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Marietto e Simone in: Chi la fa l'aspetti

by Luca

Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 06 Jan 2013


Anche Marietto, come tutti i ragazzi, adorava l'estate, ma ciò che preferiva, in
particolare, era quel bel paesino campagnolo, dove si recava tutti gli anni con la
famiglia. Non lo entusiasmava solo per l'aria buona, fresca e leggera che si respirava —
tutto l'opposto dell'opprimente, grigio caos di Milano, cui era abituato – o per
l'allegro paesaggio verde, che gli ispirava una libertà quasi da romanzo d'avventura,
bensì, ciò che più lo eccitava, scuotendolo tanto da dare l'impressione di schizzar via,
da un momento all'altro, dimenticando la pelle, era l'idea di poter tornare a divertirsi
col suo più grande amico, Simone. Non che gli mancassero le amicizie, in città, ma
quel freddo collegio, dove lo avevano chiuso a studiare, era troppo esclusivo ed
austero, per permettere dei rapporti sinceri e la ricchezza delle famiglie (inclusa la
sua) rendeva i rampolli freddi e snob, cosa per la quale egli non andava affatto incline.
Con Simone era diverso: la sua appartenenza al ceto medio lo rendeva stranamente
affine e la spensieratezza di cui aveva sempre goduto riscattava Marietto da tutti i
sacrifici di una vita sotto chiave. Spiritoso, allegro, sempre in movimento e immune
dalla rigidità dell'etichetta, rappresentava per il ragazzo un perfetto antidoto ai nove
restanti mesi dell'anno.
Simone sapeva sempre quando l'amico stesse per arrivare e non solo perché Marietto
non mancava mai di avvertirlo, così che potessero contare insieme i giorni che ancora
li separavano. Si preparava pensando a qualcosa di nuovo da fare, qualcosa di
divertente che non mancava mai di allarmare i puritani genitori di Marietto e di
incuriosire quest'ultimo. Non gli lasciava neanche il tempo di arrivare, che se lo
portava via, a correre per la campagna. Gli spazi vuoti erano immensi: le case e le
fattorie si sperdevano così distanti, che non si avvistavano fra loro.
Quell'anno, al suo arrivo, Marietto notò un certo movimento e una diffusa euforia,
per una piccola fiera dei fattori.
«Mamma, mamma, ci fermiamo a vedere?» Saltellò eccitato sul sedile della
macchina, con gli occhi pieni dei colori e dei sorrisi dietro i finestrini.
La donna aveva cominciato a temere quello che sarebbe successo, non appena aveva
notato i festeggiamenti e, decisamente poco incline all'euforia, sperava solo di
raggiungere in fretta la loro abitazione, prima che il bambino cominciasse a fare
storie.
«Marietto, è tutta la notte che viaggiamo, non sarai stanco?»
«Ma no, ho dormito in macchina fino ad ora!»
«Ma non devi andare in bagno?»
«Ho fatto pipì all'ultima sosta!» Ribatté, deciso, Marietto.
Sua madre odiava le feste popolari: chiassose e confuse. Non fosse stato per
l'insistenza del pediatra e per il bene che voleva a suo figlio, cosciente che un po' di
libertà e di natura avrebbero giovato al suo fisico e al suo intelletto, la donna sarebbe
volentieri rimasta in città; ma già così riusciva a passare con lui solo poco tempo e
non intendeva rinunciarvi.
«Dovrai pure farti una doccia?» Osservò, azzardando un ultimo tentativo.
«E' meglio che me la faccio stasera, se devo andare in giro tutto il giorno, no?»
Rispose ancora Marietto, che sapeva di averla ormai vinta.
«Dai, Barbara, lascialo andare.» Intervenne suo padre.
«E va bene.» Rispose la signora sospirando, ma con un sorriso «Però, torna per l'ora
di pranzo.»
Si voltò per dargli un bacio e lo lasciò andare.
Marietto prese subito una buona boccata d'aria, quindi cominciò a guardarsi intorno,
tra la folla. Strano che Simone non si fosse ancora fatto vedere, ma, in fondo, pensò,
forse non lo aveva ancora avvistato, in mezzo a tutta quella gente. Del resto, sapeva
dove andare a cercarlo, se non lo avesse trovato. Ma, d'improvviso, qualcuno gli coprì
gli occhi, sguisciandogli alle spalle.
«Simone?...» Accennò, un po' preoccupato, Marietto.
