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Sei pronto?

by Luca

Copyright on this story text belongs at all times to the original author only, whether stated explicitly in the text or not. The original date of posting to the MMSA was: 02 Mar 2013


Il ragazzino si presentò puntuale all'appuntamento. Era proprio come Matt lo
aveva immaginato, dopo aver sbirciato un paio di foto sgranate, scattate con una
mediocre camera digitale, sotto la schifosa luce del bagno, davanti allo specchio, che
aveva riflesso anche il flash, cancellando metà della faccia. Ma ciò che aveva intuito
di quel viso, unito alla sommaria descrizione che il ragazzo aveva fatto di sé,
corrispondeva esattamente all'immagine che aveva davanti adesso, in carne ed ossa.
Il ragazzo era minuto: un metro e settanta per una cinquantina di chili, a occhio.
Diciotto anni, che potevano anche essere meno; ma il ragazzo aveva garantito di
essere maggiorenne e Matt voleva credergli: i giovani d'oggi sembravano spesso più
piccoli della loro età. Il viso era gentile e imberbe, con qualcosa di malinconico negli
occhi verde chiaro, sottilmente risaltati da un contorno di matita nera. La pelle chiara,
il naso piccolo e grazioso, la bocca composta e di un rosso vivo, forse appena
accentuato da un'ombra di rossetto; il labbro inferiore ornato da un piercing. Portava i
capelli lunghi, piastrati disordinatamente, sparpagliati sulla fronte, sulle guance, sul
collo. Erano castano scuro, spruzzati di biondo.
Indossava un giubbotto di pelle scuro, borchiato, e una t-shirt nera, con un grosso
teschio stampato. Anche i jeans erano neri, attillati e accessoriati da una grossa cinta
con degli anelli di metallo. Ai piedi, calzava dei pesanti stivaloni di cuoio; intorno al
collo aveva una sciarpa di pashmina grigio chiaro.
«Ciao, sono Matt» L'uomo tese una mano che il ragazzo, invece di stringere, colpì
vigorosamente col palmo della sua.
«Eric.» Rispose semplicemente, sganciando due auricolari e riponendoli nella tasca,
insieme all'i-pad.
«Cosa ascolti?» Chiese Matt.
«"I Wish": One Direction!»
Matt non aveva idea di chi fossero.
Eric lo guardò. Matt era un uomo che aveva passato la trentina: trentacinque, ne
aveva dichiarati nella chat, ed Eric non ebbe ragione di dubitarne. Certo era un adulto:
quasi il doppio della sua età; ma era proprio quello che stava cercando: non ancora
vecchio, ma neppure un adolescente. Era vestito come si aspettava da uno della sua
età: un paio di jeans chiari, una camicia bianca e un maglione marrone. Niente
cravatta (sarebbe stato ridicolo e del tutto inappropriato per quell'incontro) e scarpe da
ginnastica. Era più alto di lui di una decina di centimetri e sicuramente più robusto,
sui settantacinque chili. I capelli, di un castano chiaro, pettinati all'indietro,
cominciavano a diradarsi.
«Bene. Vogliamo andare?» Invitò Matt, sfregandosi le mani.
Eric si limitò a seguirlo, sedendosi al posto del passeggero sull'auto dell'uomo.
«Allacciati la cintura.» Lo esortò il guidatore «Non voglio prendere una multa!»
Eric gli lanciò un'occhiataccia, ma poi obbedì.
La macchina si mise in moto e presto Matt cominciò a fare conversazione per
rompere il ghiaccio:
«Allora... Tu guidi?»
Eric sbuffò e fece spallucce.
«No, ancora no. Spero di iscrivermi presto a scuola guida. Certo, mi sa che i quiz
sono un sacco difficili, ma la patente è importante: sei uno sfigato, se non ce l'hai.»
Matt trattenne un risolino: dovevano essere molti, gli sfigati, fra gli amici del ragazzo.
«E il motorino? Ce l'hai il motorino?»
La domanda sembrò irritare il ragazzo ancora di più.
«Quella stronza di mia madre non vuole: ha paura che mi faccio male. Ha paura di
tutto, quella! Però, lei, alla mia età, ce l'aveva. E anche tu, scommetto, che ce
l'avevi.»
«Sì, è vero.» Confessò semplicemente Matt «I miei me lo hanno comprato che avevo
quattordici anni.»
«Ecco vedi!» Approfittò il ragazzo. «Quelli sì, che erano anni cazzuti!»
