Aghate è costituita dagli studenti, non dai cadetti.

<E' un peccato, Aaron...> brontola il mio collega <quel ragazzo è davvero bravo. Sarebbe un aiuto per la squadra del collegio>

<Non lo metto in dubbio, ma conosci le regole. E' un cadetto, non gli è permesso> e lo dico a malincuore. L'ho visto giocare ed è veramente bravo.

E poi, venerdì...

Ho appena finito la lezione di matematica, proprio alla mia classe. Stephen ancora non si è integrato. Gli altri ragazzi lo guardano senza ben sapere se avvicinarsi o meno. Anche dopo le lezioni o a mensa... l'ho sempre visto per i fatti suoi, evitato dagli altri. Spesso lo vedo in biblioteca a leggere... non roba scolastica naturalmente oppure è nel campetto a fare tiri a canestro. Gordon gli ha dato tutti i permessi che gli ha richiesto. Resta il fatto che congedo i ragazzi, mandandoli a pranzo <Andate a mangiare, ci rivedremo per le esercitazioni> e li mando fuori. La classe si è appena vuotata, quando sento qualcosa cadere e delle voci. Una è femminile e concitata, l'altra è maschile più sommessa. Si sta scusando. Li riconoscerei entrambi tra mille. Elisabeth Milligan, l'insegnante di Lettere e... Stephen. A quanto pare il ragazzo l'ha urtata facendole cadere i libri. E ora è inginocchiato a terra per raccoglierli.

<Mi dispiace, professoressa. Non l'ho vista...> sta dicendo Stephen impilando di nuovo i libri della mia collega e rimettendosi dritto.

<Non dire sciocchezze. Mi hai visto eccome...> e allunga una mano verso il suo orecchio, stringendolo. Se io sono severo, lei è davvero una strega. Qualsiasi scusa per lei è buona per prendersela coi ragazzi, in particolar modo coi cadetti. Tutt'altro modo di fare con gli studenti, specialmente quelli più ricchi <ma ora t'insegno io...> e vedo Stephen stringere occhi e denti, l'orecchio sicuramente in fiamme.

<Professoressa Milligan. Posso sapere che succede?> chiedo guardando Stephen dritto in viso poi la mia collega. Duro come sempre, in realtà voglio solo salvare quel ragazzo dalle grinfie della mia collega. Non ammetto che le prendano senza motivo o per incidenti.

<Succede che questo delinquente> agitando la mano che stringe l'orecchio di Stephen, il quale non fare altro che mugugnare lamenti <mi è venuto addosso di proposito facendomi cadere tutto e ha anche la faccia tosta di dire di non averlo fatto apposta> e altro scossone all'orecchio del ragazzo, al quale ricadono i libri dalle mani.

<Ahahhhha...> poi mi guarda <Professore! Davvero! non l'ho fatto apposta, ero sovrappensiero e l'ho urtata. Non l'ho nemmeno vista> dice, poi Elisabeth gli lascia bruscamente l'orecchio, quando si accorge dei libri a terra di nuovo, spingendogli la testa. Stephen è costretto ad allungare una gamba per non cadere a terra pure lui

<E continui!! Raccogli subito quei libri sottospecie di animale> io aggrotto le sopracciglia. E Stephen... commette un grave, gravissimo errore.

<No> si rifiuta voltandosi a fulminare la mia collega, massaggiandosi l'orecchio. <non l'ho fatto apposta, mi sono scusato, le ho raccolto i libri e lei? Lei m'insulta, quasi mi stacca un orecchio facendomeli ricadere e ora dovrei raccoglierli di nuovo? Ma vada a farsi fottere, magari diventa meno acida> non faccio in tempo a fermarlo. Chiudo gli occhi. La mia collega manda fiamme dagli occhi ma non risponde. Non se l'aspettava. E' ben abituata a ragazzi che scattavano a ogni suo ordine. E, dicendola tutta, sono lieto che quella donna si fosse azzittita, ma Stephen ha trasgredito alle regole, alzando la testa in quella maniera con un'insegnante.

<Coleman!!> si lamenta infatti la mia collega, ancora sconvolta <Ne sei responsabile... tu...>

<Io gli darò la punizione che merita> fulmino Stephen con gli occhi, afferrandolo per un braccio. Ormai, il pranzo l'ha saltato. Lo riporto verso l'aula e mi accorgo che la Milligan ci aveva seguito. Già. Sicuramente vuole assistere e siccome è stata lei ad essere offesa, non posso impedirlo. Va a sedersi a uno dei banchi di prima fila, per godersi lo spettacolo mentre io lascio andare Stephen.

<Preparati> ordino portando una sedia davanti alla cattedra, mentre lui si spoglia del maglione, rimanendo con la camicia, abbassandosi solo i pantaloni. Le mutande gliele avrei abbassate io. <avanti...> mi batto leggermente una mano sulle gambe, per fargli cenno di stendersi a pancia in giù. Mi ritrovo il suo sedere ancora fasciato dai boxer scuri sotto gli occhi. Prima di cominciare gli sollevo la camicia scoprendogli un pò la schiena, poi gli abbasso i boxer, scoprendogli del tutto il sedere. Non c'è quasi più traccia della sculacciata della settimana prima, solo un leggerissimo rossore. Non lo sarebbe rimasto leggero molto a lungo. Nuovamente non mi prendo la libertà di accarezzarglielo, ma stavolta, non perchè è nuovo, ma perchè c'è la Milligan presente e voglio chiudere in fretta.

<Sarai sculacciato per il tuo comportamento scorretto nei confronti della professoressa Milligan> annuncio, senza specificare che gliele avrei ridate la sera stessa, per il suo comportamento da idiota con quella strega. Fosse rimasto calmo non mi sarei nemmeno sognato di dargli una sculacciata. Elisabeth si avvicina per mettersi dietro Stephen.

<Ma che bel culetto, Harris> lo sfotte, prima che io potessi iniziare <Bianco, fresco... no un momento... noto forse i segni di una precedente sculacciata?> disse poggiandogli due dita su una chiappa leggermente più rosata del resto del corpo, ma non prova a fare altro. Se i miei ragazzi erano sulle mie ginocchia, gli altri possono solo essere spettatori... eccetto il preside, naturalmente. <sarà divertente vederlo riprendere colore> io intanto ho preso la spazzola che tengo in bella vista sulla scrivania, come monito ai ragazzi a fare i bravi.