Non ebbe risposta e, per un attimo, si impaurì. Ma le mani che lo bendavano, capì
subito, erano troppo leggere per essere di un adulto.
«Ciao, Marietto!» Gli urlò nelle orecchie Simone.
«Simone!!!» Gli rispose il ragazzo, fra il sollevato e l'offeso.
«Vuoi farmi pisciare sotto dalla paura?»
«Sarebbe un bello spettacolo!» Ridacchiò Simone.
Finirono di salutarsi, mentre si avviavano fra i banchetti.
«Ma cos'è tutto questo movimento?» Chiese Marietto, riferito alla fiera.
«E' la fiera che fanno ogni anno.» Spiegò Simone, come fosse una cosa ovvia.
«Ma se io non l'ho mai vista!» Obbiettò Marietto «Eppure, vengo qui da sempre.»
Simone gli disse che, in effetti, era un'eccezione che si svolgesse in quei giorni,
perché, di norma, in quelle date, doveva essere già terminata, ma un ritardo della bella
stagione aveva posticipato anche la festa.
«E' divertente!» Marietto non si trovava spesso in circostante simili.
«A chi lo dici!» Lo apostrofò Simone, con fare furbetto «E, se ti metti a correre fra la
folla e i banconi, puoi anche creare il panico!»
Il volto di Marietto si illuminò e un brivido d'eccitazione lo scosse dai piedi alla
testa.
«Dici sul serio?»
«Ooh, sì!»
Prima ancora che Simone potesse capire le conseguenze di quanto avesse detto,
Marietto, deciso una volta per tutte a rompere con le convenzioni, si era già lanciato in
una folle corsa, sguisciano fra tavolini di frutta, verdura, formaggio, secchi di latte
appena munto, pollame e persone colte di sorpresa. Nel disperato tentativo di
fermarlo, Simone sfrecciò dietro di lui, cercando di evitare gli stessi ostacoli che
Marietto, miracolosamente, aveva lasciato intatti. Quando finalmente lo raggiunse, il
povero Marietto era ormai rovinato in uno dei banchi del latte, mandandolo
irrimediabilmente all'aria. Confuso e frastornato, forse ancora incosciente del danno
causato, il ragazzino si ritrovò a terra, coperto di grasso latte cremoso con un rissoso
cane, spuntato chi sa da dove, che gli abbaiava contro, neanche il banchetto fosse suo.
Quando ci vide più chiaro, la piccola figura di Simone lo stava guardando sbalordito,
mentre una grossa mano afferrava il cagnetto per il collare e lo scostava quel tanto da
farsi largo.
«Buono, Marrano!» Disse all'animale una voce cavernosa.
«E qui, che abbiamo, eh?»
Marietto alzò lo sguardo sulla massiccia figura che gli faceva ombra, incrociando due
occhi duri in un volto rasposo di barba incolta.
«Beh, che diavolo ti prende, ragazzino? Come ti è saltato in mente di fiondarti sul
mio banco del latte, eh?»
Come a fare eco alla voce del padrone, Marrano sottolineava ogni parola con un
ringhio di protesta, sporgendosi verso il ragazzo e puntandolo fin quasi a strozzarsi,
bloccato nel collare fra le dita dell'uomo.
Marietto, incapace di spiegarsi egli stesso cosa lo avesse scatenato, cominciò a capire
di essersi ficcato in un bel guaio.
«Io...»
La frase gli si bloccò in gola sul nascere ed egli non fu più capace di parlare.
«E a me, chi li ripaga i danni, eh?» L'uomo cominciava a perdere la calma.
«E' il figlio dei Corsi.» Intervenne una signora, intuendo che le cose si mettevano
male. «Sono appena arrivati!»
«Qualcuno li vada a chiamare.» Suggerì un altro, mentre l'uomo del bancone
cominciava ad imprecare e Marietto rimaneva atterrito, in attesa di vedere cosa
avrebbe detto suo padre.
I Corsi arrivarono in pochi minuti, seccati di essere al centro dell'attenzione già così
presto.
Alla vista dei genitori, Marietto si calmò un po', cosciente che da quel momento
sarebbe stato almeno al sicuro da quell'omaccione iroso e dal suo cane pazzo.
Il signor Corsi si fece presto spiegare la dinamica dell'accaduto e si affrettò a porgere
le sue scuse e quelle del figlio al proprietario del banco, quindi si dimostrò generoso
nel risarcire i danni e diplomatico nello svicolare via quanto prima.