Matt non commentò, perdendosi, per un attimo, nei ricordi della sua infanzia: i
piccoli negozi di quartiere, non ancora adombrati dall'invadenza dei grandi discount;
l'intimità dei cinema mono sala e la freschezza, nella brezza della sera, delle arene
estive; i fazzoletti di stoffa, le bottiglie di vetro del latte, le corse in bicicletta senza
casco né ginocchiere, i giochi collettivi nelle strade e nei cortili... Dubitò di quanto
consapevole fosse Eric della veridicità di quanto aveva appena affermato. Ma preferì
non approfondire il discorso.
«Piuttosto» Disse invece «E' la tua prima volta?»
Eric tirò un forte respiro e sembrò farsi, di colpo, più piccolo.
«Sì. Come ti ho detto, non l'ho mai fatto.»
«E cosa ti spinge a provare?» Chiese Matt, sempre in tono serio.
Rannicchiato sul sedile, con le braccia strette fra le gambe, Eric smise di guardarlo.
«Per i mie genitori» Cominciò «Io è come se non esistessi... Li vedo tutti i giorni, ma
con me non parlano mai. Li incontro prima di uscire la mattina e li rivedo la sera,
quando torno a casa, ma non hanno mai il tempo di parlare con me... Loro, però,
parlano sempre. Litigano di continuo e io non so nemmeno il perché. Non gli interessa
mai quello che faccio io, si limitano a dirmi "sì", "no", "bastachenonrompi"! Mio
padre si arrabbia quando porto a casa la pagella che fa schifo o c'è una nota da
firmare, ma poi, dopo dieci minuti, è come se si fosse scordato di tutto e io sono di
nuovo invisibile. Quando sono tornato a casa con questo» E indicò il piercing sul
labbro «Allora si è messa a urlare la mamma. Poi ha urlato anche mio padre: prima
con me, e dopo contro di lei. Ma alla fine si sono rassegnati e tutto è tornato come
prima. Per non parlare di quella volta che l'ho fatta grossa: l'ho fatto apposta, così mio
padre non poteva fregarsene. E' stato quella volta che papà ha invitato a cena quelli
del lavoro: a mio padre importa solo del lavoro! Ovviamente mi aveva detto di stare
alla larga: mi ha allungato dei soldi e mi ha detto gentilmente di levarmi dal cazzo. E
io, sì, ho preso i soldi e me ne sono andato. Ma figurati se sono stato così stupido da
spendere tutti quei soldi solo per mangiare! Certo, sono uscito e ho fatto i cazzi miei.
Quando sono rientrato, erano ancora nel mezzo di quella loro cena di merda e io sono
sgattaiolato in silenzio nella mia camera, proprio come avrebbe voluto mio padre. Ma
non ce l'ho fatta e, dieci minuti dopo, sul più bello, ho fatto il mio ingresso nella sala
da pranzo, nudo, con addosso solo le mutande e con le bende bene in vista dei miei
due nuovi tatuaggi. Tu prova a immaginare tutti quegli stronzi seduti lì, a cenare, e io
mezzo nudo che mi gratto il culo in faccia a tutti! Ah ah ah! Non riesco a descriverti
che faccia ha fatto mio padre! Certo, non poteva fare una scenata davanti ai suoi
amici, quindi si è limitato a rispedirmi nella mia camera, ma la figura di merda, ormai,
l'aveva fatta!» Si fermò, in preda ad un attacco di risa. Poi riprese, serio: «Sapevo che
mio padre era su tutte le furie e io sono tornato in camera mia a aspettare che finisse la
cena e lui venisse a farmela pagare. Mi sentivo tutto strano: da una parte, avevo paura
di quello che avrebbe fatto, che quella volta me le avrebbe suonate a puntino,
dall'altra, ero eccitato all'idea dello scontro. L'ho aspettato sdraiato sul mio letto,
ancora in mutande, per fargli capire che se voleva darmele io ero d'accordo, sapevo
che me le ero meritate... Quando, alla fine, è arrivato, aveva la faccia tutta rossa, era
incazzato nero. Ma non mi ha picchiato. Mi ha detto, invece, che ero un figlio ingrato,
che si vergognava di me, che mi comportavo come un finocchietto di merda e che mi
avrebbe volentieri sbattuto fuori di casa, se solo poteva.»
Finito di raccontare, Eric si zittì, continuando a fissarsi le scarpe. Matt, che aveva
ascoltato in silenzio e aveva capito, non fece più domande.
Poco dopo, giunsero a destinazione.
Subito prima di scendere, Matt si rivolse ad Eric:
«Stammi a sentire: questa è l'ultima occasione che hai. Dimmi che ci hai ripensato e
ti riporto subito indietro. Ma, se invece accetti e superi quella soglia, sarai in mio
pieno potere e non potrai andare via finché non te lo consentirò io, intesi? Qualunque
cosa tu dirai o farai non avrà alcuna importanza: tu mi apparterrai fino a quando io
non deciderò di lasciarti andare.»
Eric rimase a riflettere per qualche secondo; Matt ne percepiva i dubbi e i timori. Era
stato molto esplicito, nel dettare le condizioni; ma era giusto che il ragazzo fosse
pienamente consapevole di ciò a cui andava incontro, prima di prendere quella
decisione. Alla fine, Eric acconsentì, limitandosi ad annuire con la testa.
L'appartamento era dislocato in una villetta indipendente, su due livelli, in un
indifferente quartierino periferico. Le finestre esposte a sud davano su un giardinetto
di pertinenza della casa, quelle a est, sulla strada. Sul lato ovest, a fianco
dell'abitazione, stava il box auto; a nord, la facciata principale: da ciascuno dei
quattro lati sarebbe stato difficile sbirciare quanto accadeva all'interno. Tuttavia, per
una maggiore prudenza, Matt aveva provveduto a tirare le tende delle finestre.
Appena furono entrati, Matt chiuse la porta alle loro spalle e la assicurò con due
mandate della chiave.
«Vuoi bere qualcosa?» Offrì, mentre faceva strada al suo ospite.
«Sì, un po' d'acqua.»
Matt si accigliò.
«"Sì, un po' d'acqua, signore."» Precisò in tono severo.
«Sì, giusto...» balbettò Eric, colto un po' di sorpresa «Vorrei un po' d'acqua,
signore.»
Matt riempì un bicchiere dal rubinetto e glielo porse. Eric fece per afferrarlo e Matt si
rabbuiò ancora.
«Oh, sì...» balbettò, di nuovo, Eric «Grazie, signore!»
Matt gli lasciò prendere il bicchiere.
«Vedo che ti manca ogni fondamento dell'educazione.» Lo rimproverò.
Aspettò che finisse di bere e lo guidò al piano superiore, in un salottino spazioso con
un divano, una piccola scrivania con delle sedie, una libreria e una cassettiera.
«Togliti le scarpe e il giubbotto» Gli ordinò e fu felice di constatare che la differenza
di altezza fra lui e il ragazzo, una volta scalzo, appariva ancora più evidente: adesso
Eric doveva alzare il mento, se voleva guardarlo dritto negli occhi.
Matt gli carezzò il viso e ne apprezzò la morbidezza. Eric cercò di ricambiare il suo
sguardo, pieno di timorosa curiosità.
L'uomo si accomodò sul divano.
«Allora, sei pronto?»
«Sì.» Rispose Eric nervosamente e, in fretta, aggiunse «Signore!»
Matt lo fece scivolare prono sulle sue ginocchia e posò una mano sul sedere del
ragazzo, scosso da un fremito appena percettibile.
Il primo colpo arrivò improvviso e inatteso, pesante abbastanza che Eric ne percepì la
forza anche attraverso i jeans. Gli sfuggì un gridolino, di sorpresa, ma anche di dolore.
Matt sapeva che quella prima dose sarebbe stata solo un assaggio, ma non aveva
alcuna intenzione di sprecare tempo in morbidi preliminari. Quel ragazzino si sarebbe
preso una sculacciata coi fiocchi e non avrebbe rimpianto nemmeno un solo colpo.
La seconda volta batté dove sapeva che il dolore si stava ancora assorbendo e
proseguì ad intervalli regolari, senza diminuire la forza.
Avevano cominciato da pochi minuti ed Eric sentiva già che ne aveva abbastanza. La
posizione gli era sempre più scomoda e la presa di Matt che lo bloccava gli impediva
di divincolarsi. In quel momento, l'uomo intensificò le sculacciate, aumentando anche
la violenza, mozzandogli quasi il fiato e costringendolo a stringere i denti per
soffocare i rantoli. Eric non sentiva ancora il bisogno di parare i colpi o, almeno, così
credeva, perché, improvvisamente, sentì Matt torcergli il braccio dietro la schiena, per
allontanarlo dalla zona offesa. Il ragazzino mugugnò e Matt continuò a darci dentro.