Marietto era ancora scosso, quando arrivarono a casa e, questa volta, preferì non
obiettare, quando sua madre gli suggerì di farsi un bagno. La vergogna per quanto
accaduto e per le successive spiegazioni ai genitori sbigottiti lo avvilirono più della
seguente punizione, che lo costringeva a rimanere chiuso in camera, senza vedere
nessuno, per due interi giorni.
Quando fu di nuovo libero, per prima cosa, Marietto volle vedere Simone.
«Come te la passi?» Gli chiese questi, dopo tanto che non si sentivano.
«Bene.» Rispose Marietto «In fin dei conti, me la sono cavata con poco.»
«T'avrà aiutato anche il fatto che quell'uomo doveva essere pazzo.» Ipotizzò, serio,
Simone.
«Sì, di sicuro: prendersela così per un po' di latte!»
Simone assenti, poi si chiuse in un gravoso silenzio.
«Che c'è?» Volle sapere Marietto, allarmato dall'atteggiamento dell'amico.
Simone si voltò a guardarlo, cupo.
«Lo sai, che in paese non si parla d'altro?»
«Cosa?!»
«Sì.» Rincarò Simone «Il tuo nome è rovinato!»
La notizia colpì Marietto più della trascorsa reclusione.
«Tutta colpa di quel pazzo e del suo cane!» Rimuginò risentito.
«Già!» Lo apostrofò Simone.
«Ma, se ti interessa.» Proseguì «Io posso darti una mano a vendicarti.»
«E come?»
Marietto si fece molto interessato.
«Adesso ce l'hai il permesso di uscire, vero?»
Marietto alzò le spalle:
«Penso di sì: la punizione era fino a ieri.»
«Bene.» Gli disse Simone «Allora, accertati di non disobbedire a nessuno e poi vieni
con me: devo farti vedere una cosa...»
Più intrigato dalla misteriosa cosa che Simone voleva mostrargli, che dalla vendetta
che non sapeva figurarsi, Marietto andò in cerca di sua madre e la implorò di lasciarlo
uscire. La signora non si fece pregare molto, ma si raccomandò che non si cacciasse
nuovamente nei guai; Marietto promise di fare il buono e cinque minuti più tardi
correva già nei campi, appresso a Simone.
Il ragazzo lo portò lontano, fino ad una delle abitazioni seminate nel verde.
«Lo sai chi ci abita, là?» Fece, indicando la fattoria.
Marietto scosse il capo.
«Be', ci abita il Signor Carnevali!» Disse orgoglioso Simone.
«E chi è?»
«Come chi è?!» Sbotto Simone, quasi offeso «E' il pazzo col cane!»
Il cuore di Marietto si strinse.
«E noi che ci facciamo, qua?!»
«E' per la vendetta.»
Marietto si sentiva sempre più nervoso.
«Ma che vendetta! Se quello ci scopre, ci uccide tutti e due: lo hai detto anche tu che
è pazzo!»
«E' così pazzo, che ci darebbe in pasto al cane, dopo averci uccisi!» Confermò, con
un brivido, l'altro.
«Ma io ho pensato a tutto: mentre tu eri in punizione – e ti ricordo che la colpa è stata
solo sua – mi sono informato sulle sue abitudini e ti posso assicurare che, a quest'ora,
Carnevali non è mai in casa.»
«E che ne sai, in soli due giorni?» Obbiettò Marietto, a cui l'idea di avere un altro
incontro con quell'individuo faceva venire la pelle d'oca.
«Semplice» Continuò Simone «Perché so dove va.»
«E dove va?...»
«Va a vendere il latte e deve farlo prima che diventi cattivo.»
Marietto fissò lo sguardo sicuro dell'amico e cercò di valutare la risposta che gli
aveva dato. Dentro di sé, sentiva la sua indole cittadina metterlo in guardia contro le
situazioni avventate come quella; d'altro canto, il suo spirito di dodicenne ribelle
esigeva il lavaggio dell'onta subita.
«E che genere di vendetta avevi in mente?...»
Stavolta fu Simone ad alzare le spalle.
«Non lo so... Devi decidere tu... Tu hai subito il torto.»
Marietto rimase in silenzio.
«Sei sicuro che adesso non c'è?» Disse, dopo un lungo attimo di riflessione.
Simone assentì.
«Allora possiamo fare un giro di ispezione. Mi verrà in mente qualcosa.»
Cercando di tenersi bassi nell'erba, prendendo ogni precauzione in caso di imprevisti,
strisciarono fino alla fattoria.
Non era molto grande e, d'altronde, Carnevali la mandava avanti da solo. All'edificio
abitativo, sul retro, era affiancato un discreto capannone, che fungeva da piccola
falegnameria e, all'occorrenza, da officina. Più in là, sullo stesso lato, in un garage
dall'aspetto vecchiotto, ma, in certo modo, curato, stavano un trattore e un'automobile
di almeno cinquant'anni, della cui funzionalità non si stentava a dubitare. A poca
distanza dalla casa, si trovava la stalla, con le mucche e qualche gallina. Del Signor
Carnevali e del suo cane non c'era traccia.
Marietto era pervaso da una strana eccitazione: sapeva che quello per cui era venuto
in quel posto era sbagliato – e non solo per il sentimento di vendetta – ma l'idea di
causare quel dispiacere lo faceva sentire improvvisamente importante. Pensò alla
disperazione del Signor Carnevali quando avrebbe visto quello che ora gli balenava
nella mente e un sorriso maligno gli oscurò il volto, all'idea che non sarebbe mai stato
scoperto.
«Sai che ti dico...» Esordì, in tono così cattivo che lo stesso Simone, che lo aveva
portato fin là, cominciò a dubitare della sua bella trovata.
«Hai detto che, a quest'ora, sta via tutti i giorni, questo Carnevali?»
Simone rispose di sì.
«E allora...» Proseguì Marietto sempre con lo stesso tono compiaciuto. «Domani, al
danno uniremo la beffa. Così sì, che mi ripagherò del disonore!»
Simone apparve confuso.
«...Ma... E adesso?...»
«Adesso vedrai...»
Lo portò davanti alla casa e qui, dopo essersi nuovamente assicurato che non ci fosse
nessuno nelle vicinanze, raccolto un grosso sasso, prese la mira e lo lanciò contro una
delle finestre.
Sotto gli occhi sbalorditi di Simone, che aveva pensato all'intera faccenda più che
altro come ad un gioco bizzarro, il vetro si spaccò, esplodendo in mille pezzi. Lo
stesso Marietto si sorprese della propria audacia e, colto ormai dalla foga eccitante di
quel primo gesto ribelle, cosciente del fatto che ormai era impossibile tornare indietro,
raccolse subito un'altra pietra e la scagliò contro la casa.
«Rompiamoglieli tutti!» Urlò, mentre un'altra pioggia di cocci cadeva giù.
Anche Simone si era lasciato prendere dall'emozione ed entrambi fiondavano
un'interminabile sassaiola su muri e finestre, finché tutti i vetri non furono
completamente in frantumi.
Quando ebbero finito, indecisi su un repentino senso di colpa o uno di gloria, i due
ragazzi rimasero davanti alla loro opera magna, mentre il sudore colava dalle loro
fronti e le braccia cominciavano ad indolenzirsi.
Si guardarono l'un l'altro, cercando una giustificazione per quella loro malefatta.
«...Tanto è pazzo...» Preferirono concludere.
Sulla via del ritorno, il trionfo della missione punitiva aveva cancellato ogni dubbio
di legittimità e i due ragazzi marciavano spavaldi, discutendo animosamente
dell'indomani e del coronamento del loro progetto beffardo. Si complimentarono per
l'organizzazione e per l'esecuzione, sorridendo un po', per i timori che avevano
dimostrato all'inizio.
Quella sera, Simone cenò a casa di Marietto e nessuno dei due riusciva a trattenere il
riso mentre i grandi discutevano la notizia, che ormai era sulla bocca di tutti.
«Hai visto com'era sconvolto quel pover'uomo?» Diceva il padre di Marietto,
visibilmente partecipe della disgrazia.
«Sì, era disperato!» Concordava sua madre, non meno scossa.
«I vandali che hanno fatto un lavoro simile andrebbero linciati!» Concluse l'uomo,
con una convinzione tale che, per un attimo, la schiena di Marietto fu scossa da un
fremito di terrore; ma la coscienza di essere al sicuro, presto, lo tranquillizzò.
Quello che più divertì i due ragazzi, fu l'indole rissosa del povero Carnevali, il quale,
al suo ritorno dal giro di vendite del latte, si era subito precipitato in paese, con la
rabbia, mista alla disperazione, che gli gonfiava la faccia, irrigidendo la barba incolta
come gli aculei di un'istrice. Andava imprecando per le viuzze del paese, insultando
tutti quelli che incontrava.
«Io me li mangio, quelli che