La prima sessione durò per altri cinque minuti, finché Matt non si fermò, trattenendo,
però, il ragazzo nella sua presa.
«Allora, come va?» Chiese il carnefice.
Eric non aveva pianto: era indolenzito, scocciato, aveva una gran voglia di mollare
tutto e andarsene, ma aveva resistito. Per ora, pensò, la cosa era ancora sopportabile.
«Rispondi!» Intimò, imperioso, Matt, assestando un nuovo, vigoroso colpo sul sedere
ormai rilassato del ragazzo ed Eric, preso alla sprovvista, si lasciò sfuggire un sonoro
"Ahia!", prima di balbettare:
«Tutto bene, signore!...»
Matt si compiacque di quella nota lamentosa che gli era sfuggita nella risposta.
Fecero una pausa, per riprendere fiato, e Matt liberò il ragazzo, che si massaggiò il
fondoschiena per valutarne il torpore. Se suo padre lo avesse sculacciato a quel modo,
sarebbe stato più che soddisfatto e, probabilmente, avrebbe davvero rigato dritto,
come un buon figliolo, per almeno una settimana. Ma Matt non era suo padre e non
era lì per punire qualche sua marachella.
Dopo un paio di minuti, il master riprese a dare ordini:
«Vai fino al mobile, apri il primo cassetto e porta qui la spazzola.»
Eric deglutì al solo suono di quelle parole ed entrò nel panico quando vide gli attrezzi
riposti nel vano: una frusta, un frustino, diverse palette di legno, una canna, un
righello... E la grossa spazzola, col manico di legno, che stava per abbattersi sul suo
sedere. Il panico aumentò appena ebbe consegnato lo strumento al suo carnefice e
questi gli afferrò la cintura dei pantaloni per sbottonarglieli.
Nessun adulto lo aveva mai toccato così intimamente ed Eric scoprì un nuovo,
improvviso imbarazzo. Quell'uomo, che lui non aveva mai visto prima, stava per
vederlo nudo. Ebbe un istintivo impulso di sottrarsi, che Matt ignorò. L'uomo gli
slacciò i pantaloni e li abbassò fino alle ginocchia. Sotto, Eric indossava un paio di
boxer aderenti, neri, che non potevano nascondere il suo stato di eccitazione. Quello
strano connubio di vergogna, sottomissione e dolore era infatti andato a stimolare i
segreti anfratti della libido del giovane e ne aveva risvegliato il piacere. Eppure,
quell'erezione non poteva bastare, da sola, a estinguere la paura che sottilmente la
alimentava ed Eric era terrorizzato all'idea di ciò che stava per accadergli.
Matt lo rimise in posizione e si gustò il fondoschiena del ragazzo, fasciato solo della
sottile stoffa nera che risaltava il contrasto con la carnagione chiara e magra delle
gambe. Su un ginocchio, avvertiva la pulsazione del pene eretto della sua vittima.
Senza lasciare ad Eric il tempo di prepararsi, lo colpì subito con la superficie piatta e
rigida della spazzola, strappandogli un urlo.
Il nuovo tocco era più pungente e spietato della mano sulla stoffa spessa dei jeans e
già i due primi impatti bastarono a frantumare la soglia di sopportazione del ragazzo.
«Ahia! Ahia!» Gridò, cercando di dimenarsi, mentre la stretta dei pantaloni, ancora
abbassati alle sue ginocchia, gli legava le gambe e il solido braccio di Matt lo
immobilizzava, premendogli sulle spalle.
Seguì una grandine di colpi, rapidi e duri, che schioccarono nell'aria, accompagnati
dal pianto della vittima, che ormai si era liberato.
«Bastaaaaa!!!» Gridò Eric, quando sentì di non farcela più, continuando, invano, a
cercare di parare i colpi col dorso della mano. Ma Matt non si fermò e proseguì finché
non si ritenne soddisfatto. Ormai il rossore era evidente e spuntava da sotto i boxer
neri., quando Matt posò la spazzola e passò il palmo sui glutei in fiamme del ragazzo,
carezzandolo, contemporaneamente, anche sulla nuca, per confortarlo.
Lasciò che Eric si sfogasse un po', lo fece alzare, lo strinse al petto e gli asciugò le
lacrime. Quindi, senza indugiare oltre, infilò le dita nell'elastico dei